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pubblicato: giovedì, 11 settembre, 2014

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L’America e l’11 settembre, tredici anni dopo

11 settembre

Tredici anni fa, il mondo interno osservava alla televisione le Torri Gemelle sgretolarsi in diretta e crollare nel centro di New York. Era l’11 settembre, una data che da quel giorno ha assunto un significato completo. Un numero e un mese: non serve aggiungere altro. A distanza di tredici anni, negli Usa tante ferite restano ancora aperte. E stavolta l’anniversario si intreccia con questioni internazionali che riportano a galla vecchie paure.

Numerose persone che prestarono soccorso subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle oggi combattono contro il tumore. Le autorità americane ritengono che l’aumento anomalo delle malattie sviluppate dai soccorritori sia direttamente collegato a quella giornata di settembre. I casi sono oltre 2.500, ha scritto la CNN: tumori alla prostata e alla tiroide, leucemie, mielomi

Ma le ferite sono tante e diverse. Sul New York Times, l’opinionista Fareed Zakaria ha scritto che di fronte alle immagini dei giornalisti americani decapitati dall’Isis ha provato sensazioni simili a quelle vissute subito dopo l’11 settembre: come tornare indietro, scoprendo che in un certo senso la paura è sempre lì. A distanza di tredici anni, Zakaria ha sottolineato come il terrorismo non sia affatto sconfitto. La guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, l’uccisione di Bin Laden non hanno estirpato le radici dell’estremismo islamico che si sta espandendo anche in Asia, in Indonesia, in India.

Questo anniversario cade inoltre in un momento particolarmente delicato. Il nord dell’Iraq è nelle mani degli estremisti dell’Isis e gli Usa si stanno ponendo a capo di una coalizione internazionale che intende fermare la loro avanzata. “L’America guiderà una vasta coalizione per respingere la minaccia terrorista e distruggerla”, ha spiegato il presidente Obama, perché “solo l’America ha la capacità e la volontà di mobilitare il mondo contro il terrorismo. E gli americani hanno la responsabilità di esercitare questa leadership”.

stati uniti

Photo by JackieCC BY 2.0

Obama ha illustrato il suo piano proprio poche ore fa, a breve distanza dall’11 settembre, ed ha parlato di minacce esterne, di terrorismo, della necessità di fermare un nemico lontano. “Li colpiremo ovunque. Li distruggeremo. Non c’è alcun paradiso sicuro per chi minaccia l’America” ha dichiarato. Ecco perché scatterà un’operazione fatta di attacchi aerei sistematici, con l’obiettivo di colpire gli uomini dell’Isis ovunque. Anche in Siria, perché “nella lotta all’Isis non ci possiamo fidare del regime siriano di Assad che terrorizza il suo popolo”.

Obama ha parlato a una nazione che ha di nuovo paura. Un sondaggio pubblicato dalla NBC ha svelato come il 47 per cento degli statunitensi consideri il paese più in pericolo oggi rispetto a quanto lo fosse prima dell’attentato dell’11 settembre. Solo il 26 per cento ritiene gli Usa più sicuri. L’Isis conta: il 61 per cento degli americani pensa che sia nell’interesse della nazione intraprendere un’operazione militare contro gli estremisti islamici.

La parabola stessa di Obama spinge in un certo senso l’America a riavvolgere il nastro delle proprie paure e dei propri compiti sullo scacchiere internazionale. Ieri c’era al Qaeda, oggi c’è l’Isis e lo Stato Islamico rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, ha detto il presidente. Obama ha allestito una coalizione internazionale per combattere il terrorismo islamico in Iraq. Fece lo stesso George W. Bush. Obiettivi diversi, condizioni diverse, vero, eppure una certa sensazione di déjà vu c’è.

Obama ha detto spesso che non intende invadere di nuovo l’Iraq. Nel suo discorso alla nazione ha annunciato però che spedirà a Baghdad altri 475 soldati, portando la presenza di militari americani sul suolo iracheno a 1.600 unità: non combatteranno, dice Obama, ma forniranno assistenza alle truppe irachene e svolgeranno servizi di intelligence. Obama dice che gli Usa non stanno entrando in una nuova guerra, dice che sarà una campagna militare circoscritta ma non nasconde che sarà anche “prolungata e senza sosta”.

Obama è stato il presidente che ha impostato la campagna elettorale per il suo primo mandato promettendo il ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Obama finirà il suo secondo mandato ma è probabile che l’operazione militare che Washington sta incominciando proseguirà anche dopo, quando alla Casa Bianca ci sarà un altro inquilino.

Immagine in evidenza: photo by The National GuardCC BY 2.0


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  1. […] della Casa Bianca. Obama ha detto e ripetuto che non ci saranno “boots on the ground”, vale a dire nessuna invasione, nessun dispiegamento di truppe di terra. In Iraq ci sono già centinaia di soldati americani, […]

  2. […] (che oggi incontra i generali per mettere a punto l’attacco contro l’Isis) resta ferma sulla propria posizione. Josh Earnest, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che “è responsabilità dei consiglieri […]

  3. […] che sostengono l’azione americana. Obama l’aveva detto alla vigilia dell’11 settembre: “Inseguiremo i terroristi ovunque siano”. Anche in Siria, dove però i rischi di impantanarsi sono […]