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pubblicato: giovedì, 10 ottobre, 2013

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Luigi Einaudi e la moneta unica della federazione europea: una pagina (del 1944) da rileggere con gusto di questi tempi

Stiamo vivendo da tempo una crisi della moneta europea i cui contorni sono ancora incerti e i cui esiti sono tutt’altro che chiari. Molti oggi, non senza ragioni, mettono in evidenza con accenti critici il fatto che l’euro fosse, a suo tempo, un “gettare il cuore oltre l’ostacolo” verso un’unificazione europea più profonda di quella dei trattati finanziari e delle regole di bilancio. Per far funzionare una moneta servono una sola politica del debito, gestioni della spesa pubblica più omogenee, politiche fiscali coordinate, una mobilità tra gli stati membri priva di impedimenti non solo giuridici, regole e strutture d’insieme per il mercato del lavoro. I creatori dell’euro ritenevano questa prospettiva inevitabile, e hanno guardato al lancio della moneta unica come a un pungolo per costringere i paesi dell’Unione a raggiungere più rapidamente questi traguardi per non rischiare l’implosione.

Tutto questo, per una serie di ragioni, in pratica non è avvenuto: il decennio scorso è stato caratterizzato da un rallentamento vistoso del processo di unificazione europea, dal sorgere di sentimenti di critica e di rifiuto per le istituzioni comunitarie mai così diffusi in precedenza, e dallo scarso senso di responsabilità di gran parte dei leader europei, che invece di contrastare queste tendenze hanno finito spesso per cavalcarle e per mettersi di traverso sulla strada della piena armonizzazione delle istituzioni continentali, in vista di un facile consenso o per usare l’Europa come capro espiatorio dei propri fallimenti. Tutto ciò era possibile in una situazione di crescita non lusinghiera ma senza scossoni, che in sostanza garantiva l’allineamento del merito di credito dei paesi europei sui mercati senza troppo sforzo. Quando però il diluvio è arrivato, ci siamo resi conto di non aver costruito l’arca, ovvero quell’insieme di dispositivi, di comportamenti condivisi, di riforme interne ai vari paesi e di adeguamenti della capacità produttiva a un mercato colossale e competitivo come quello europeo che soli avrebbero potuto riparare la nostra moneta dal disastro.

Sale quindi le tentazione di mandare tutto all’aria: siccome non abbiamo voluto fare lo sforzo di fare ciò che andava fatto per tenere in piedi l’euro, vogliamo la strada più facile di dare a una moneta la colpa delle nostre mancanze, e vediamo l’unica soluzione possibile nel ritorno alle divise nazionali, ovvero a una dimensione istituzionale che ancora conserva tutti gli strumenti necessari per far andare avanti una valuta senza il bisogno di metterne in piedi di nuovi. Così possono essere letti, nelle loro espressioni meno becere e irrazionali, i richiami alla “sovranità monetaria” che ormai da tempo caratterizzano le voci più radicali del dibattito politico e mediatico.

Mai come in questa situazione sia il caso di tornare a pensare per un attimo a perché a un certo punto si è deciso, pur con tutte le possibili storture del caso, di usare proprio lo strumento della moneta per un salto di qualità dell’unificazione europea. Possono sicuramente aiutarci le parole di uno degli italiani che più di tutti ha creduto nella soluzione federativa agli immani problemi che hanno travagliato il vecchio continente nel Novecento: Luigi Einaudi.

Nel 1944, rifugiato in Svizzera dopo che nell’autunno precedente le autorità della Repubblica sociale lo avevano in sostanza condannato a morte, Einaudi era tornato a riflettere sul grande progetto di federazione internazionale che già aveva elaborato assistendo alla Grande guerra oltre vent’anni prima, e che considerava l’unico antidoto ai danni causati dal “mito” giuridico-politico della sovranità nazionale. Solo ponendo fine alla finzione di un’entità organica priva di limiti e freni concreti che non fossero la soddisfazione delle proprie presunte esigenze, pensava il grande piemontese, e solo sottraendo al controllo esclusivo e arbitrario dello stato gli strumenti della politica internazionale, si sarebbero potuti costruire rapporti internazionali meno aggressivi, tra istituzioni che, una volta private della necessità di un confronto reciproco intimamente intriso di violenza, non avrebbero più potuto né ritenuto opportuno organizzare le proprie società con metodi inevitabilmente autoritari e illiberali ad affrontare una guerra sempre imminente.

E gli strumenti a cui Einaudi pensava non erano solo quelli politici, polizieschi e militari. Fin da quando, all’inizio del secolo, si era fatto alfiere del libero scambio e dell’antiprotezionismo, l’economista di Carrù aveva individuato proprio nella politica economica il più potente mezzo di intervento e di coordinamento coercitivo dello stato sulla vita sociale. La sua battaglia per il libero scambio interno e internazionale, per il contenimento della spesa pubblica, per la moderazione fiscale e per la netta limitazione delle regolamentazioni della vita professionale e dei rapporti economici privati era sempre stata politica prima ancora che tecnicamente economica. Uno stato “interventista” e “decisionista” nell’impiego e nella distribuzione della ricchezza prodotta dal lavoro sociale e “aggressivo” nel confronto sui mercati vive sul presupposto che una autorità debba guidare la società prendendo decisioni irrevocabili e univoche su come essa deve organizzare se stessa alla luce di un “interesse superiore”. Dislocare diversamente i poteri di controllo della vita economica era quindi un passo fondamentale verso la realizzazione di quella società aperta, dinamica, libera, fondata sulla collaborazione e lo scambio pacifico tra individui, gruppi sociali, comunità e nazioni, che si sarebbe potuta costituire grazie a istituzioni che vedessero limitata la loro funzione a quella di garanti della legalità e dell’eguale accesso alle risorse fondamentali.

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Il disordine attuale delle unità monetarie in tutti i paesi del mondo, le difficoltà degli scambi derivanti dall’incertezza dei saggi di cambio tra un paese e l’altro e più dalla impossibilità di effettuare i cambi medesimi, hanno reso evidente agli occhi di tutti il vantaggio che deriverebbe dall’adozione di un’unica unità monetaria in tutto il territorio della federazione. Se, dappertutto in Europa […], si ragionasse e si conteggiasse e si facessero i prezzi di beni e di servigi, ad esempio, […] in lire zecchine, quanta semplificazione, quanta facilità nei pagamenti, nei trasferimenti di denaro, nei regolamenti dei saldi! […]

il vantaggio del sistema non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Per quanto altissimo, il vantaggio sarebbe piccolo in confronto di un altro, di pregio di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità dei singoli stati in materia monetaria. Chi ricorda il malo uso che molti stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può aver dubbio rispetto alla urgenza di togliere ad essi cosiffatto diritto. Esso si è ridotto in sostanza al diritto di falsificare moneta […]. E cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte, peggiore perché inavvertita, gravante assai più sui poveri che sui ricchi, cagione di arricchimento per i pochi e di impoverimento per i più, lievito di malcontento per ogni classe contro ogni altra classe sociale e di disordine sociale. La svalutazione della lira italiana e del marco tedesco, che rovinò le classi medie e rese malcontente le classi operaie, fu una delle cause da cui nacquero le bande di disoccupati intellettuali e di facinorosi che diedero il potere ai dittatori. Se la federazione europea toglierà ai singoli stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche col far gemere il torchio dei biglietti, e li costringerà a provvedere unicamente colle imposte e con i prestiti volontari, avrà, per ciò solo, compiuto opera grande. Opera di democrazia sana ed efficace, perché i governanti degli stati federati non potranno più ingannare i popoli, col miraggio di opere compiute senza costo, grazie al miracolismo dei biglietti, ma dovranno, per ottenere consenso a nuove imposte o credito per nuovi prestiti, dimostrare di rendere servigi effettivi ai cittadini.

 

Luigi Einaudi, I problemi economici della federazione europea, scritto per il Movimento federalista europeo e pubblicato nelle Nuove Edizioni di Capolago, Lugano, 1944, poi raccolto in La guerra e l’unità europea, Milano, Edizioni di Comunità, 1948, pp. 38-40.

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