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pubblicato: venerdì, 14 settembre, 2012

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11 settembre (1683): uno scontro di civiltà?

11 settembre - Islam

Centoquarantamila uomini in armi, sotto il vessillo con la mezzaluna. Dalla metà di luglio cingevano d’assedio la città, atto finale di quelle guerre austro-turche che avevano portato le truppe del sultano Maometto IV° fin nel cuore d’Europa. Alla guida di quel possente esercito il gran visir, Kara Mustafa, una sorta di primo ministro dell’epoca che ripercorse le gesta di Solimano il magnifico conducendo i turchi da Istanbul a Belgrado, Budapest e infine Vienna. Già, Vienna, la capitale dell’impero asburgico, s’apprestava a cadere. Nel mese di settembre del 1683 Kara, il “nero”, aveva già conquistato parte delle mura. Era questione di settimane e Vienna sarebbe caduta. Truppe tartare razziavano le campagne, eserciti del Khan di Crimea attaccavano i contingenti in fuga dalla capitale, tagliando le comunicazioni.

[ad]I turchi non avevano cannoni moderni, ma eccellevano nella guerra di mina. Una dopo l’altra minarono le mura e i bastioni, conquistarono le posizioni sul torrente Wien, e piazzarono le loro truppe d’èlite di fronte alle porte della città. Il panico prese gli assediati. La corte imperiale e gli ambasciatori fuggirono. L’imperatore stesso lasciò Vienna da sola rifugiandosi a Passavia. Solo il conte Ernst Rüdiger von Starhemberg, feldamaresciallo dell’impero, rimase a difendere la città con appena ventimila uomini sempre più prostrati dalla fame e dalle epidemie. A Passavia l’imperatore, sotto l’egida di Papa Innocenzo XI°, trovò alleati. La Lega Santa, composta da Venezia, Savoia, Spagna, Portogallo e Polonia, organizzò un esercito multilingue e litigioso. Il comando su affidato a Jan Sobieski, re di Polonia.

11 settembre - Islam

Un cronista turco, alla vista dell’esercito di Sobieski, scrisse: “Gli infedeli spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu”. Le truppe di Sobieski, benché in inferiorità numerica, vinsero la battaglia. Era l’11 settembre 1683. A quella vittoria seguirono la liberazione di Belgrado, Budapest, e la conquista della Transilvania. Il re polacco “salvò” l’Europa. E l’Europa, pochi anni dopo, per ringraziamento si spartirà la Polonia costringendola a secoli di persecuzioni.

Quell’11 settembre fu descritto dai cronisti cristiani come uno scontro di civiltà. Il turco non fu solo l’infedele ma la stessa rappresentazione del male, del nemico irriducibilmente diverso. La costruzione del mito dell’alterità turca insisteva sull’ideologia di crociata, lontana ma non sopita. Un’ideologia che prefigurava nelle battaglia contro gli infedeli, l’armaggedon. Anche la battaglia di Vienna fu narrata, dai vincitori, attraverso metafore escatologiche. La persistenza dell’alterità del “turco” o del “moro” rispetto alla cultura europea è tale da non aver perso d’attualità (basti pensare a chi si oppone all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea). Eppure, allora come oggi, sembra priva di fondamento.

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