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pubblicato: venerdì, 8 novembre, 2013

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Luigi Einaudi contro il proporzionale, nel 1944

Nell’ormai annosa discussione sulla necessità di mutare radicalmente l’attuale legge elettorale, ho già avuto modo di sostenere che secondo me, nella situazione italiana, una “correzione” del “porcellum” su base semplicemente proporzionalistica non contribuisce a risolvere alcuno dei problemi nel rapporto tra cittadini e forze politiche, e che può invece dare maggiori frutti nella ricostruzione del nostro sistema politico la soluzione maggioritaria uninominale, accompagnata da alcune minime modifiche dei rapporti tra gli organi costituzionali ormai universalmente richieste ( ad esempio fine del bicameralismo perfetto, premierato, sfiducia costruttiva).

Questa riflessione nasce, essenzialmente, con alle spalle all’esperienza indubbiamente significativa dei grandi partiti di massa, e di fronte alla consapevolezza che il ruolo di integrazione tra elettorato e istituzioni proprio dei partiti nella democrazia contemporanea non può più essere svolto nei termini e nei modi in cui era svolto dalle forze politiche del sistema italiano repubblicano classico. In una società  più sviluppata, più plurale, più sfaccettata, più ricca di interessi nello stesso tempo diffusi e particolari, dove l’esposizione all’informazione e il contatto col mondo è più diretta e meno difficilmente mediabile attraverso agenzie “onnipresenti”, i partiti non sono in grado di educare il loro elettorato “dalla culla alla tomba”, e quindi di farsi pienamente rappresentanti di tutto l’insieme di idee, orientamenti e visioni del mondo di individui e gruppi di elettori. L’idea per cui, attraverso la scelta di un partito e il suo voto, il cittadino possa essere del tutto ed esclusivamente rappresentato dagli eletti appartenenti a tale soggetto, al punto che quella forza politica potrà  rivendicare per sé in modo esclusivo la rappresentanza in tutto e per tutto della percentuale di elettori che l’hanno votata, se mai ha avuto una qualche capacità  di descrivere la realtà  in passato (e non è detto), è un modello ormai irrealizzabile nelle condizioni attuali, e non deve essere guardato con alcuna nostalgia, visto che poteva dipanarsi in tutto il suo splendore solo nel paese culturalmente e socialmente sottosviluppato che ora, si spera, possiamo smettere di essere. E questo è sufficiente a mettere in soffitta l’idea che i sistemi di rappresentanza proporzionale rappresentino in qualche modo “la giustizia dei numeri” e abbiano quindi una maggiore legittimità  rispetto ai sistemi maggioritari ben congegnati.

Può essere interessante, a questo punto, prendere in considerazione le posizioni espresse in merito da un acuto osservatore della società  italiana in un periodo precedente all’affermazione in Italia delle grandi “macchine-partito” di massa. Scrivendo per un giornale di esuli italiani nel 1944, ancora sostanzialmente privo dell’esperienza teorica e pratica della “repubblica dei partiti” pienamente impiantata con la Costituente del 1946, Luigi Einaudi chiariva le ragioni fondamentali per cui, in un sistema politico e di rappresentanza istituzionale disarticolato e aperto (e quindi, per molti aspetti tecnici, assai più simile al nostro di quello che si è trascinato ben oltre la sua effettiva vitalità  fino ai primi anni Novanta), il proporzionale rischiava di creare problemi e distorsioni notevoli. La grande chiarezza intellettuale e la semplicità  di linguaggio che caratterizzano il pezzo, e che hanno sempre contraddistinto l’attività  giornalistica dell’economista di Carrù, rendono questo pezzo una lettura ricca di stimoli anche per chi non ha esperienza di studi politici, sebbene qualcuna delle figure e delle formule presentate possano apparire un po’ datate e legate a una temperie culturale ormai superata.

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La rappresentanza proporzionale fu inventata da aritmetici raziocinatori, inetti a capire che i paesi non si governano con le regole del due e due fanno quattro. […] I parlamenti non sono società  di cultura od accademie scientifiche. Sono organi, il cui scopo unico è quello di formare governi stabili e di controllarne l’azione. […] Le elezioni non si fanno per contare le opinioni, per fare il censimento delle sette, dei ceti, dei partiti, dei movimenti, dei gruppi sociali, religiosi, politici, ideologici in cu si fraziona una società , la quale sia composta da uomini vivi e pensanti: ma si fanno per mettersi d’accordo in primissimo luogo, sul nome della persona che in qualità  di primo ministro sarà  chiamato a governare il paese, e in secondo luogo sul nome di coloro che collaboreranno con lui o che ne criticheranno l’operato. Le elezioni hanno cioè per scopo di creare il consenso intorno ad un uomo e al suo gruppo di governo e intorno a chi oggi sarà  il suo critico e domani ne prenderà il posto se gli elettori gli daranno ragione. Se non si vuole l’anarchia, questo e non una sterile accademica rassegna di opinioni è lo scopo unico preciso di un buon sistema elettorale.

Risponde alla esigenza il sistema della proporzionale? No. […] Il proporzionale è il trionfo delle minoranze; ognuna delle quali ricatta le altre ed il governo, il quale dovrebbe essere l’espressione della maggioranza, per costringere parlamenti a votare e proporre leggi volute dai singoli gruppi. Cinquanta divorzisti eletti come tali e formanti un gruppo a sé sono una forza ben diversa da cinquanta deputati, i quali hanno iscritto il divorzio in un programma più generale di un partito il quale ha ideali complessi, di cui il divorzismo è solo uno dei tanti aspetti. Il gruppo dei divorzisti che non si occupa d’altro che del divorzio è disposto a dare il voto a chiunque gli prometta di far trionfare il suo piccolo ideale e può, all’uopo, addivenire alle alleanze più illogiche. I divorzisti generici, invece, che fan parte di una maggioranza che non vuol rinunciare al governo o che non vuole perdere la speranza di conquistarlo, daranno al divorzio un posto adeguato nell’ordine gerarchico dei fini da conseguire; e solo se esso sia veramente richiesto dalla coscienza giuridica nazionale lo anteporranno agli altri e giocheranno su esso le fortune del partito.

Insieme ai ricatti, la proporzionale favorisce il dominio dei comitati elettorali e toglie all’elettore ogni effettiva libertà  di scelta dei propri rappresentanti. […] Moltiplicando i partiti, ed asservendoli ai comitati, la proporzionale favorisce le dittature e i colpi di mano. Col sistema della maggioranza, ogni partito ha la speranza di diventare in avvenire maggioranza seguendo le vie legali della persuasione degli incerti. Ma quale mai speranza […] possono avere i divorzisti o gli antivaccinisti di diventare maggioranza? Nessuna. La proporzionale dà ad ogni partito o gruppo tanti rappresentanti quanti sono gli elettori aderenti a quel credo. quale probabilità ha il divorzista di far proseliti tra gli antivaccinisti e di diventare così maggioranza? […] Altro rimedio non resta, per conquistare la maggioranza, se non ricorrere all’antico, accettato e lodato metodo dello spaccare le teste degli avversari, invece di contarle, come è usanza nelle contrade civili. […]

L’errore massimo di principio della proporzionale è di confondere la lotta feconda delle parti, dei gruppi, degli ideali, dei movimenti, la quale ha luogo nel paese, con la deliberazione e l’azione dei parlamenti e dei governi. Nessun parlamento, nessun governo funziona se il sistema elettorale irrigidisce i partiti, i gruppi, le classi i ceti sociali, le tendenze, le idee, dandone la rappresentanza esclusiva a talune persone elette perché mandatarie di quei gruppi o di quelle idee. Occorre che vi sia un congegno il quale obblighi le idee, i gruppi, i ceti a cercare quel che essi hanno di essenziale, di comune con altri, a classificare i fini ed a rivolgere la propria azione verso quel fine che ha il consenso dei più. […] L’idea nuova non si difende e non si fa trionfare nei parlamenti. Essa nasce nei libri e nelle riviste, si propaga nei giornali, dà origine ad associazioni, a gruppi di propaganda; conquista l’opinione pubblica, e cioè l’opinione media, quella di coloro che non sono già  gli adepti di un credo. Solo allora, ed è bene che ciò accada solo allora, se non si vuole che i parlamenti siano popolati da inventori sociali, da fanatici, da gente tocca nel cervello, gli uomini politici se ne accorgono. Solo allora i capi della minoranza vedono in quel movimento un pretesto per criticare il governo, il quale non ha ancora capito l’importanza della nuova idea. Solo allora i capi della maggioranza di governo, costretti a difendersi, si occupano del problema posto dall’idea nuova e vanno al contrattacco, dimostrando che l’idea non è nuova ed è sbagliata. La lotta si accende e, se davvero l’idea è nuova e vitale, viene il giorno in cui il capo della maggioranza, se vuol sopravvivere, proclamerà: l’ho sempre detto anch’io! […] Se il trionfo, per ricatto dei gruppi, avesse avuto luogo prima, sarebbe stato ingiusto ed effimero.

 

[Junius (Luigi Einaudi), L’italia e il secondo risorgimento, supplemento alla “Gazzetta Ticinese”, 4 novembre 1944, ora in Id., Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), a cura di Ernesto Rossi, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 56-63.]

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