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pubblicato: lunedì, 28 giugno, 2010

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Regno Unito: aggiornamenti sulla riforma elettorale

elezioni anticipate voto anticipato

Il 6 maggio scorso si sono tenute le elezioni parlamentari nel Regno Unito attraverso le quali si è proceduto al rinnovo della Camera dei Comuni, ovvero la camera bassa del parlamento britannico attualmente composta da 650 membri.

Per la gioia dei più ferventi “proporzionalisti” tali consultazioni non hanno prodotto una maggioranza chiara (non accadeva dal 1974) e nessun partito ha raggiunto i fatidici 326 seggi corrispondenti al numero minimo necessario per formare un governo che non sia di minoranza.

Downing_Street regno unito

 

L’impasse, come sappiamo, è stata risolta attraverso una governo di coalizione tra “Tories” (conservatori) e “LibDems” (liberal-democratici) che ha portato David Cameron, leader del partito conservatore, a ricoprire la carica di Primo Ministro ed a spostare la sua residenza al numero 10 di Downing Street. Tale accordo, tuttavia, non è stato indolore. I liberal-democratici, infatti, hanno chiesto e ottenuto come “conditio sine qua non” per la partecipazione al governo la modifica del sistema elettorale, da effettuarsi nella presente legislatura attraverso un procedimento che prevede prima l’approvazione parlamentare per poi procedere con un referendum in via “confermativa”.

[ad]A quasi due mesi dalle elezioni siamo andati a vedere come sta procedendo il dibattito sulla riforma elettorale ed abbiamo preso in considerazione le diverse ipostesi che potrebbero portare alla sostituzione dello storico “First-Past-the-Post” (FPTP, il sistema attualmente in vigore).

Prima di procedere è opportuno ricordare anche sinteticamente le ragioni per le quali i LibDem tengono così tanto alla modifica del presente sistema elettorale. Come sappiamo nel Regno Unito vige un sistema maggioritario uninominale di tipo “plurality”. Semplicemente il territorio britannico è diviso in 650 collegi all’interno dei quali competono i diversi candidati e risulta eletto colui che ottiene all’interno di ogni singolo collegio anche un voto in più dell’avversario, e ciò indipendentemente dal numero di voti ottenuti, vale a dire che non è richiesta la maggioranza assoluta per ottenere un seggio.

Per definizione questo è un sistema che tende a sovra-rappresentare i due partiti maggiori mentre sottorappresenta fortemente i partiti minori, a meno che questi non abbiano consensi fortemente concentrati in una data zona territoriale – e non è questo il caso dei liberal-democratici, che presentano un consenso piuttosto diffuso. Per capire l’ostilità di questi ultimi a tale sistema di voto non occorre però spendere ulteriori parole. Basta analizzare il rapporto tra voti e seggi ottenuto dai tre principali partiti nelle ultime consultazioni:

  • Conservatori = Con il 36% dei voti ottengono circa il 47% dei seggi
  • Laburisti = Con il 29% dei voti ottengono circa il 40% seggi
  • Liberal-Democratici = Con il 23% dei voti ottengono circa il 9% dei seggi

I liberal-democratici dunque vogliono un cambiamento. E dai dati si può evincere anche perché lo chiedano con tale insistenza. Per la loro operatività all’interno del sistema politico britannico la riforma elettorale è un fattore cruciale, e molto importante a questi fini sarà un aspetto decisivo che molti sottovalutano: la scelta della data nella quale tenere il referendum che, in caso di esito positivo, sanzionerà la fine di un’era. Quella del Regno Unito inteso come patria del maggioritario uninominale.

Il partito liberal-democratico, guidato dal suo giovane leader Nick Clegg, sembrava in un primo momento orientato perché si tenesse la consultazione ai primi di ottobre. Tale data è stata però presto abbandonata per paura che il voto si potesse trasformare in un voto di protesta contro il governo, che proprio pochi giorni fa ha annunciato imponenti tagli alla spesa pubblica ed un aumento delle tasse.

In seguito a ciò, la data alla quale mirano gli eredi dei “whighs” e sulla quale cercano di trovare il consenso di Cameron è adesso il 5 maggio 2011. In quella data infatti circa 12 milioni di elettori si recheranno alle urne per rinnovare il Parlamento scozzese, gallese, e circa 280 consigli locali. Il “fattore affluenza” infatti non è da sottovalutare, tanto più se consideriamo quello che sta succedendo all’interno del partito conservatore.

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