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pubblicato: mercoledì, 17 novembre, 2010

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Primarie ed endorsement partitico

Domenica 14 novembre 2010 si sono svolte a Milano le primarie del centrosinistra in vista delle elezioni comunali del 2011.

Gli sfidanti per la corsa a Palazzo Marino erano quattro: l’architetto Stefano Boeri (sostenuto dal PD), il costituzionalista Valerio Onida (sostenuto da parte del PD e dall’IdV), l’avvocato Giuliano Pisapia (sostenuto da parte del PD, SEL, FdS) ed il fisico Michele Sacerdoti (senza appoggi partitici ufficiali). Ad imporsi è stato Pisapia con 30.533 preferenze, seguito da Boeri con 27.055, Onida con 9.036 e Sacerdoti con 719.
I votanti totali sono stati 67.499, in calo rispetto all’analoga competizione del 2006.

endorsement partitico

Il tema principale che emerge dall’esito delle primarie, è naturalmente la sconfitta di Boeri, candidato sostenuto dal PD locale.
Il Partito Democratico, espressione della maggioranza del centrosinistra, non è riuscito, dopo i precedenti di Firenze e della Regione Puglia, a convincere il proprio elettorato della bontà della candidatura da esso sostenuta.

[ad]La vittoria di Pisapia su Boeri è stata quindi salutata, in una guerra tutta interna al centrosinistra, come una vittoria della cosiddetta sinistra radicale sull’establishment del Partito Democratico, provocando le dimissioni di alcuni esponenti locali di tale partito (fonte La Repubblica).

Ha tuttavia senso parlare di vincitori e vinti in questa situazione? Ha senso che dei dirigenti propongano le proprie dimissioni a causa di un’elezione primaria?
A differenza delle elezioni reali, nelle quali chi perde ha il diritto ed il dovere di fare opposizione al vincitore, le primarie servono a stabilire chi, all’interno della stessa parte politica, dovrà avere il compito di sfidare gli avversari. Per fare un paragone sportivo, le primarie sono assimilabili ai temibili trials statunitensi, le selezioni che determinano la composizione della squadra olimpica a stelle e strisce.
L’interesse comune di tutti gli organizzatori dovrebbe pertanto essere ottenere la squadra migliore, la squadra più competitiva per gareggiare e vincere contro il centrodestra.

In quest’ottica, risultano prive di senso le dimissioni della dirigenza milanese del Partito Democratico, allo stesso modo in cui sono fuori luogo e ingenerosi gli attacchi della sinistra radicale al PD, attacchi che, ben lungi dal limitarsi alla felicità per la vittoria del proprio esponente, auspicano ulteriori rovesci all’area democratica secondo una logica non già di alleati in concorrenza, ma di veri e propri nemici (è noto lo slogan che vede nel PD null’altro che una copia sbiadita del PdL, per l’appunto il “PDmenoL”).

I cittadini chiamati a votare alle primarie, tuttavia, hanno espresso una preferenza tra nomi e programmi accettati indistintamente, pur ciascuno con le proprie preferenze, da tutto il centrosinistra. La disposizione dei partiti intorno ai candidati non è e non dovrebbe essere veicolante per il voto. Prova ne sia il fatto che, mentre partiti che si fanno bandiera della politica dal basso erano incentrati su un unico candidato, il partito notoriamente più d’apparato forniva sostenitori a tre candidati su quattro, pur avendo fornito l’endorsement ufficiale ad uno solo di questi.

(per continuare la lettura cliccare su “2”)

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