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pubblicato: mercoledì, 14 maggio, 2014

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Figli di un Dio Minors, storia di un miracolo in Provincia

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Figli di un Dio Minors, storia di un miracolo in Provincia

Lo sport semina da sempre storie meravigliose, incredibili, tristi, gioiose, impossibili ad ogni angolo del globo, e a qualsiasi livello. Il semplice fatto che queste appartengano molto spesso alle cosiddette leghe minori, o più semplicemente dette “minors”, magari italiane, magari proprio vicino a casa nostra, ce le fa passare sotto silenzio. Fossero accadute ad altri livelli, in paesi stranieri, magari assumerebbero tutto un altro sapore. Non ci credete? Proviamo.
Vi racconto la storia di una squadra di basket spagnola, paese della provincia di Bilbao, i cui protagonisti non sono professionisti, per cui per rispetto della loro privacy occorrerà chiamarli con nomi di fantasia. Si tratta per la maggior parte di giocatori che la prima squadra del paese scarta per motivi che vanno da “scelta tecnica”, che è poi la sola frase in cui non occorra aggiungere la parola “scarso”, a “motivi personali” che sta per un diplomatico “è buono, ma ha trovato da dire con l’allenatore”. La prima squadra infatti ha un coach che non prende prigionieri, e come tutti i coach del genere, o lo ami, o non lo ami.
La truppa, ma “accozzaglia” rende meglio l’idea, è composta tutta da giocatori del paese e dintorni. Giocare lì farebbe piacere a tutti, dato che l’animo girovago ce l’hanno in pochi.

Problema numero uno: chi li allena questi? L’idea ci sarebbe, e cade su un altro epurato del piano di sopra. Lungo dalle mani dolci ma che pesa quanto il vostro ipod e difende quanto il vostro scaldabagno (adesso sarebbe esattamente il contrario). Stoppa e basta, e per la prima squadra è no. Però gli piace da matti allenare, e dopo una -tragica- esperienza da giocatore-allenatore l’anno precedente, decide di prendersi la briga di provare a tenere insieme il gruppo. Poche idee, ma chiare. Impegno, presenza e difesa. La squadra accetta e così si parte.

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Ah già, la squadra.. Bisognerà almeno provare a descriverveli, sti benedetti giocatori. Sforzo erculeo, ma proviamo. Ci sono due coppie di fratelli, che messi insieme fanno circa il 75% del talento di tutta la squadra. Problema: due sono dei play e due sono delle ali piccole. Farci un quintetto è durissima anche volendo andare di fantasia sfrenata. Un play lo chiameremo “il gordo” perché per il livello in cui gioca ha lo stesso talento di Ronaldo ai tempi d’oro. E la stessa fame dei tempi un po’ meno d’oro. Suo fratello in ala è “tiramolla”. Difende e fa canestro. È qui solo perché lo spiccato senso della famiglia lo ha trascinato nella faida contro l’altro coach insieme al fratello. L’altro play, che non è il giocatore più sporco della squadra solo per il fatto che ci gioca anche l’altro col suo stesso cognome, lo chiameremo “el contusión”, perché come Ginobili prende botte da ogni cantone. Il fratello è “red”, per via del cartellino che rischia, ogni volta che trova da dire con qualche avversario. Altri elementi in ordine sparso, e perdonatemi se non li cito tutti, ma le fonti a cui attingere (siamo a cavallo tra il 2007 e il 2008) sono piuttosto complesse:

Sotto canestro “Brasil”, che non è un ex calciatore ma un ragazzo con la passione per le trasferte (e non solo) verdeoro, “Brad” che sta per bradipo, di cui ha la stessa verve e furore agonistico e non ha nulla a che vedere con Mr. Pitt, e “Manolo”, perché se ambienti una storia in Spagna, almeno un Manolo ce lo devi mettere per forza.

Batterie di esterni: “Jump-Ing”, atleta clamoroso che potrebbe schiacciare in testa a tutti ma… Non fa mai il terzo tempo, nemmeno durante il riscaldamento. Però difende come un uomo in missione e piglia tutti i rimbalzi che gli cadono nel raggio di tre metri. “Psycho”, la guardia con più punti nelle mani. Umorale, non parla quasi mai con nessuno e ha il poster di Vincenzino Esposito in camera. Poi c’è pure “Winchester”, mortifero tiratore mancino che essendo però segretamente innamorato di Dennis Rodman, prova piacere fisico nel cercare le sportellate in post basso e nel prendere i rimbalzi.
Per ultimo lo “Chef”. Nessun vezzeggiativo o insulto, fa semplicemente quello di mestiere (e pure bene). Visto che il coach vuole due play di ruolo più uno che possa farlo alla bisogna, lui è l’uomo giusto. Soprattutto dopo che ha lasciato perdere il detto “mai fidarsi di un cuoco magro” e ha perso 30 chili in pochi mesi, tornando ad assomigliare almeno fisicamente ad un giocatore di basket.

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La squadra inizia a giocare, e vi sembrerà strano ma inizia pure a vincere. Al giro di boa sono clamorosamente secondi, e dopo aver aggiunto un lungo in prestito dalla prima squadra a metà campionato (per giocare, visto che lo spazio di sopra scarseggiava. Decidete voi come soprannominarlo..) arrivano all’ultima di ritorno in casa della capolista imbattuta. Scherzi del destino, parte 1. Vincendo i ragazzi li incrocerebbero in una eventuale finale play off per salire di categoria. Gli altri col tifo da stadio (letteralmente) perdono al supplementare. Quello col soprannome che volete voi domina, e gli altri si trovano una piccola scimmietta sulla spalla. Si va ai play off da secondi. Gare al meglio delle tre. Primo turno facile e 2-0 senza scomporsi. Semifinali di altra pasta. In gara uno in casa il punteggio è in perfetto equilibrio. Il cuoco va in lunetta per vincerla e non trema. 1-0. Si riparte da gara 2, e sotto di tre ancora il cuoco si mette il mantellino da eroe. Subisce fallo sulla tripla del pareggio allo scadere e va in lunetta per impattare, ma questa è una storia minors e l’uno su tre condanna i suoi alla bella. Gli altri hanno un esterno super, ma Jump-Ing gli si appiccica per tutta la gara, lo manda ai matti finché questo ad un certo punto si farà espellere. Fine gara in discesa e finale contro quelli di qualche riga sopra. Gara 1. Il coach pesca dal cilindro forse il miglior discorso prepartita della sua storia, la squadra senza pressione ci crede e va a vincere ancora una volta in trasferta contro la ex capolista, i suoi tifosi da stadio e pure i suoi giovani e talentuosi che scendono in campo. La scimmia sulla spalla degli avversari diventa più grande..
Col match point in casa, la pressione si fa sentire. Una palestra piena per un campionato amatoriale non si era mai vista da quelle parti. Per gente abituata a qualche mamma, due o tre amici e qualche tifoso degli avversari lo shock è forte, c’è da capirli.. Pronti via e primo tempo sotto in doppia cifra: gli altri son più forti e stavolta si vede. Ma non lavori un anno per mollare l’osso così facilmente, qualunque sia la tua categoria. Il ritorno in campo è di un’altra squadra, la rimonta furiosa si concretizza nei minuti finali e ci si gioca tutto nell’ultimo minuto. Scherzi del destino, parte 2. Pur essendo un tiratore più che accettabile, El Contusión (il play più sporco di un meccanico a fine giornata) finora in stagione ha segnato zero triple. Zero. Adesso sono sicuro che non vi devo dire chi segnerà la bomba decisiva. Gli avversari alla fine restano ammutoliti e tornano a casa con King Kong sulla schiena. I ragazzi di casa sono increduli e al settimo cielo. Anche Brad si lascia andare a qualche accenno di esultanza. È il segnale che nel piccolo di un campionato che nessuno ricorderà mai è successo qualcosa di incredibile. Nel confronto con l’altra squadra vincente, utile solo ai fini di assegnare un primo e un secondo posto e di fare soprattutto festa insieme, l’accozzaglia che nemmeno Walt Disney ubriaco avrebbe potuto disegnare vince ancora, chiudendo 7-1 una cavalcata di post season fantastica e facendo vedere che adesso assomiglia ad una squadra vera. Psycho, quello che parlava poco con tutti, viene nominato MVP della finale. Una storia nella storia.

Bellissima per il semplice fatto che appartenga ad una cosiddetta lega minore, o più semplicemente detta “minor”. E forse non importa andare con la fantasia fino in Spagna, perché magari questa è una storia tutta italiana, magari proprio vicino a casa nostra, e che per una volta non passa sotto silenzio.
Sarebbe meno bella per questo?

Marco Minozzi


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