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pubblicato: giovedì, 11 luglio, 2013

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La settimana scandinava tra euro, tasse e lavoro

deutsche bank scandinavia finlandia uscita euro

Euro, tasse, lavoro: nei paesi scandinavi l’attività politica va a rilento, complice la pausa estiva.

[ad]In Svezia si è chiuso il festival di Almedalen, con la contrapposizione sempre più netta tra centrodestra e centrosinistra. In Islanda invece a tenere banco è la decisione del governo di ridurre le tasse sulla pesca.

In Finlandia si torna a parlare di moneta unica.

Qualche giorno fa ha fatto sensazione un’intervista rilasciata da un funzionario della Deutsche Bank al quotidiano svedese Dagens Industri: nel corso del colloquio è stata avanzata l’ipotesi che la Finlandia possa decidere di abbandonare l’euro. È la solita vecchia storia ed è difficile che accada.

Resta il fatto che a Helsinki non sono contenti della piega che ha preso l’esperienza della moneta unica e tutti i partiti devono fare i conti con un malessere diffuso tra la popolazione. Il 25 per cento dei finlandesi crede sia giunto il momento di abbandonare l’euro. E se è vero che la maggioranza continua dunque a pensare che sia il caso di tenersi la moneta unica, solo il 38 per cento è dell’idea che i pro superino i contro.

euro

Questi numeri piacciono ai Veri Finlandesi (il più euroscettico dei partiti a Helsinki) e probabilmente non disturbano il Partito di Centro, che dopo la batosta elettorale di due anni fa ha provato a risalire la china giocando anche alla carta delle critiche all’euro. Aggiungiamoci le bacchettate che ciclicamente il governo riserva alle politiche di Bruxelles e il quadro  è completo: tra i finlandesi l’euro non gode di buona fama.

Tutta colpa del livello della discussione? Forse, almeno questa è l’idea di Erkki Liikanen, governatore della Banca Centrale Finlandese, secondo il quale c’è troppo poco interesse per le idee costruttive e troppa attenzione per soluzioni semplicistiche e molto spesso votate all’abbandono del progetto europeo. In pratica, in Finlandia si discute di moneta unica troppo con la pancia e poco con la testa.

Euro a parte, a Helsinki si torna a parlare anche di riforme. Lauri Ihalainen, ministro del Lavoro ha chiesto ai sindacati e ai datori di lavoro di sedere intorno a un tavolo per trovare un accordo sui nuovi contratti. Le trattative erano saltate in primavera, suscitando il fastidio del premier Katainen. Ora, dice Ihalainen, la Finlandia non può permettersi un altro fallimento: senza un accordo sui salari, spiega il ministro, per il governo sarà impossibile attuare le politiche per incentivare la crescita e l’occupazione.

In Islanda, invece, ha sollevato un gran polverone la decisione del governo di centrodestra di abbassare le tasse sulla pesca.

Il via libera è arrivato alla fine di una maratona parlamentare insolita per il piccolo paese nordeuropeo. E la faccenda sembrava non doversi chiudere lì.

Nelle mani del presidente della Repubblica Ólafur Ragnar Grímsson era finita una petizione firmata da 35.000 persone che chiedeva di sottoporre la materia a referendum. Una mossa che era piaciuta al Partito dei Pirati e ai Socialdemocratici, nettamente contrari alla legge varata. “Credo che questo sia un problema rilevante per la nazione”, aveva detto Árni Páll Árnason, leader dei laburisti, “le tante persone che hanno sottoscritto la petizione per chiedere un referendum non possono essere ignorate”.

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