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pubblicato: venerdì, 16 agosto, 2013

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Appunti per un’anatomia del concetto di neoliberismo

Tempo fa mi è capitato sotto mano questo interessante articolo di Taylor Boas e Jordan Gans-Morse  che tratta di una questione che riguarda abbastanza direttamente il dibattito politico italiano e che effettivamente mi frullava in testa da tempo: negli ultimi anni, alla diffusione del termine neoliberismo, in inglese “neoliberalism”, nel dibattito politico e culturale sulle politiche pubbliche è spesso corrisposta un’assenza di sforzo definitorio del concetto, che ha portato spesso il termine a connotarsi come un generico, e impalpabile, strumento di condanna di ciò che non ci piace.

Studiandone l’occorrenza e la frequenza di utilizzo nelle diverse accezioni, gli autori chiariscono che il termine, nel suo uso in lingua inglese,

has undergone a striking transformation, from a positive label coined by the German Freiberg School to denote a moderate renovation of classical liberalism, to a normatively negative term associated with radical economic reforms in Pinochet’s Chile.

Lasciando un po’ da parte il percorso piuttosto complesso che i due autori presentano, e a cui rimando chi fosse interessato per approfondimenti più solidi e documentati, provo a semplificare un po’ i passaggi di questa strana storia limitandomi ad analizzare alcuni eventi storici di portata epocale. In poche parole, l’idea della necessità di elaborare un “neoliberalism” si diffonde quando, con la pubblicazione di The Good Society nel 1937, il pubblicista e analista politico Walter Lippmann aprì un ideale tavolo di confronto per una “Agenda of Liberalism”, ovvero per un dibattito sull’individuazione di proposte volte a declinare i principi fondamentali della politica liberale di fronte alle sfide di una modernità, dopo decenni di crisi della proposta politico-economica e politico-sociale del liberalismo classico ottocentesco, e in un momento cruciale in cui simili temi erano ritenuti ormai del tutto superati dalle prospettive ideologiche più radicali, ed erano rimessi in discussione in modo fino a pochi anni prima imprevedibile dalla sfida dei totalitarismi.

Da questo confronto uscì definitivamente consacrata, anche sul piano teorico dopo il successo sul piano del consenso popolare, l’opzione più chiaramente “di sinistra” di “modern liberalism”. Si tratta della proposta programmatica identificabile con la linea politica e amministrativa del New Deal, e con figure che vanno da Franklin Delano Roosevelt a Lyndon Johnson. Si trattava di un orientamento in cui la promozione e la diffusione del pieno accesso ai diritti civili si coniugava, e quasi era impensabile senza, a un attivo ruolo dello stato per regolare la vita economica in senso egualitario e “protettivo” nei confronti di tutti. Per farla breve, questa concezione è stata espressa nel modo più efficace da Roosevelt nel suo celebre discorso al congresso del 6 gennaio 1941, noto come Four Freedoms Speech. Nel delineare la posizione americana di fronte al conflitto mondiale in corso che vedeva gli USA ancora neutrali, il presidente rispondeva indirettamente anche a chi accusava l’interventismo economico del New Deal di accrescere oltremisura il potere statale, limitando la libertà individuale e aprendo la strada all’autoritarismo. Per Roosevelt, infatti, la “libertà di parola e di espressione” e la “libertà di religione”, classici limiti “negativi” imposti dal Bill of Rights della Costituzione americana al potere politico, potevano avere senso solo se accompagnate dalla garanzia per tutti gli uomini delle altrettanto inalienabili “libertà dal bisogno” e “libertà dalla paura”, diritti che potevano e dovevano essere promossi direttamente da interventi del potere statale. Lungi dall’essere in contrapposizione, insomma, nell’età delle masse e della rivendicazione del benessere e dei diritti per tutti libertà individuale e intervento statale nella regolazione della vita civile ed economica erano complementari.

Questa linea d’azione, come sappiamo, si impone in modo così deciso da occupare, almeno nel linguaggio politico americano, l’intera area concettuale individuata dall’aggettivo liberal, che infatti ancora oggi contraddistingue i programmi che individuano nell’impegno dello stato nel raccogliere e investire risorse per garantire l’accesso a tutta la cittadinanza a livelli minimi di benessere e a servizi di buona qualità un necessario fondamento preliminare all’esercizio universale delle libertà.

E al di là dello specifico “slittamento” semantico avvenuto, secondo gli autori del saggio da cui sono partito, di fronte alla politica economica del Cile di Pinochet, questo elemento appare fondamentale per il consolidamento del nuovo lemma neoliberal nel secondo dopoguerra. È infatti soprattutto in contrapposizione a questa definizione di liberal che, negli anni Sessanta-Settanta, si identifica (per lo più da parte degli avversari) come neoliberal l’atteggiamento di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, che riprende più direttamente le idee classiche della netta e permanente limitazione del ruolo dello stato nella partecipazione alle attività produttive di beni e servizi, nella gestione della ricchezza prodotta dalla società e nella regolamentazione delle procedure di scambio nell’ambito del mercato di merci e lavoro, in poche parole nella sua “riduzione” sia sul piano degli interventi normativi, sia soprattutto sul piano delle dimensioni dei suoi investimenti e del suo costo.

Liberals e neoliberals non erano divisi sulla necessità di garantire la promozione e la salvaguardia della libertà individuale dal punto di vista tanto politico che economico, accettata come prospettiva generale da entrambi. Diversi, anzi opposti, erano gli strumenti. Dal punto di vista degli “eredi di Roosevelt” che rivendicavano per sé il ruolo di “veri” liberals, per generale semplificazione polemica i neoliberals hanno finito per diventare essenzialmente coloro che puntavano alla riduzione indiscriminata della presenza dello stato nella vita sociale e della sua possibilità di raccogliere e investire risorse, non tanto nell’ottica di una promozione dei diritti di libertà individuali che non erano in alcun modo attaccati dalla nuova politica di redistribuzione e di servizi pubblici accessibili, quanto in una prospettiva puramente e semplicemente di conservazione degli assetti sociali esistenti, addirittura col rischio di condurre, più o meno consapevolmente, a un irrigidimento autoritario.

Provo a fare un esempio in un settore che mi è familiare. Negli anni Ottanta Margaret Thatcher intervenne pesantemente sul budget del sistema di formazione superiore britannico, con una netta riduzione degli investimenti diretti e una maggiore richiesta di esborso da parte degli studenti, senza alcun piano (che già sarebbe stato discutibile, visto che si tratta di un settore in cui l’impianto di strutture di buona qualità in sostituzione di quelle attive richiede tempi lunghi che un paese sviluppato non può permettersi di passare senza unità di formazione efficienti) di graduale e consapevole apertura ai privati del “mercato” dell’istruzione universitaria. Al di là delle profonde difficoltà sociali create per l’accesso alla formazione superiore per le classi meno abbienti il risultato, secondo i critici che definiscono questa un esempio di politica neoliberal, non è stato quello, compatibile con una “sana” politica liberale, di ridurre il ruolo del potere pubblico nell’orientamento degli studi e delle ricerche, ma caso mai di accrescerlo. La riduzione dei fondi ha infatti accresciuto il potere di ricatto del governo nei confronti del corpo docente e delle locali amministrazioni universitarie, e si è tradotto nel sostanziale allineamento delle dirigenze degli atenei a qualunque direttiva.

Questo percorso dovrebbe chiarire quanto, già in inglese, sia diventato scivoloso l’uso di un termine maturato in dibattiti e polemiche sul ruolo della libertà e del mercato ma finito, nella sostanza, per riferirsi alla generalizzazione delle conseguenze discutibili e negative di alcuni casi specifici che potrebbero essere criticati in modo più puntuale attraverso spunti più diretti e meglio identificabili. Ancora più scivoloso rischia di essere l’uso del suo sbilenco calco italiano, il termine neoliberismo. Già la scelta della composizione della parola indica una certa difficoltà, visto che non ha avuto alcuna fortuna, anzi, è quasi impossibile da trovare il più fedele neoliberalismo, e la cosa non è senza significato. Il tutto nasce dall’idea, generata da alcune semplificazioni con cui Giovanni Sartori ha presentato e divulgato degli interventi tra l’analtico e il polemico di Benedetto Croce, che per “liberismo” si intenda nel dibattito italiano il “liberalismo economico” contrapposto al “liberalismo politico”, e che (secondo un’idea che, in termini più complessi, è stata espressa da autori che hanno presentato con accenti critici l’involuzione conservatrice del liberalismo classico ottocentesco, come il britannico Harold Laski di The Rise of Liberalism) proprio il passaggio dalla promozione del valore della libertà in politica alla tutela del laissez-faire economico abbia rappresentato il punto di svolta del liberalismo da dottrina e pratica politica progressista e finanche rivoluzionaria, nei suoi accenti di ostilità all’ordine costituito d’antico regime, a cultura socialmente conservatrice posta a guardia dell’ordine “borghese”.

Tutto questo però può essere soggetto a una profonda ridiscussione. Croce, infatti, aveva elaborato quella distinzione per “liquidare” in un concetto univoco le critiche ricevute per la sua concezione di liberalismo da Luigi Einaudi, nell’ambito di un dibattito i cui episodi sono poi stati raccolti in un’agile antologia intitolata appunto Liberalismo e liberismo. Se si vanno a vedere i termini della critica dell’economista piemontese, però, le cose erano più complesse. A fronte del liberalismo crociano, che più che una dottrina politica era una concezione filosofica che intendeva individuare l’essenza storica etico-politica dell’uomo nel dispiegarsi in essa dello Spirito attraverso la “libera gara” tra idee, figure e proposte, Einaudi proponeva un agire liberale inteso come il perseguimento di un preciso ambiente di relazioni politiche, sociali ed economiche, in cui gli individui potessero convivere nella libertà e nel pacifico confronto ed esprimersi e realizzarsi senza preclusioni e ostacoli, e che (qui stava la differenza) doveva essere costruito dal potere politico, e da esso promosso e continuamente difeso. Lungi dall’essere un sistema fondato sul “ritiro” dello stato al minimo delle sue competenze e su un ritorno (diciamo così per brevità) della legge della giungla in cui vince il più forte, il “liberismo” einaudiano era un sistema di sviluppo delle libertà individuali che necessitava di una precisa affermazione e istituzione, e che si contrapponeva al modello di stato che il pensatore italiano aveva davanti a fine Ottocento quello sì intrinsecamente destinato a una degenerazione autoritaria: la volontà delle istituzioni di intervenire direttamente per la raccolta e l’allocazione di ogni forma di spesa sulla base di un “interesse nazionale” sempre più invadente era infatti causa sia di manifesta disuguaglianza, perché la sopravvivenza economica e l’affermazione sociale erano determinate dalla contiguità dei gruppi di pressione ai centri del potere, sia di conservazione sociale, per via del particolare rapporto delle classi dominanti con i detentori delle responsabilità decisionali.

Il “liberismo” che Croce attribuiva Einaudi si trovava quindi ad avere, nel contesto in cui era maturato, un ruolo progressista che decenni di tradizione di battaglie culturali della sinistra liberale avrebbero confermato. E ciò avvenne (e avviene tuttora) perché, rispetto ad altri contesti sociali con cui troppo frettolosamente ci si confronta, in Italia la società aperta, gli spazi di affermazione individuale e la garanzia dell’accesso universale ai diritti non sono mai stati garantiti, ma sono sempre stati nel migliore dei casi il frutto di concessioni dell’autorità o la conseguenza della partecipazione a gruppi politici e sociali dotati di qualche voce in capitolo.

L’ingresso in Italia a cascata dal contesto anglosassone del “neoliberismo”, derivazione di un “neoliberalism” che già nel suo contesto originario si è mostrato problematico, non sta facendo altro che aggravare ulteriormente una semplificazione retorica già prima in atto, ovvero quella che bolla il tentativo di promuovere la tanto desiderata libertà nei rapporti sociali e nella vita economica, da noi indispensabile, con politiche di restrizione unilaterale degli investimenti statali in settori che con retoriche di efficienza, ma nei fatti con modi quasi autoritari sono individuati come “non strategici” e quindi semplicemente cancellati.

Di fronte a questa opera di delegittimazione ritornano in mente parole che avevo udito da un commentatore economico un paio d’anni fa: se Berlusconi riesce a convincere che è “sostegno al libero mercato” il suo programma di riduzione per decreto delle spese necessarie al fine di continuare a finanziare lo spreco e il malaffare su cui si basa il suo consenso, l’ostilità nei confronti delle urgenti e non prorogabili riforme di liberalizzazione e di apertura dei mercati saranno la sua eredità più dolorosa e più difficile da smaltire.

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