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pubblicato: lunedì, 22 aprile, 2013

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Il Presidente Napolitano sale in cattedra

napolitano

L’inizio del Napolitano Bis è commosso ma duro allo stesso tempo. Giorgio Napolitano, ottantotto anni a Giugno, dopo i ringraziamenti a chi ha voluto “accordagli la fiducia in particolare alle tante e tanti nuovi eletti che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente” ha subito stigmatizzato il comportamento dei partiti. In particolare il cruccio di Napolitano resta la mancata riforma della legge elettorale. 

[ad]Napolitano se la prende con tutti quei soggetti politici che nel tempo hanno fatto in modo che a prevalere fossero le contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Secondo il rieletto Presidente della Repubblica questo ha condannato alla “sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento”.

All’applauso sentito delle Camere Napolitano ha risposta con tono fermo: “l’applauso non abbia le caratteristiche dell’autoindulgenza”. L’altro passaggio rilevante Napolitano ha voluto riservarlo alla rete ed al Movimento 5 Stelle.

A tal proposito ha detto di apprezzare “l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta: quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento. Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti. Perché “la rete fornisce accessi alla politica e stimoli all’aggregazione di consensi e dissensi ma non c’è decisione pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti organizzati da vincolare all’imperativo costituzionale”

Serve uno scatto d’orgoglio che per Napolitano porta subito alle larghe intese. Senza tentennamenti. Ha fatto riferimento agli altri governi europei. Spiegando che anche in Inghilterra al governo ci sono partiti diversi tra loro.

Napolitano ha parlato di “posta implicita” senza la quale i partiti non avrebbero dovuto chiedergli il reincarico. In caso contrario e quindi se le forze politiche dovessero dare prove di non voler seguire il percorso individuato da Napolitano il presidente non potrà che trarre le conseguenze. E dimettersi. Mettendo a quel punto a nudo le responsabilità dei partiti e di chi osteggia la risoluzione dei problemi che, per il rieletto Capo dello Stato, non può non passare dalla immediata formazione di un Governo.

REAZIONI

Non si fa attendere la replica del Movimento 5 Stelle al discorso pronunciato da Napolitano. I due capigruppo Crimi e Lombardi in una nota congiunta scrivono “E’ stata evidentemente dettata la linea politica del prossimo governo con la riforma della legge elettorale, la normativa anti-corruzione e il superamento del bicameralismo perfetto: in pratica, è stata indicata l’adozione del testo preparato dai ‘saggi’ scelti fra le istituzioni e i partiti”. Quanto al riferimento implicito al MoVimento fatto da Napolitano, ”sostanzialmente ci dice che una volta entrati nei banchi della casta dobbiamo stare alle loro regole” proseguono Crimi e Lombardi. ”Noi, invece ribadiamo di essere stati eletti perche’ quelle ‘regole’, quelle logiche, non hanno funzionato e devono essere cambiate”. ”Infine – concludono i due capigruppo – fa sorridere che all’ammonimento fatto dal Capo dello Stato sulle riforme che non sono mai state attuate negli ultimi anni, gli stessi partiti che non hanno voluto farle, abbiano fatto seguire dai loro banchi scroscianti applausi”.


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Francesco Liparulo
Francesco Liparulo

Giorgio Napolitano è il Presidente della Repubblica. Il valore del lavoro umano, che è tale perché caratteristica essenziale di ogni persona e bene fondante di ogni sviluppo sociale, non può essere calpestato per finalità non rispondenti ai veri bisogni primari dei cittadini. Il benessere materiale perde significato se non si dà importanza alla dignità del lavoro, cioè la società civile si disgrega e perde coesione se l’attività che genera ricchezza non è protetta da norme che assicurino l’esistenza del lavoratore e della sua famiglia. La globalizzazione, che mira soltanto al primato dell’economia e della finanza, scardina l'economia sociale di mercato, controllata dalle leggi che salvaguardano le varie attività che producono ricchezza e benessere. La liberalizzazione degli scambi commerciali e la de regolamentazione delle attività d’impresa dà riconoscimento a quei "poteri forti" del mercato globale che portano a considerare preminente la competizione tra i mercati nazionali e le varie imprese di profitto, spingendo all’estremo la competizione tra i soggetti dell’economia. Lo sviluppo economico, derivante dalle idee economicistiche e materialistiche del mercato globale, dissolve i legami sociali, perché si basa sull'opera degli individui lavoratori, considerati semplici mezzi di produttività e non come persone, dotate di ragione e di libertà, cioè soggetti di ogni attività umana. La vita dei cittadini e di tutta la società dipende da come è concepito l’essere umano, cioè il cittadino che crea la ricchezza del suo popolo. La ragione e la libertà degli operai sono sottomesse al “fondamentalismo del mercato” che esige il massimo dagli operai con il minimo costo di produzione. Il modello dell'utilitarismo, del calcolo economico fine a se stesso, del funzionalismo del sistema Stato – mercato si concretizza in una corsa alla competizione e al massimo di produttività, calpestando il valore di fine e di essenza dell’essere umano, cioè la sua libertà di vivere. Il problema? La politica è sostituita dall’economia che amministra gli uomini soltanto come mezzi di produzione. L’economicismo spinge alle conseguenze di insicurezza della vita di chi è costretto a vivere nel rischio e nella fatica quotidiana del lavoro manuale . Gli ordinamenti democratici dello Stato non possono essere soggiogati dal relativismo etico di coloro che non considerano essenziali, per il bene comune della società, i veri valori del popolo italiano che sono la dignità della persona umana che lavora, il mantenimento della sua famiglia, la sussidiarietà nel controllo dell’applicazione delle norme e la solidarietà sociale. La sopravvivenza stessa della società civile esige il ripristino, a qualsiasi livello produttivo ed economico, dell’etica nel lavoro dell'uomo, cioè la salvaguardia di tutti i suoi diritti. Francesco Liparulo - Venezia