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pubblicato: lunedì, 22 ottobre, 2012

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Obama, bene l’occupazione male il deficit. I risultati di 4 anni di iniezioni keynesiane

Obamanomics

L’economia non è la migliore delle alleate per la rielezione di Barack Obama. Con un tasso di espansione del Pil del’1,7% nel secondo trimestre, sotto la sua presidenza gli americani hanno conosciuto l’inizio di una risalita. Molto lenta e che soprattutto non somiglia ad una “real recovery”, quella promessa da Mitt Romney che sulla sua autobiografia da manager di salvataggi e di successi si è costruito una credibilità, impensata fino al mese scorso in questa campagna elettorale. Aver creato 5 milioni di posti di lavoro – contro i 12 promessi da Romney per il 2016 e i 10 producibili col tasso di sviluppo potenziale del 3% del Pil – potrebbe rivelarsi insufficiente per mantenere i voti elettorali in Winsconsin, Michigan e Ohio.

[ad]D’altro canto, è proprio sull’occupazione che le iniezioni keynesiane di 4 anni di Obama hanno sortito gli effetti migliori. Dal 2010 per 31 mesi consecutivi si sono creati più posti di quelli distrutti sul mercato del lavoro. A settembre la soglia si è attestata al 7,8%, per la prima volta sotto il livello critico del’8%. E questa è la parte più convincente delle sue issues economiche: il recupero dell’occupazione in una lunga fase di grande recessione e, soprattutto, il lavoro salvaguardato. Il bailout del settore auto ha protetto un milione di posti di lavoro, laddove Romney preferiva la bancarotta, salvo emendare nel dibattito di giovedì scorso la sua posizione indicando l’opzione dell’amministrazione controllata. Al piano di stimoli da 800 miliardi nel secondo mandato il presidente democrat vorrebbe aggiungere un taglio dei benefici fiscali per le imprese che delocalizzano le loro produzione all’estero. Tracciando un percorso coerente in cui lo Stato – ben lungi dall’essere nemico del mercato – sostiene e indirizza la domanda aggregata e con essa la produzione. Andando a redimere quei momenti in cui gli animal spirits diventano dannosi per l’interesse collettivo.

Lo si è visto con la riforma sanitaria: l’Obamacare contiene sì una forzatura di rango costituzionale, avallata dalla Corte Suprema nella sentenza dello scorso luglio, ovvero l’introduzione di una tassa che funge da multa per i non assicurati – con l’ombra dell’obbligo della coercizione che cozza con la purezza dell’ideale della libertà individuale. Ma complessivamente agisce mettendo al centro il consumatore-paziente al quale non potranno essere più negate in caso di malattia polizze e cure. Un mercato libero, pertanto quello disegnato dalla riforma chiave della presidenza Obama, dove si lavorerà per far avere il piano di copertura migliore al costo più contenuto.

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