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pubblicato: martedì, 4 febbraio, 2014

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L'”italicum” non è un “sopruso”, ma lascia troppi problemi irrisolti

“Nell’esperienza italiana, il proporzionale è la democrazia. Lo è sempre stato”. Così esordiva il 29 gennaio, sul Manifesto, Gianpasquale Santomassimo, storico dell’Università di Siena, in quello che considero uno dei più suggestivi commenti scritti finora sulla proposta di legge elettorale entrata da pochi giorni in discussione in Parlamento.

Tracciando per sommi capi l’evoluzione del rapporto tra istituzioni ed elettorato nel nostro paese dalla prima introduzione del proporzionale, nel 1919, alla “svolta” maggioritaria del 1993, l’autore individua opportunamente alcuni punti fondamentali: che alle prime elezioni dopo la Grande guerra il sistema proporzionale, da tempo invocato per scardinare il mai superato particolarismo di collegio e la possibilità delle élites tradizionali di gestire il proprio consenso locale, fece definitivamente emergere nelle istituzioni i grandi partiti di massa interpreti delle culture politiche diffuse; che dopo di allora i tentativi di sovvertire il principio proporzionalista hanno spesso coinciso con la volontà di manipolare gli esiti elettorali al fine di costruire consensi maggioritari inesistenti, e almeno in un caso (nel 1924) con aperte velleità autoritarie; che il proporzionale della “prima repubblica” garantì una stabilità e una continuità istituzionale ben superiore a quanto lasci pensare l’attenzione alle fibrillazioni di gabinetto, e accompagnò l’“epoca delle […] maggiori conquiste sociali, civili e culturali” del paese; che l’affossamento del sistema di composizione parlamentare nato dalla Costituente sia stato un autentico “sopruso della minoranza”, frutto di una campagna demagogica coronata da successo nella crisi di sistema dei primi anni Novanta e successivamente rimasta senza reali alternative nel mercato delle idee; che da allora il permanere delle criticità della nostra “costituzione materiale” sia dovuto essenzialmente al susseguirsi di governi di minoranza il cui consenso parlamentare non corrispondeva in alcun modo al consenso popolare, e per i quali quindi, presto o tardi, dovevano venire al pettine i nodi di programmi d’azione e modi di governo non condivisi.

Chi legge i miei interventi sa che dissento su alcuni presupposti di base di questa analisi. Condivido, certo, il legame implicito tra buon operato di una formula elettorale di natura proporzionale e la presenza di partiti capaci di rappresentare il loro elettorato. Non ritengo, però, che l’applicazione del proporzionale “classico” a scrutinio di lista sia condizione sufficiente per farli emergere. La crisi del proporzionalismo italiano è stata frutto di una crisi della rappresentanza e dei suoi strumenti che precedeva gli anni Novanta di almeno un ventennio, e che la staticità del sistema ha lasciato incancrenire fino a renderla irreformabile. La necessità di ricostruire così in profondità il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni mi porta quindi non vedere come “soprusi”, ma anzi a guardare con interesse, tanto lo strumento del collegio uninominale, che in contesti politici già schiusi a una dimensione di massa ha dato prova della sua efficacia in questo senso, quanto la sua correzione attraverso il ballottaggio.

Una volta stabilito questo, però, la lettura di Santomassimo resta opportuna per chiarire alcune evidenti criticità nei punti costitutivi del cosiddetto “italicum”, ovvero il sistema elettorale che attualmente sembra trovare il maggior consenso alle Camere per una riforma che si lasci alle spalle sia il famigerato “porcellum”, sia il proporzionale appena “corretto” uscito dalle maglie della Corte costituzionale (qui uno specchietto illustrativo). Il primo problema che balza all’occhio, sicuramente, è quello sollevato da un commento “a caldo” di Paolo Balduzzi e Massimo Bordignon su Lavoce.info:

fa un po’ specie che i diversi interessi dei partiti finiscano ancora una volta per produrre una legge elettorale complicatissima, che non ha paragoni in Europa, con soglie diverse di sbarramento per i partiti (in coalizione o meno), con un turno unico che però può diventare a due turni per una questione di percentuali, con collegi piccoli, ma il cui voto può non essere sufficiente a determinare gli eletti etc.

In effetti il balletto degli sbarramenti di entrata e di ottenimento della maggioranza così evidentemente appiattiti sulla realtà strettamente contingente degli equilibri politici, o le scelte sulla lunghezza delle liste e sulla natura del premio fatte apposta per aggirare la specifica sentenza della Consulta sul “porcellum” senza che però si abbia il respiro per venire incontro al suo spirito, lasciano fin da subito perplessi. Un occhio meno superficiale, e non concentrato in forma esclusiva sul dettato della legge, può però capire che il problema basilare e a monte, e riguarda ancora una volta l’efficienza delle forze politiche che si apprestano a competere nell’arena che il dispositivo normativo delinea. Se è vero, come ho sostenuto in precedenza, che la crisi del proporzionalismo della “prima Repubblica” è stata innanzi tutto crisi di efficacia dei partiti nel loro ruolo di rappresentanza e di connessione tra cittadini e istituzioni, il compito fondamentale delle riforme elettorali e istituzionali successive avrebbe dovuto essere quello di creare il terreno più consono a ripristinare relazioni proficue tra elettorato e soggetti politici, senz’altro non nei termini pedagogici dei grandi partiti d’integrazione di massa vincenti nel cuore del Novecento, ma comunque ripristinando la ragionevole sensazione della comunità di essere chiamata in causa per la determinazione di esponenti istituzionali e politiche pubbliche. Per dirlo in altri termini, sarebbe necessario istituire un percorso di elezione tale da spingere i partiti, per avere buoni risultati o semplicemente per sopravvivere, a farsi genuinamente interpreti delle esigenze degli elettori a cui si rivolgono, e a promuovere il personale più adeguato a raccogliere consenso e a elaborare posizioni complesse capaci di accordare spunti e settori di opinione pubblica diversi, così che all’acquisizione di una posizione decisionale importante corrisponda l’elaborazione di un programma effettivamente considerato soddisfacente da chi deve valutarlo, cioè il corpo elettorale, e che al mancato conseguimento di questi risultati corrisponda l’erosione delle posizioni istituzionali e, in ultima analisi, la sostituzione di un gruppo dirigente e di un complesso di idee inadeguato con altri.

L’“italicum”, in questo non diversamente dal “porcellum”, si guarda bene dal porre i partiti di fronte a questa necessità di migliorare se stessi e il proprio operato. Esso infatti consente di aggirare l’ostacolo generando rapporti di forza predeterminati per maggioranza e opposizione qualunque sia, sostanzialmente, l’esito effettivo del lavoro di elaborazione culturale e di radicamento sociale dei partiti in lizza. Il risultato, a lungo andare, sarà quello di rendere superflua una ristrutturazione delle relazioni socio-politiche alla base dei meccanismi di rappresentanza, e quindi di avere partiti sempre più staccati dalla realtà sociale, e cittadini sempre più sfiduciati dai canali istituzionali e alla ricerca di forme di espressione alla lunga incontrollabili.

Se lo scopo della legge elettorale è anche quello di avvicinare i cittadini alla politica, aumentando la trasparenza nel rapporto tra eletto e elettore, questa proposta lo fallisce miseramente,

chiudono giustamente la loro analisi Balduzzi e Bordignon, lanciando un monito che si può leggere anche al fondo dell’articolo di Santomassimo da cui sono partito, una richiesta di proporzionale che è però ancora di più la denuncia dell’incapacità di ricostruire un sistema di partiti degno di questo nome, indispensabile per una moderna democrazia di massa.

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