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pubblicato: martedì, 25 gennaio, 2011

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I perché del voto alla Fiat

fiat

Analisi dei risultati del referendum di Torino e dell’exit poll di Termometro Politico nell’articolo di Tito Boeri e Fabiano Schivardi (Lavoce.info)

di TITO BOERI e FABIANO SCHIVARDI

[ad]Si torna finalmente a parlare di regole sulla rappresentanza e di decentramento della contrattazione. Ma cosa insegna la vicenda di Mirafiori? La strategia “prendere o lasciare” di Marchionne è inadeguata. E la Fiom ha avuto buon gioco a politicizzare il confronto. Il voto ha così acquisito un significato molto diverso da un pronunciamento sui contenuti specifici dell’accordo. Solo la ripresa del dialogo e la creazione di consenso attorno al progetto Fabbrica Italia possono garantire la governabilità degli impianti e una crescita della produttività che assicuri lavoro e diritti.

Dopo il voto alla Fiat è finalmente ripartito il confronto sulla riforma delle relazioni industriali. Si parla di regole sulla rappresentanza e di decentramento della contrattazione. Molto bene perché c’è bisogno urgente di riforme e il confronto in atto dimostra quanto da tempo sostenuto su questo sito, vale a dire che l’accordo del gennaio del 2009 non ha riformato un bel nulla.
Affinché il confronto porti a risultati concreti, è opportuno trarre lezioni dall’esperienza della Fiat. Ci offre indicazioni importanti sugli orientamenti dei lavoratori, dunque anche sui vincoli che stanno di fronte al sindacato, che li dovrebbe rappresentare, e sulle imprese, che con loro devono trovare accordi. In questa nota cerchiamo di trarre alcuni spunti da una indagine condotta da Umberto Marengo (Università di Cambridge) e Lorenzo Pregliasco per Termometro Politico, intervistando un campione di 510 operai all’uscita e all’entrata di Mirafiori nei giorni del referendum.” ai cancelli della Fiat. Le osservazioni sono state pesate al fine di eguagliare il totale dei sì e dei no a quelli effettivamente registrati tra gli operai di Mirafiori. La scheda allegata fornisce ulteriori dettagli e risultati.

LE MOTIVAZIONI DEL VOTO: RICATTO O CONTENUTI?

Il voto a Mirafiori sembra sia stato determinato principalmente da ideologia e motivazioni di principio più che dai contenuti dell’accordo in quanto a turni, salari, assenteismo e rappresentanze. Come si evince dal grafico qui sotto, sia fra i sì che fra i no ha prevalso l’interpretazione dell’accordo come di un “ricatto”. I tre quarti dei lavoratori che hanno votato a favore dichiarano di averlo fatto perché l’accordo è necessario per salvare il posto di lavoro, e solo un quarto lo giudica positivo o con limiti, ma accettabile. Molto significativo anche il fatto che circa l’80 per cento dei no ha motivato il voto perché percepito come un ricatto. Solo l’8 per cento lo ha fatto per i turni, lo straordinario e le pause, il 5 per le limitazioni allo sciopero, il 2 per le modifiche alle assenze per malattia. È chiaro che i lavoratori sono meno preoccupati dalle modifiche alle condizioni di lavoro che dal modo in cui la trattativa è stata portata avanti.

La percezione dell’accordo come ricatto è confermata dall’analisi del voto rispetto alle caratteristiche individuali. Avere figli e/o coniuge che non lavora o ha lavoro precario è uno dei fattori che ha maggiormente influito sul voto. Tra questi lavoratori c’è stato un voto più favorevole all’accordo, presumibilmente perché per loro la posta in gioco in termini di perdita del posto di lavoro è più alta. Anche i neoassunti sono stati generalmente più favorevoli all’accordo. Nelle scelte di voto gioca comunque un ruolo decisivo l’orientamento politico: la probabilità di votare sì diminuisce del 20 per cento tra i lavoratori di orientamento vicino all’opposizione; l’opposto avviene tra quelli vicini alla maggioranza.

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