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pubblicato: giovedì, 27 febbraio, 2014

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Sud Sudan: un silenzio colpevole

Da Malakal, capitale dello stato sud sudanese di Upper Nile arrivano notizie di guerra. Malakal è ormai una città fantasma: presa dai ribelli, poi conquistata dai governativi e alcune settimane dopo attaccata ancora dai ribelli. Ci sarebbero stati sanguinosi combattimenti nei pressi del giacimento petrolifero di Paloich, uno dei più ricchi del Sud Sudan, nella regione di Upper Nile. Unità ribelli hanno sostenuto di aver preso il controllo di Akoka, una località a nord di Malakal vicina ai pozzi. Secondo il quotidiano Sudan Tribune, citato dall’agenzia Misna, oggi Paloich vale il 70% della produzione nazionale di greggio. Notizie affatto confortanti arrivano anche dalla regione di Jongley. Nella città di Bor, sulla carta in mano ai governativi, ci sarebbero stati nuovi scontri e nuove fughe di civili che avevano lasciato la città e avevano cercato sicurezza nei dintorni.

Così le file di profughi, sfollati interni e rifugiati in paesi vicini, soprattutto in Etiopia, si ingrossano. Il Sud Sudan sta diventando una emergenza umanitaria allo stesso modo di come lo è stato nei lunghi anni di guerra civile tra Nord e Sud. A quei tempi la situazione umanitaria si acutizzava periodicamente tanto che l’Onu, per almeno due decenni, ha fatto dell’intervento di aiuti e soccorsi in Sudan la più importante operazione della sua storia. In tutto questo quadro non si parla di pace. I negoziati di Addis Abeba sono praticamente naufragati. Il “cessate il fuoco” concordato il 23 gennaio non è stato rispettato da nessuno.

Se non si vuole cronicizzare la guerra civile in Sud Sudan è urgente che la comunità internazionale faccia qualcosa. I mediatori africani hanno fallito? Se ne trovino altri. Che Europa, Stati Uniti e Cina facciano sedere al tavolo non delegazioni dei due signori della guerra, ma i due signori della guerra, cioè il presidente Salva Kiir e il suo rivale ed ex presidente Riek Machar. In caso di fallimento, che si avvii un procedimento su di loro per crimini di guerra e contro l’umanità. Anche se la Corte dell’Aja conta poco in Africa ed è contestata, ai due signori della guerra e al loro entourage non piacerà veder bloccare i loro conti all’estero – sicuramente esistenti – né sentirsi limitati nei movimenti perché mezzo mondo nega loro il visto di ingresso.

L’importante è fare qualcosa, altrimenti la guerra in Sud Sudan diventerà uno dei soliti conflitti africani che non fanno rumore, non si conquistano l’attenzione dei media occidentali, ma che sono una macchina per la produzione di profughi, di sofferenze. Una macchina che poi risucchia denaro per assistenza e operazioni umanitarie.

Raffaele Masto




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