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pubblicato: mercoledì, 17 settembre, 2014

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“Università antifascista” a nostra insaputa? Note su ricerca storica e culto pubblico della memoria

Il 2 settembre è stato presentato a Pisa il progetto Via libera, promosso dal locale comitato ANPI in collaborazione col Comune e col patrocinio della Presidenza del consiglio, a celebrazione del settantesimo anniversario della liberazione della città durante la Seconda guerra mondiale. Come spiegato dagli organizzatori l’iniziativa prevede, in particolare, una “guida multimediale dei luoghi della Resistenza”, attraverso l’affissione di targhe segnaletiche apposte nei luoghi significativi e dotate di “qr-code che danno modo di accedere online a numerosi contenuti”.

Tra tutte le targhe ha attirato la mia attenzione quella relativa alla Scuola Normale.

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Sulla questione ho sviluppato un interesse di ricerca intenso,  e ho prodotto alcune pubblicazioni sull’ampliamento delle strutture residenziali della Scuola alle facoltà di Giurisprudenza e Medicina durante la direzione di Giovanni Gentile, e sulle implicazioni di un simile progetto nello sviluppo della scuola di studi corporativi installata allora a Pisa per interessamento di Giuseppe Bottai. Questi miei lavori non hanno rappresentato il segno dell’interesse isolato di un cultore della storia accademica locale. Nell’ultimo ventennio il tema ha avuto uno sviluppo sensibile, e nel 2007 il convegno Le vie della libertà, organizzato dalle istituzioni universitarie pisane di concerto con i principali riferimenti istituzionali, aveva raccolto alcuni spunti e messo a confronto le nuove proposte di ricerca con la rielaborazione memorialistica. Sembrava a quel punto acquisita l’elaborazione di un quadro locale complesso, parte di una situazione generale irriducibile a definizioni semplificate.

Intendiamoci: la descrizione offerta dalla targa per cui

molti studenti e docenti della Scuola Normale Superiore e di tutto l’Ateneo pisano riuscirono ad emanciparsi dalla cultura imposta, promuovendo una libertà di pensiero e giustizia morale sulla quale si consoliderà l’ideologia antifascista,

ha un certo fondo fattuale. Negli anni del regime, ampi settori del corpo docente svilupparono meccanismi di difesa dalle interferenze e reclamarono la propria autonomia nell’organizzazione scientifica e didattica, anche sulla scorta degli spunti intellettuali di un direttore della Normale, Gentile, nel cui pensiero trovavano una coniugazione tipicamente idealistica autoritarismo sociale e morale e piena libertà di spirito e di indagine conoscitiva. D’altro canto, nel corso dei difficili anni della guerra un buon numero di studenti e giovani laureati messo di fronte alla necessità di scelte di vita radicali prese la decisione di aderire ai gruppi partigiani, spesso giungendo all’estremo sacrificio, e seguendo un percorso di maturazione personale che in precedenza aveva portato alcuni loro compagni di studi a partire per la Spagna come volontari nelle forze repubblicane. È altrettanto vero che per queste frizioni l’ambiente accademico pisano, come quello di altre città universitarie, fu oggetto di sospetto e di una discreta ma insistente attenzione da parte degli organismi di pubblica della polizia.

Limitare l’esposizione a questo aspetto, tuttavia, è scorretto, perché si tratta di una interpretazione unilaterale e fortemente selettiva dei dati in nostro possesso. In primo luogo, nella reazione aperta o più spesso sotterrane ai tentativi governativi di mise au pas del personale docente universitario attraverso controlli sulla carriera, verifiche e iscrizioni forzate al partito è difficile sciogliere i complessi intrecci tra “resilienza” al potere autoritario e riaffermazione della propria autonomia di status. Allo stesso modo, quello di intercettare nel corpo studentesco preso in blocco precoci orientamenti consapevolmente “antifascisti” è esercizio scivoloso: spesso la circolazione di materiale politicamente sospetto avveniva attraverso canali tutt’altro che estranei agli ambienti di regime, nell’ambito di un confronto dialettico continuo tra ambienti a vario titolo radicali e conservatori, spesso legati alle fortune personali di gerarchi e maggiorenti locali. In questi termini poteva essere letto, ad esempio, il grande successo della letteratura “sociale” sulle esperienze del sindacalismo rivoluzionario e del “planismo” internazionale che caratterizzò all’inizio degli anni Trenta il consolidamento dei corsi di studio corporativi nell’ateneo pisano e nel collegio giuridico dedicato a Mussolini, destinato a divenire sospetto man mano che procedeva la svolta autoritaria della cultura del regime promossa dal progressivo affermarsi di figure come De Vecchi e Starace.

Insomma, se è vero che scuola e università non svolsero, per “anticorpi” interni tanto quanto per tare endogene del fascismo-regime su cui si è ampiamente dibattuto da De Felice in poi, il compito di formazione di una nuova classe dirigente fascista, ancor meno esse furono incontaminata palestra di opposizione. Le domande sul grado di fascismo e di antifascismo di gruppi e istituzioni non sono produttive e devono essere sostituite da griglie interpretative meglio rispondenti ai dati di fatto. La realtà delle scelte personali di studenti e giovani intellettuali è infatti decisamente più varia, e spesso determinata da situazioni e occasioni contingenti.

Per quanto riguarda il caso specifico della Normale, vale ad esempio la pena notare che l’arruolamento di molti studenti dopo la sospensione dei rinvii per motivi accademici nelle fila della Regia marina ha rappresentato un elemento importante per garantire che molti di loro si trovassero, nell’estate del 1943, nelle regioni del Sud occupate dagli Alleati, e decidessero di restare al servizio del governo del Re, a differenza, ad esempio, del laureato del collegio Mussolini Enzo Pezzato, ritrovatosi a passare la guerra negli uffici amministrativi del natio Veneto fino a diventare direttore del principale giornale del fascismo repubblicano e ad essere ucciso dai partigiani negli ultimi giorni del conflitto. Anche la frequenza con cui gli studenti formatisi nei circuiti di eccellenza pisani negli anni Trenta assursero ai vertici della vita politica e della gestione economica del paese è legata più a fattori di ricambio generazionale e di continuità nelle concezioni d’insieme della gestione dello Stato tra fascismo e postfascismo che a una loro particolare preparazione alle dinamiche della democrazia dei partiti. L’unico dato effettivamente suggestivo sembra piuttosto essere che la precoce esposizione alla vita degli organismi studenteschi e al dibattito pubblicistico abbia rappresentato una “scuola di responsabilità” che li condusse ad affrontare in prima linea le conseguenze delle loro decisioni.

L’idea dell’approdo antifascista pressoché automatico delle élites culturali della gioventù italiana, comunque, ha radici profonde nel nostro dibattito pubblico. Quasi coetaneo degli studenti pisani qui considerati, Ruggero Zangrandi parlò fin dal 1948 del Lungo viaggio attraverso il fascismo compiuto negli anni tra liceo e università dalla sua generazione, scandito da tappe destinate a ritrovarsi in numerosi costruzioni memorialistiche degli stessi ambienti come l’adesione ideale e ingenua a un fascismo che presto si scopriva inesistente e la “fronda” che caratterizzava, sui fogli giovanili dei GUF, prese di posizione in realtà leggibili da occhi educati in un senso di decisa opposizione all’ordine autoritario. Questo tipo di  lettura aveva avuto fin dalla liberazione una sorta di espressione ufficiale in una realtà come quella di Pisa, dove il rettore (e direttore della Normale) scelto dagli Alleati, Luigi Russo, cercò immediatamente di reagire all’evidente coinvolgimento dell’establishment accademico locale ad alcune delle maggiori iniziative culturali di regime, dal tentativo gentiliano di restituire centralità alla Normale alla creazione di uno dei principali centri di studi corporativi. Nel suo discorso di apertura dell’anno scolastico 1944-45, parole come

i giovani sono testimoni della nostra opera di insegnanti, intesa a portare chiarezza dove c’era confusione e torbidezza passionale. Non si parlava di politica dalla cattedra […]; ma la chiarezza e la severità nel campo scientifico si estendeva necessariamente anche nel campo politico […]. L’università di Pisa […] fu forse all’avanguardia di questa reazione antifascista… [grazie alla presenza della] Scuola Normale Superiore […] [e del] Collegio economico-giuridico Giuseppe Mazzini (come è stato ribattezzato, per lavacro purificatore, l’istituto che portava un assai tristo nome),

tratteggiarono un quadro per cui la cultura accademica non “si arrese” alla sua speculare opposizione rappresentata dal fascismo, e diedero corpo a una politica di riammissioni alla Scuola attenta alla ricostruzione della collocazione assunta di ragazzi negli anni di guerra.

Non è questa la sede per indagare le ragioni di un’adesione così ampia e duratura di questi spunti, e sul ruolo che questa narrazione catartica, quasi surrogato di un’epurazione mai messa a punto in modo soddisfacente, ha giocato nel ritardo nel “fare i conti con il fascismo”. Qui importa mettere in chiaro che appiattire la vicenda del mondo universitario pisano sul titolo LA SCUOLA ANTIFASCISTA significa accettare acriticamente un racconto sedimentatosi tra memorie individuali e necessità politiche, buttando a mare gli efficaci e raffinati strumenti concettuali con cui gli studiosi hanno aggiornato gli studi affrontando il problema della costruzione e della rielaborazione della memoria e del suo influsso sulla trasmissione del passato. E questo sebbene per il progetto in questione sia stata richiesta la consulenza di studiosi informati sugli ultimi sviluppi dello stato dell’arte, coinvolti per garantire al progetto una copertura scientifica a prova di polemiche, ma ascoltati solo finché le interpretazioni a loro disposizione collimavano con una lettura celebrativa consolidata, ritenuta fondativa della legittimità della democrazia antifascista.

Questa reazione dei soggetti politico-istituzionali alla storia e al suo uso pubblico non rappresenta un caso eccezionale. Parlando della forma di identificazione collettiva maggiormente legata alla reintepretazione del passato, nella sua conferenza Che cos’è una nazione del 1882 Ernest Renan ha chiarito il concetto:

L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione della nazione; ed è per questo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità. […] L’essenza di una nazione, sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose.

Tuttavia, nel 2014 sarebbe lecito aspettarsi da chi si propone come depositario istituzionale e culturale della cittadinanza democratica un rapporto più maturo nei confronti del progresso della ricerca sul passato e del miglioramento qualitativo della sua esposizione e della sua lettura.

Il fatto che questa evoluzione nei rapporti tra cultura politica e cultura storica non accenni a verificarsi si percepisce del resto considerando l’insistenza con cui negli ultimi anni stanno prendendo piede anche in Italia, sul modello di altri paesi europei, proposte di stabilire per legge sanzioni di fronte a dichiarazioni pubbliche tendenti a negare o a snaturare nel loro valore di verità fatti storici come le persecuzioni razziste e i genocidi del Novecento. Non è un caso che proprio gli storici di professione si siano spesso impegnati nell’opposizione a simili provvedimenti, che al di là del merito specifico dei temi direttamente affrontati rappresentano un pericoloso precedente in cui l’autorità pubblica si sostituisce alla libera ricerca nella determinazione delle “corrette” interpretazioni dei fatti. Il fatto che per ora simili provvedimenti legislativi si scaglino per ora contro opinioni scientificamente infondate, sostenute sulla base di bias ideologici evidenti da voci per lo più incompetenti, non rende meno pericoloso un atteggiamento che, se condotto alle sue estreme conseguenze sul tema trattato dalla targa commemorativa da cui siamo partiti, avrebbe l’effetto del tutto paradossale di porre nell’illegalità gran parte della comunità degli studiosi.

Anche senza assurde conseguenze penali, la scelta delle amministrazioni e delle associazioni di tutela della memoria pubblica del passato resistenziale di appiattirsi su un discorso narrativo che gli studi hanno contribuito a correggere e riorientare radicalmente rappresenta un pericolo a lungo termine per la qualità del processo democratico, fondata inevitabilmente sullo sviluppo delle capacità di pensiero critico della cittadinanza attraverso le riflessioni intellettualmente avanzate e non rituali che dovrebbero costituire l’obiettivo fondamentale delle sempre più frequenti occasioni di commemorazione di nodi fondamentali del nostro passato.

Il revisionismo radicale e ideologicamente condizionato non può affrontarsi con la contrapposizione di una “verità di Stato” rigida fino al rischio della mummificazione, ma attraverso la strada accidentata del confronto sui dati di fatto e sulla fondatezza e la solidità degli stimoli interpretativi. Qualunque scorciatoia di imposizione giudiziaria o di “congelamento” celebrativo del dibattito è destinata a fallire, e forse possiamo già misurare le conseguenze di un fallimento in questo campo. Sempre più spesso, la tendenza a concepire i giorni di memoria o ricordo di qualcosa come feste comandate liturgicamente ordinate spinge il pubblico a cercare al di fuori dei canali “ufficiali” soddisfazione a curiosità meno convenzionali, e porta proprio alla diffusione di quelle interpretazioni “alternative” di scarso valore culturale e pericolose negli orientamenti di fondo che il ricorso a un armamentario storiografico più spregiudicato riuscirebbe ad arginare con maggior successo.

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