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pubblicato: venerdì, 16 agosto, 2013

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Femminicidio, è davvero un’emergenza?

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Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare dell’emergenza femminicidio.

A cominciare dagli appelli di Repubblica, la quasi totalità dei mezzi di informazione, seguiti a ruota dalle forze politiche della maggioranza, hanno per mesi lanciato una vera e propria offensiva mediatica su questo tema, orientando gran parte dell’opinione pubblica e facendo passare il messaggio che l’Italia sia ormai divenuto un luogo invivibile per il sesso femminile.

Pochi giorni prima della pausa estiva, precisamente il 9 agosto, il governo guidato da Enrico Letta ha approvato un decreto legge contenente una serie di misure tese a prevenire la violenza di genere.

Nello specifico, il decreto introduce la previsione dell’arresto in flagranza per i maltrattamenti e per lo stalking; la possibilità di adottare delle corsie preferenziali per l’esame delle cause riguardanti i maltrattamenti;  il gratuito patrocino legale per chi è vittima di stalking o maltrattamenti e non si può permettere un avvocato; l’aumento di un terzo della pena se alla violenza assiste un minore di 18 anni e una maggiorazione della pena se la violenza è commessa nei confronti di una donna in gravidanza o da parte del coniuge, anche se separato, e dal compagno, anche non convivente; infine, il disegno di legge  dispone l’irrevocabilità della querela, il che significa che una volta che è stata fatta contro la persona violenta, la querela diventa irrevocabile, evitando così che la vittima subisca una nuova intimidazione tendente a farle ritirare la querela stessa.

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Tutte misure giuste, oserei dire sacrosante. Ma il punto sul quale ci interessa attirare l’attenzione è un altro: nel nostro paese esiste o no un’emergenza femminicidio?

Vediamo qualche numero, cominciando dall’Istat. I dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica sono molto chiari e sembrano andare controcorrente rispetto ai ripetuti allarmismi dell’ultimo periodo. Il numero di donne uccise in Italia ogni anno è, infatti, calato: si passa  da 192 del 2003 a 137 del 2011 (sui 526 omicidi totali, il che significa che gli assassinati maschi erano 389, quasi il triplo). Sicuramente le campagne mediatiche possono contribuire alla sensibilizzazione di cui questo netto miglioramento è il riflesso, ma ciò non toglie che una verifica dei dati smentisce nettamente il clima da emergenza.

Questi dati trovano parziale conferma anche sul Corriere della Sera, che evidenzia come il numero dei femminicidi sia stabile, e non in aumento, da qualche anno.

Il quotidiano di Via Solferino pone l’accento sul fatto che, in questa torrida estate, i casi di violenza e maltrattamenti sulle donne sembrano aumentati in modo esponenziale. In realtà così non è: siamo noi (mondo dell’informazione) che prestiamo più attenzione al fenomeno.

Il Corriere, tuttavia, sottolinea come più della metà delle donne italiane siano vittime di uomini che, almeno in teoria, dovrebbero amarle: mariti, fidanzati, conviventi. L’analisi si chiude smentendo che gli autori delle violenze siano esclusivamente persone non istruite o con forti problemi sociali ed economici, portando l’esempio di Lucia Bellucci, trentunenne uccisa a coltellate dal suo compagno, uno dei più noti avvocati di Verona.

Chiudiamo il cerchio citando direttamente i dati presenti sul sito dell’Oecd, da noi meglio conosciuta come Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Online possiamo leggere le statistiche  relative alla sicurezza fisica e al numero di aggressioni e omicidi nei 34 paesi membri dell’organizzazione internazionale. Sono numeri significativi, che segnano un’evidente contraddizione rispetto alla presunta emergenza di cui parlano i nostri media: in Italia, infatti, c’è un numero di 0.9 omicidi ogni 100.000 persone, decisamente più basso della media Ocse che è 2.2.

Ciò che più importa, però, è che lo 0.9 italico è dato dalla media dei due generi, 1.4 per i maschi e 0.4 per le femmine, il che significa che, ogni 100.000 persone, il numero dei femminicidi corrisponde “solo” a 0.4: un dato nient’affatto elevato, anzi, tra i più bassi d’Europa. Tanto per fare qualche esempio, in Francia  si arriva allo 0.7 e nella civilissima Finlandia addirittura all’1.2.

Per quanto riguarda le aggressioni, invece, la situazione cambia, visto che la media italiana, sempre su un campione di 100.000 persone, è 4.7, a fronte di quella Ocse di 4.0. Le aggressioni subite dal sesso femminile si attestano al 4.1, superando dunque di pochissimo la media dei 34 paesi membri dell’organizzazione.

Dai dati suesposti deduciamo, dunque, che, sebbene nel nostro paese il numero di aggressioni e uccisioni a danno delle donne sia in ogni caso troppo alto, non ci troviamo di fronte a nessuna escalation, anche se la percezione del fenomeno e l’allarmismo della politica e dei mezzi di comunicazione sembrerebbe farci credere il contrario.

Infine, una nota di natura  etimologica: il termine “femminicidio” non è, a mio avviso,  dei più felici, in quanto riconduce l’uccisione della donna ad una motivazione antropologica, quasi etnica. Si uccide una donna “in quanto donna”. Certamente possono esservi casi isolati di odio viscerale verso l’universo femminile, tanto da arrivare ad esiti estremi, ma questo non potrà mai avvenire su larga scala, anche perché, lo si è visto, nella grande maggioranza dei casi gli autori delle violenze sulle donne sono mariti o fidanzati.

La parola femminicidio, invece, instilla un automatismo che molte volte non è così scontato: dove sta scritto che l’assassino ha ucciso la donna  solo perché è donna? E, se così fosse, come dovremmo comportarci di fronte ad un omicidio? Diremmo che un uomo è stato ucciso perché uomo e l’omicida è uno che odia il genere maschile? L’esito di questi ragionamenti non può che essere paradossale.


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