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pubblicato: mercoledì, 14 gennaio, 2015

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Napolitano, cinque premier durante la sua presidenza

berlusconi napolitano grazie

Dal 2006 al mandato bis, attraversando una delle crisi economiche più dure per il paese, l’undicesimo capo dello Stato, primo ex comunista al Colle, ha trascorso quasi nove anni al Quirinale. “Mi accingo al mio secondo mandato. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”. È il 20 aprile 2013 quando Giorgio Napolitano accetta il bis, convinto dalle forze politiche e dall’incapacità del Parlamento di trovare un successore. Un secondo mandato, dopo quello iniziato nel maggio 2006, prima volta nella storia della Repubblica, a 88 anni e dopo mesi di rifiuti. Ma con un Pd sotto schiaffo per il fuoco amico dei 101 contro Prodi e davanti al pressing della quasi totalità dei partiti, Napolitano dice sì. Con 738 voti, al sesto scrutinio, inizia il suo settennato bis.

Cinque i governi durante i suoi quasi nove anni al Quirinale: il secondo esecutivo di Romano Prodi, il Berlusconi IV, Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi. Molte, e spesso feroci, le critiche a Napolitano per la sua firma posta in calce ad alcune leggi ad personam del governo del Cavaliere. Dal Lodo Alfano dell’estate 2008, che sospendeva i processi delle maggiori cariche dello Stato, al legittimo impedimento (aprile 2010), lo scudo per premier e ministri utile a ‘saltarè le udienze giudiziarie.

napolitano prodi

Leggi poi bocciate come incostituzionali dalla Consulta. Ma anche lo scudo fiscale (firmato il 3 ottobre 2009), con l’ex pm Di Pietro che parlò di «atto di viltà ed abdicazione». Accuse respinte da Napolitano proprio in nome della Carta. «Nella Costituzione c’è scritto che il Presidente promulga le leggi. Se io non firmo oggi, il Parlamento vota un’altra volta quella legge e io sono obbligato a firmare. Non firmare non significa niente!», replicò in piazza e con voce concitata all’ennesimo non firmi scandito da un cittadino, durante una visita in Basilicata, alla vigilia della promulgazione della legge. Ancora una firma, questa volta mancata, è al centro di un duro scontro sul caso di Eluana Englaro, scoppiato nell’inverno 2009. Napolitano si rifiuta di dare il via libera al decreto del governo Berlusconi, varato per bloccare lo stop all’alimentazione forzata della ragazza, da diciassette anni in stato vegetativo. Un solo messaggio alle Camere, sulla «drammatica questione carceraria». Ventitre le grazie concesse, il più parco tra i presidenti della nostra Repubblica.

Berlusconi e Napolitano

 

Cinque i senatori a vita nominati: il direttore d’orchestra Claudio Abbado, la studiosa delle staminali Elena Cattaneo, l’architetto Renzo Piano, il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia. E, prima di loro, Mario Monti. Una nomina, quest’ultima, arrivata a fine 2011, in piena crisi euro. La Grecia a un passo dalla bancarotta viene salvata ma con un piano di lacrime e sangue, l’Italia diventa il grande osservato speciale, finendo nel mirino dei mercati: operazioni spregiudicate, Piazza Affari sempre in rosso, lo spread che schizza pericolosamente in alto. Il già logorato governo Berlusconi non regge alla bufera: la sera del 12 novembre 2011 il Cavaliere sale al Quirinale per le dimissioni. Ventiquattro ore dopo Napolitano manda a palazzo Chigi l’ex presidente della Bocconi: è il momento del governo dei tecnici.

monti premier, regia di napolitano

Il capitolo più difficile per il presidente è quello dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, che culmina il 28 ottobre del 2014 con la Corte d’Assise di Palermo in trasferta al Colle per ascoltare il testimone Napolitano. Tre ore di udienza blindata nella sala del Bronzino in cui il presidente dirà di non aver mai saputo di accordi tra apparati dello Stato e Cosa Nostra per fermare le stragi del 1992-93. Ma prima dell’udienza clou, c’è lo scontro con la procura di Palermo sulle intercettazioni con l’ex ministro Nicola Mancino, il conflitto davanti alla corte costituzionale, «l’atroce rammarico» per la scomparsa del consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, stroncato da un infarto o, citando Napolitano, «ferito a morte» da una campagna violenta di insinuazioni, fino all’ordine della Consulta di «distruggere» le telefonate del Presidente.

Napolitano Letta decreto salva-roma

Nel frattempo i tecnici sono passati di moda, arriva il boom di Beppe Grillo. «Di boom ricordo quello degli anni 60, altri non ne vedo», commenta tranchant Napolitano. Ma nonostante le parole del capo dello Stato alle urne del 24-25 febbraio 2013 il M5S vola oltre il 25%, il Pd di Bersani mastica amaro, è primo ma non brinda, il Pdl perde pezzi ma resiste. Streaming, consultazioni e incontri. Avanti così per 56 giorni finché Napolitano sblocca lo stallo: larghe intese con Enrico Letta premier. Durerà neanche un anno.

primo giorno del governo renzi giuramento ministri brindisi e primo cdm

Dal Nazareno incombe il nuovo segretario Matteo Renzi. «L’Italia chiede un cambiamento radicale. O questo cambiamento lo esprime il Pd o non lo farà nessuno. Vi chiedo tutti insieme di uscire dalla palude», scandisce il nuovo numero uno dem nella segreteria del 13 febbraio 2014. Per Letta non c’è più terreno. Nel giorno di San Valentino, solo, guidando una Lancia Delta grigia, entra al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Davanti al siluramento di Letta sulla scia del famoso hashtag enrico stai sereno, al Colle non resterà che incassare. In nome delle riforme, dell’Europa unita come via maestra e contro lo ‘spettro dell’instabilità’, Napolitano salda il patto con il rottamatore, dandogli mandato per la formazione del nuovo governo. Le riforme, chieste, invocate (legge elettorale e riforma costituzionale) sono ancora in alto mare. Ma quelle, ora, non saranno più un suo problema.

(adnkronos)


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