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pubblicato: giovedì, 16 febbraio, 2012

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Genova, il PD e la sindrome delle primarie

genova

Le primarie del centrosinistra tenutesi il 12 febbraio a Genova hanno scatenato un vero e proprio terremoto politico interno al Partito Democratico, culminato con le dimissioni del segretario provinciale e di quello regionale dopo la sconfitta che le due candidate del PD hanno rimediato contro l’outsider Marco Doria, sostenuto da SEL.

[ad]Il copione ricalca in qualche modo quello di Milano, con il candidato espresso dal PD surclassato, i titoloni sui giornali, le dimissioni di massa di diversi esponenti della dirigenza locale, le affannose dichiarazioni dei leader nazionali pronti a fornire qualsiasi interpretazione del fenomeno purché in accordo con la propria strategia politica.
Eppure tanto i giornali quanto i democratici stessi paiono non aver fatto tesoro dell’esperienza di Milano, si ripropongono tematiche e dichiarazioni che davvero mostrano una profonda incomprensione sull’uso delle primarie, o quantomeno uno scollamento tra l’appuntamento così come inteso dal partito e come invece lo immaginano – e lo impongono con il voto – gli elettori.

Le primarie di Genova sono state una sconfitta? E se sì, per chi?
C’è un dato decisamente sottovalutato che pesa come un macigno su questo appuntamento, che dovrebbe far riflettere tutti i partiti della coalizione e che sicuramente non è di buon auspicio in una delle città-simbolo della sinistra in Italia: la partecipazione.
I 25.000 elettori delle primarie 2012 sono oggettivamente pochi, 10.000 in meno rispetto al precedente appuntamento e in relazione alla popolazione una percentuale inferiore rispetto a quella che consacrò Pisapia a Milano. Considerato la tradizione di sinistra di una città come Genova, il risultato è altamente insoddisfacente e questo, ben più del nome del vincitore, dovrebbe essere il vero cruccio non solo di Bersani, ma anche di Vendola, Di Pietro e tutti gli altri leader che si ritrovano nella coalizione di centrosinistra in città.

A questo motivo di partecipazione, reale e di valenza generale, si è tentato di sovrapporne un secondo, limitato al Partito Democratico, che riguarda la cronica incapacità da parte dell’establishment del partito di individuare candidati capaci di imporsi nelle grandi realtà cittadine.
Se si guardano le prime dieci città italiane per popolazione, e tra queste si prendono le sette governate dal centrosinistra, appare il segeuente scenario: a Milano è sindaco Pisapia, che alle primarie ha sconfitto l’esponente PD Boeri; a Napoli il sindaco è De Magistris, che al primo turno si è guadagnato il ballottaggio a scapito del PD Morcone, a Firenze governa Renzi, che pur democratico ha vinto le primarie contro il suo stesso partito. Solo a Torino, Bologna e Bari il principale partito di centrosinistra è riuscito a proporre e far vincere un canditato espresso dal proprio establishment. Fino a ieri in questa ultima lista rientrava anche Genova, ma con la vittoria del SEL Doria il capoluogo ligure ha lanciato un ennesimo messaggio di protesta contro i vertici democratici.
Se nel 2011 il grande numero di città importanti al voto aveva in qualche modo relegato ai margini lo svolgimento delle primarie in realtà minori, l’elevato numero di comuni capoluogo al voto in questo 2012 consente di inquadrare meglio il rapporto tra il Partito Democratico e lo strumento delle elezioni primarie. Asti, Parma, Lecce, Piacenza, Lucca, Monza… in pressoché tutti i comuni in cui si sono tenute le primarie i candidati del PD hanno prevalso nettamente.

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