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pubblicato: domenica, 19 ottobre, 2014

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Mercato del lavoro intellettuale e criminalità organizzata: affinità inattese?

A un remissivo professore di Chimica dell’America “profonda”, costretto ad arrampicarsi sugli specchi per far fronte alle difficoltà economiche di famiglia, viene diagnosticato il cancro. Provato dalla durezza di una vita “normale” che gli ha riservato solo delusioni, e spinto dal desiderio di assicurarsi le ricchezze necessarie a garantire ai suoi cari un futuro dignitoso, inizia a produrre metanfetamina “cucinata” con tale perizia che gli fa dominare il mercato, e lo trasforma in breve tempo uno dei più temuti boss malavitosi del circondario.

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È questo lo spunto iniziale di Breaking Bad, serie televisiva trasmessa dal 2008 con enorme successo, e considerata dalla critica un capolavoro della narrativa d’arte contemporanea per la capacità di autori e interpreti di sollevare problemi di risonanza universale degni di palcoscenici decisamente altolocati.

Un tema di fondo posto subito al centro dell’azione è il confronto tra vita quotidiana e mondo del crimine sul piano della ricompensa alle qualità e alle competenze: doti come la conoscenza, la valorizzazione delle proprie attitudini, l’abnegazione, la serietà professionale, costituiscono teoricamente il fondamento dell’apprezzamento del lavoro onesto, ma nei fatti sono pressoché unanimemente ignorate o addirittura disprezzate, e finiscono per condurre alla piena realizzazione di sé solo nella vita criminale, assai più crudamente “meritocratica” perché meno soggetta a convenzioni ipocrite.

Si potrebbero usare, in questo senso, le parole che Roberto Ciccarelli ha impiegato qualche mese fa in una (generosa) recensione di Smetto quando voglio, film italiano che con pretese decisamente minori e un lavoro di produzione di grana assai più grossa si ispira al medesimo dilemma esistenziale, e mette in scena col registro della commedia amara le vicende di un gruppo di precari della ricerca improvvisatisi spacciatori:

È un film sull’informalità del potere, e della sua corruzione, che viene riconosciuto solo quando è illegale […]. È un film sulle competenze messe al lavoro in un ambito diverso da quello originale. La miracolosa molecola viene elaborata da chimici e neurobiologi certamente di genio. Nasce dalla loro cooperazione, e da una riflessione sui saperi taciti che governano i comportamenti di massa, e quelli individuali. Ecco, è questo il senso profondo dei saperi, e la loro ricchezza messa al servizio tuttavia di una scalata sociale alla Scarface […].

Il paradosso che vuole meno beffardo il mondo del crimine rispetto all’ordinaria vita lavorativa nel valutare gli uomini, il loro impegno e la loro abilità si presenta quindi come una suggestione letteraria assai fortunata di questi tempi. Ma davvero questa forzatura narrativa individua un fondo di verità nella vita reale?

Si direbbe di no, almeno se si prende in considerazione il mercato del lavoro accademico, considerato da più parti uno degli ambienti di competizione più frustranti in assoluto. Alla fine del 2013 ha iniziato a circolare un interessante working paper di un giovane lecturer del King’s College di Londra, Alexandre Afonso, in base al quale l’andamento del mercato del lavoro nelle professioni universitarie mostrava somiglianze proprio col mondo del narcotraffico. In effetti lo spaccio di droga, lungi dall’essere un meccanismo sicuro di raccolta e redistribuzione di soldi facili, si sorregge piuttosto su un vero e proprio sfruttamento della manovalanza del piccolo spaccio, destinata a guadagnare non molto di più dei commessi di un fast food per rischiare ogni giorno di finire per anni in galera o di ricevere una pallottola nel cranio. Ciò che spinge molti ragazzi a incagliarsi in questa vita sostanzialmente priva di prospettive non è quindi un guadagno economico reale, ma piuttosto la speranza di entrare nella ristretta cerchia di insiders che, forti della loro posizione direttiva, hanno accesso al grosso dei proventi economici del commercio illecito di stupefacenti da posizioni relativamente protette tanto dalle indagini delle forze dell’ordine quanto dall’artiglieria dei nemici.

Secondo l’autore,

the academic job market is structured in many respects like a drug gang, with an expanding mass of outsiders and a shrinking core  of insiders,

per effetto di una dualization del mercato del lavoro in cui le garanzie stipendiali e di tutela della posizione professionale, correnti fino alla generazione precedente, si vanno trasformando in una condizione residuale. Chi ha fatto in tempo a rientrarvi non vi può essere allontanato, ma solo a prezzo di scaricare il peso di una situazione contrattuale sfavorevole al sempre crescente numero di dottori di ricerca, tutti ben preparati per i posti in palio e quindi destinati, se non prescelti, a formare una massa in pressione per la sostituzione di chi è giunto ad avere un posto precario e prova a far leva verso la stabilizzazione.

Se quindi l’idea ispiratrice di tanta fiction, per cui il crimine è in fin dei conti un ambiente più “onesto” nei confronti di chi lo pratica rispetto a tante professioni rispettabili, non regge, siamo comunque di fronte a un fenomeno ancora più inquietante, ovvero quello di un mondo del lavoro universitario, tradizionalmente caratterizzato da prestigio ed elevata reputazione sociale, che inconsapevolmente (o no?) quasi mutua i meccanismi più perversi dello sfruttamento insito nei rapporti di affiliazione alla criminalità organizzata per autoriprodursi.

L’aspetto del paper di Afonso che più dovrebbe impressionare il lettore italiano, poi, è il fatto che lo studio fonda le sue conclusioni sulle dinamiche di reclutamento invalse nell’ultimo quindicennio in Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, paesi che nel corso degli ultimi due secoli hanno rappresentato e rappresentano tuttora, a vario titolo, il riferimento d’obbligo per la costituzione di un sistema efficiente di produzione e diffusione della conoscenza. Se insomma nel nostro paese la situazione della professione accademica è particolarmente dura a causa dell’incapacità politica di produrre un piano di investimenti e dell’apparente irreformabilità di una governance destinata a perpetuare l’inerzia, è scorretto pensare che la proletarizzazione del lavoro intellettuale e la stagnazione del ricambio universitario siano nodi legati esclusivamente al declino del “sistema-Italia”. Ed è anche opportuno notare, come ho cercato di fare pochi giorni fa al convegno su giovani e ricerca scientifica tenuto alla Fondazione Einaudi di Torino, che sul piano storico, da quando l’insegnamento accademico si è sviluppato in professione, la diffusione di una selezione dei suoi praticanti meno crudele, meno classista e meno basata sull’ampliamento delle forze precarie disponibili in rapporto a quelle stabilizzate rappresenta un’eccezione limitata agli ultimi decenni.

Non si può dire perciò di essere di fronte a una degenerazione dovuta all’implementazione di cattive politiche in un’area geografica, o all’inquinamento “neoliberale” di pratiche prima funzionali ed eque. Forse, più semplicemente, stanno mostrando la corda i fragili, perché eccezionali, equilibri socio-economici che tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta hanno reso possibili procedure che solo nella memoria generazionale nostra e dei nostri genitori appaiono “normali” e “dovute”. Cercare di tirare in lungo dispositivi dei quali sono venute meno le basi operative non è una soluzione praticabile nel medio-lungo periodo, e forse più che della nostalgia per quando le cose “andavano bene” avremmo bisogno di un ripensamento radicalmente innovatore delle politiche sul lavoro qualificato. E non solo per l’università.

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