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pubblicato: mercoledì, 21 maggio, 2014

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La sfida (e le incognite) di U-Multirank, il ranking universitario europeo

Those who make league tables with our data run the risk of making serious methodological mistakes & misinforming their audiences.

Così, il 16 maggio scorso, avvertiva il profilo Twitter di U-Multirank, il nuovo sistema di ranking internazionale degli istituti universitari promosso e sostenuto dalla Commissione europea, messo a disposizione degli utenti in versione sperimentale tre giorni prima.

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Un simile avviso già lasica capire la posizione del tutto particolare, e fondamentalmente controcorrente, che il nuovo dispositivo di aggregazione e analisi dei dati disponibili sugli atenei del mondo intende assumere. In un “mercato” di strumenti di valutazione e comparazione sempre più affollato, che spesso incontra un’utenza incompetente di futuri studenti e di semplici curiosi, negli ultimi anni la semplicità e l’indebita semplificazione dei risultati del confronto tra le performance delle istituzioni accademiche hanno rappresentato uno dei punti di forza dei ranking che hanno acquisito con maggiore facilità l’attenzione del grande pubblico e dei mass media non di settore. Così, le classifiche del Times Higher Education o dello Shanghai Ranking hanno acquisito forza e pervasività proprio nella misura in cui si sono presentate come unilaterali e prive di sfumature, fino a produrre, per reazione, l’allontanamento di chi rifiutando questa presentazione dei risultati ha finito per destituire di ogni significato anche i dati statistici grezzi, frutto di un lavoro di ricognizione serio e rigoroso e per questo degni di nota per la qualità delle informazioni che potevano portare, se opportunamente destrutturati e compresi.

L’obiettivo tecnico del consorzio che gestisce U-Multirank, e di cui fanno parte i principali istituti per lo studio delle Higher Education Policies dell’Europa continentale, è insomma quello di riportare lo strumento della comparazione tra le istituzioni al suo originario ruolo informativo e di promozione della trasparenza nei rapporti tra università da un lato e studenti e utenti sociali della diffusione dell’alta cultura scientifica dall’altro. Per questo, la caratteristica fondamentale dei ranking proposti dal nuovo sistema è (e sarà ancor di più man mano che la banca dati si arricchirà) quello della multidimensionalità. Gli atenei vedranno valutati i dati della loro produzione, del loro impegno finanziario e della loro stabilità sul mercato formativo e professionale nei diversi campi del sapere, ai diversi livelli di formazione offerta, secondo prospettive di produzione scientifica regionali o globali, sulla base del profilo dell’utente che richiede le informazioni e del suo ruolo di studente, ricercatore, amministratore locale o policy maker. L’idea è quindi quella di valorizzare elementi del ruolo socio-culturale degli atenei spesso sottovalutati o sostanzialmente ignorati dalle classifiche monodimensionali focalizzate sulla circolazione internazionale dei prodotti di ricerca e dei programmi dottorali nelle discipline in cui il “mercato” del sapere è più integrato e denazionalizzato. L’investimento di personale e fondi nell’insegnamento di base, l’impatto sul tessuto produttivo locale, l’impegno nelle outreach activities, possono quindi diventare elementi da considerare per chiarire il ruolo che un centro di istruzione superiore e di ricerca svolge rispetto al mondo che lo circonda.

Naturalmente, sotteso a tutto questo sforzo di “rinnovamento” nell’uso della comparazione tra le performance  è anche un problema di carattere politico. La necessità di rivedere criticamente i fondamenti dei ranking “tradizionali” è emersa, nell’Europa continentale, soprattutto di fronte alla progressiva e costante svalutazione dei propri sistemi di istruzione superiore, con dati la cui modestia andava sicuramente ben al di là degli effettivi problemi riscontrati, e soprattutto con la stridente contraddizione rispetto allo sforzo di rendere l’Europa “la più competitiva e dinamica economia basata sulla conoscenza” attraverso il Bologna process e la creazione di uno spazio continentale integrato di alta formazione e ricerca. Questo fallimento ha ormai finito per ripercuotersi sulla reputazione diffusa dei centri di alta formazione e di ricerca europei, con le prime conseguenze misurabili sulla frequenza con cui studenti e studiosi di livello scelgono il vecchio continente come meta per i loro viaggi di studio o per i trasferimenti definitivi. Prendendo atto del fatto che l’individuazione degli elementi costitutivi delle graduatorie non è mai “neutro”, ma è sempre orientato sulla base del modello di università che si intende promuovere, U-Multirank si propone di promuovere un modello “europeo-continentale” di approccio alla conoscenza accademica, fondato sull’interazione con un tessuto sociale complesso e non necessariamente riducibile ai risultati di pochi hub costruiti artificialmente nel deserto, troppo spesso sopravvalutati dai piazzamenti lusinghieri di atenei recentemente istituiti nei paesi in via di sviluppo col compito quasi esclusivo di scalare i ranking senza alcun riferimento al loro impatto reale.

È proprio su questo punto, però, che si rivelano alcune incognite nel progetto d’insieme di U-Multirank. Intendiamoci: le critiche al modello di pratica accademica che i ranking monodimensionali hanno promosso negli ultimi anni, e che più ancora ha contribuito a standardizzare l’assunzione acritica sul piano normativo e politico dei loro risultati, nonostante tutti i caveat avanzati anche dai produttori stessi delle graduatorie informative, sono più che fondate, come hanno fatto notare vari professionisti di vaglia dell’higher education management, non ultimo il canadese Alex Usher, animatore della Higher Education Strategy Association. E allo stesso modo è degno di elogio il tentativo di proporre un nuovo modello di valutazione informativa della qualità accademica, proponendo il proprio operato come yardstick a cui il resto del mercato potrà adeguarsi per un uso più consapevole e fruttuoso dei dati disponibili, piuttosto che incaponirsi nella stesura di nuove classifiche non meno inattendibili delle altre, col rischio di dare nuova vitalità all’operato che si è voluto criticare. Al di là di questo, però, resta da chiarire come mai questa attenzione alla pluralità dei modi in cui si può esprimere il potenziale delle istituzioni accademiche nella vita sociale e istituzionale inizi a godere di questa attenzione proprio quando risulta chiaro che l’Europa del Bologna process non riesce posizionarsi meglio nelle graduatorie dettate da quei criteri di eccellenza nella ricerca e internazionalizzazione spinta che i piani di sviluppo universitari europei avevano assorbito senza particolari schermi critici negli anni Novanta.

Questo elemento, che lascia intravedere nella volontà di ristrutturare la fruizione dei dati sugli atenei una sorta di effetto “volpe e uva” e che sicuramente porta a sospendere il giudizio sull’attendibilità dei valori, da verificarsi poi nel lungo periodo, va ad aggiungersi a tutte le criticità proprie di un progetto ancora in fase iniziale. Infatti, nel consolidamento dei rapporti istituzionali e dei canali informativi con le realtà extraeuropee U-Multirank sconta lo svantaggio comparato di attività consimili in piedi da più tempo, la diffidenza per un sistema di elaborazione dei dati percepito (non senza fondamento) come ostile da parte delle realtà maggiormente considerate nei ranking tradizionali, e soprattutto una campagna stampa a tratti piuttosto critica da parte proprio del Times Higher Education, principale competitore del nuovo ranking e maggiore magazine specializzato per l’informazione universitaria a livello mondiale. A ciò poi va aggiunta la tendenza, comune a tutte le istituzioni europee, a irrigidirsi in una deriva dirigista in cui le iniziative conoscitive finiscono per essere utilizzate impropriamente come oracoli nel momento in cui si devono elaborare dall’alto le normative di settore. Questo utilizzo sconsiderato di una piattaforma che mostra di poter offrire se non altro il vantaggio della dinamicità e del pluralismo nei risultati sarebbe, più di ogni altro ostacolo, la vera pietra tombale per l’esperimento.

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