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pubblicato: lunedì, 4 luglio, 2016

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Morto Elie Wiesel, per lui l’unico Olocausto era quello del popolo ebraico

Il volto di Elie Wiesel

Morto Elie Wiesel, per lui l’unico Olocausto era quello ebraico

Sabato 2 luglio 2016 è morto Eliezer Wiesel, detto Elie. Subito non ne ho parlato, non sapevo se farlo; ho preferito aspettare un giorno in silenzio. Ho deciso alla fine di scrivere, ma non aspettatevi un’agiografia.

Massimo rispetto per la vicenda personale nei campi di concentramento nazisti, grande comprensione anche per l’esigenza di divulgare e di scrivere; quella ce l’ho anche io, ci mancherebbe. Ma mi si permetta di storcere il naso per la sua “fama”, iniziata con la Guerra dei Sei Giorni e con la conseguente occupazione dell’intero Sinai (e non solo) da parte di Israele.

“Malgrado le forti pressioni, ho rifiutato di prendere pubblicamente posizione sul conflitto arabo-israeliano”, disse in modo pilatesco Wiesel nel suo libro di memorie “And the ea Is Never Full” pubblicato nel 1999.  Frase che stride un po’ con quella tratta dal discorso del 1986 in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la Pace, che si ritrova citata persino in alcuni libri di ideologia vegana: “Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, mai il torturato”. In tale occasione, a onor del vero, si diceva “sensibile alla condizione dei palestinesi ma ne condanno i metodi”. Stentava però a condannare i metodi dell’esercito israeliano, perché, in fondo, riteneva naturale che quelle fossero le sue priorità: Israele, il destino degli ebrei, gli ebrei nei paesi arabi, la lotta all’anti-semitismo. Alla fine riconobbe di non aver fatto abbastanza per il popolo palestinese.

Wiesel e la mistica dell’Olocausto

Con definizioni che tendono ad ostacolare la ricerca storica – perché secondo lui anche le camere a gas dovrebbero stare “al riparo da sguardi indiscreti e dall’immaginazione” – l’Olocausto degli ebrei sarebbe “unico” e “incomprensibile”; Wiesel ha aperto così ad una vera e propria “religione misterica”, definizione dello storico Peter Novick, che nel suo studio “The Holocaust in American Life” (2000) parlava apertamente di “olimpiadi del vittimismo”. L’Olocausto, secondo Wiesel, “è un sacro mistero, il cui segreto è ristretto alla cerchia sacerdotale dei sopravvissuti”; esso “conduce nelle tenebre”, “nega tutte le risposte”, “non può essere spiegato né visualizzato”, “sta al di fuori, anzi al di là della storia”, è una “mutazione di scala cosmica”, “l’avvenimento ultimo, il mistero definitivo impossibile da comprendere o trasmettere”. Quindi “non possiamo nemmeno parlarne”.

Norman Finkelstein, figlio di sopravvissuti ebrei del ghetto di Varsavia e del campo di sterminio di Auschwitz, si domandava allora perché Wiesel chiedesse un onorario di 25000$ – più limousine e autista – per annunciare che il segreto della verità di Aushwitz “giace nel silenzio”. Di fronte a chi definiva “Olocausto” altri genocidi, come quello degli armeni, oppure quello dei giapponesi dopo i bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki, Elie Wiesel reagiva sempre indignato per difendere l’unicità di quello degli ebrei, che al contempo sarebbe “assoluto e universale”. Questa contraddizione ha fatto concludere a Gilad Atzmon che Wiesel, essendosi preoccupato solo del “primato della sofferenza ebraica”, avrebbe “completamente omesso di trasformare l’Olocausto in un messaggio universale”. Tant’è che non fece nulla per inserire almeno uno zingaro, dei tantissimi uccisi nei campi (ebrei e zingari furono sterminati, se rapportati alla numerosità della popolazione allora presente, nella stessa proporzione), al museo commemorativo Yad Vashem; ambiguo anche il suo ritiro nel 1982 da una conferenza in cui, nonostante la contrarietà del governo Israeliano, si sarebbe dovuto parlare anche di genocidio degli armeni, sebbene Wiesel abbia tentato di descrivere tale gesto come segno di solidarietà verso gli armeni, per i quali, va comunque detto, nel 2000 firmò insieme a 126 studiosi una dichiarazione congiunta in cui invitava i governi occidentali a riconoscere il genocidio.

Vestito a righe con stella di David su filo spinato in un campo di concentramento descritto da Wiesel

I silenzi di Elie Wiesel

Wiesel, tra le tante cose, sosteneva che, liberato da Buchenwald, a 18 anni, avesse letto la “Critica della Ragion Pura”, di Kant, in lingua yiddish. Peccato che in quella lingua quel libro non fu mai tradotto. Inoltre, egli aveva ammesso che in quel periodo era completamente a digiuno di grammatica yiddish.

E, come riporta il professore Daniel A. McGowan, Wiesel rimase muto quando Israele fece rapire, drogare e sequestrare Mordechai Vanunu, ex tecnico nucleare che nel 1986 aveva rivelato informazioni al Sunday Times sull’arsenale nucleare israeliano, mentre era in Italia. Vanunu non fu ucciso dal Mossad solo perché era ebreo, ma fu condannato a 18 anni di carcere, di cui 11 scontati in completo isolamento e subendo torture inumane. E poi carcerato una seconda volta per aver tentato di uscire da Israele per andare in Cisgiordania, nonostante lo stato ebraico la consideri proprio territorio; a Vanunu, adesso rilasciato, è stato ripetutamente vietato l’espatrio. Di fronte a tutto ciò, non una parola da parte di Wiesel, che lo continuava a considerare un traditore di Israele, anziché un eroe del disarmo nucleare. Il Premio Nobel invece si spese per la libertà della spia israeliana Jonathan Jay Pollard e del finanziere Marc Rich, reo confesso per traffici illeciti.

“Esperto incontestabile dell’epoca dell’Olocausto” ma anche “sacerdote” di questa nuova ideologia su cui unicamente si fonda l’esistenza e l’espansione militare di Israele, Wiesel si distinse anche per aver difeso l’impostore Jerzy Kosinski, truffatore letterario per sua stessa ammissione, che guadagnò qualche soldino inventandosi di sana pianta esperienze autobiografiche in qualità di sopravvissuto dell’Olocausto.

Wiesel non ha mai riconosciuto il genocidio palestinese

Questo in sintesi è stato il contributo di Wiesel all’odiosa “industria dell’Olocausto” – definizione del già citato Finkelstein – ossia come il tragico avvenimento storico e la sofferenza del popolo ebraico continuino ad essere sfruttati per fini economici e politici. Ignorando che anche il popolo palestinese sta subendo un dolorosissimo genocidio, o perlomeno evitando bene di paragonarlo all’Unico Olocausto. Anzi, sarebbero stati i palestinesi di Hamas ad essere i “nazisti” di oggi, apponendo così la sua firma ad un appello a pagamento comparso nell’agosto 2014 su New York Times, Wahsington Post e altri media internazionali. Suscitando la comprensibile indignazione di 327 ebrei sopravvissuti e discendenti di sopravvissuti e vittime del genocidio nazista che si sono detti “disgustati e oltraggiati dall’abuso fatto da Wiesel della nostra storia in quelle pagine per giustificare l’ingiustificabile”, come i bombardamenti israeliani al fosforo bianco su case, scuole, ospedali e rifugi ONU allo scopo di annientare Gaza.

A Wiesel non posso che preferire l’onestà intellettuale di Primo Levi: “Ognuno è l’ebreo di qualcuno”; qualcuno ha precisato che “oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”.

Pace all’anima di Wiesel, che potrà così incontrare i miliardi di morti negli altri olocausti che la Storia, banco da mattatoio, ha lasciato nel suo farsi.

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