Elezioni India: rimarrà tale la democrazia più grande del mondo?

Pubblicato il 8 Aprile 2014 alle 15:32 Autore: Marco Caffarello

Si è svolto ieri il primo giorno della prima fase elettorale delle elezioni indiane che si concluderanno, dopo nove fasi, il 12 maggio. A contendersi la leader Rahoul Gandhi, giovane rampollo di famiglia, l’outsider Arvind Kejriwal, e il grande favorito Narendra Modi, leader del Bjp e fanatico hinduista, la cui elezione potrebbe risvegliare gli antichi rancori dei mussulmani.

Ieri, lunedì 7 aprile 2014, è stata una data importante per la più grande democrazia al mondo, più grande degli USA, più grande della stessa sconfinata Russia, con una popolazione locale chiamata al voto, oltre 815 milioni di elettori, che supera per numero la popolazione di un intero continente come l’Europa, l’India.

Modi

Narendra Modi, leader del Bjp e fanatico hinduista

Ieri si è infatti aperta a Varanasi, centro urbano di tre milioni di abitanti sulle rive del sacro Gange, la porta del paradiso per tutti gli induisti che nel suo letto ci vanno a morire, ufficialmente la prima delle nove fasi della grande sfida elettorale che porterà alla formazione del nuovo governo indiano, il Lokh Saba, un duello che, com’è ormai noto, vede contrapposti per la leadership l’ambizioso Narendra Modi, leader sessantaduenne del Bjp, partito nazionalista indiano, e lo stanco partito del Congresso della famiglia Gandhi, che ha candidato a premier il giovane e rampante Rahul Gandhi, figlio di Sonia Gandhi, che nonostante l’età, la bella presenza, e abbia basato tutta la campagna elettorale e la sua propaganda sulla lotta alla povertà, a detta di molti, è destinato ad una clamorosa sconfitta, se non addirittura ad una disfatta.

Ieri il primo giorno delle elezioni indiane si è quindi consumato, talmente titaniche che si concluderanno ad oltre un mese dal loro giorno d’ inizio, lunedì 12 maggio, data nella quale il mondo intero conoscerà il nome di colui che guiderà la democrazia per i prossimi anni di quello che è a conti fatti un vero continente con oltre un miliardo di abitanti, più di 3mila lingue e dialetti parlati, e problemi sociali che a ben vedere non hanno molto da invidiare ad un inferno, essendo il 40% della popolazione locale sotto il livello di povertà, e il 20% di questa appartenente alla casta dei cd. intoccabili.

Una sfida quella del seggio di Varanasi che certamente si concluderà con la vittoria di Narendra Modi, non fosse tra l’altro che la città sulle rive del Gange rappresenta una roccaforte dell’induismo,  e per uomo dalle origini povere ma dal forte temperamento con un passato anche da fondamentalista hindu come quello del leader del Bjp, il voto di ieri sarà stato come giocare ‘in casa’.

Ma al di là di ciò, di questo apparente vantaggio, è sostanzialmente la corsa di Modi ad essere inarrestabile, un’onda che rischia ora di divenire per il vecchio establishment un vero e proprio tsunami pronto a travolgerlo, senza lasciarne quasi più traccia.

Differentemente infatti dalla gestione del potere dei Gandhi e del partito del Congresso, ora in mano a Manmohan Singh, attuale premier indiano, che ha condotto il Paese a vivere una difficile stagnazione economica come quella attuale, la grande carta vincente di Modi sta proprio nell’efficienza delle sue politiche economiche, contro la quale, numeri in mano, c’è infatti poco da confutare.

Naredra Modi arriva infatti al turno elettorale con alle spalle tredici anni di governo dello Stato del Gujarat, piccolo stato dell’India occidentale a nord dello Maharashtra, lo stato di Bombay, caratterizzati da tassi di crescita di oltre il doppio la media nazionale, dal livello più basso di disoccupazione e da servizi locali efficienti.

Il boom economico del piccolo Stato è dovuto essenzialmente al piano di privatizzazioni messo in piedi dal suo governatore, ed è ciò, quindi, che Modi intende fare ora anche per l’India intera; lasciare concessioni ai grandi gruppi finanziari affinchè questi possano investire nuovi fondi utili per la crescita, come la costruzione di nuove fabbriche, nuove infrastrutture, più servizi, ec.

Tant’è il vero e solo alleato dell’ascesa di Modi, non casualmente, è il mondo della Borsa, della finanza e del credito indiano, pronti a raccogliere tutte le opportunità che con la nuova leadership si presenteranno. Tuttavia la scalata di Modi presuppone anche un rischio, che a ben vedere è intrinseco, appartiene all’essenza della complessa natura della popolazione locale; essendo egli un ‘fanatico’ induista, questo potrebbe accendere l’anima mai sopita dei mussulmani,( e chissà cosa pensa il Pakistan) poco inclini a lasciarsi governare da colui che è oggetto del loro odio.

Il rischio è dunque una frattura in seno alla stessa società indiana, già storicamente segnata dall’eterno rancore delle frange induiste e mussulmane e, a ben vedere, neppure la propaganda di Modi gioca a favore per una pace a tutto tondo; il leader del Bjp è infatti seguace del Dio Shiva, un Dio molto importante per la cultura indu, simbolico, essendo il Dio della ‘distruzione’, (Shiva significa letteralmente infatti ‘colui che porta via’), una attività distruttrice della divinità che si rende tuttavia necessaria, nell’eterno ciclo di produzione e distruzione dei cicli di Vita, alla genesi della nuova civiltà hindu, aspetti ovviamente inerenti ad ogni cultura religiosa, ma che potrebbero, sostengono i critici delle politiche di Modi, avere un ritorno, per così dire immanente, nelle azioni politiche di Modi premier.

Non sarà un caso, dunque, che nella propaganda di Modi, caratterizzata da forti sentimenti di destra nazionalista, siano finiti anche i nostri due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per i quali il leader del Bjp si è sempre schierato affinchè avessero un trattamento severo, accusando apertamente l’ attuale presidente del Partito del Congresso, Sonia Gandhi, ragazza piemontese diventata nuora di Indira e oggi madre di Rahul, di favorire i suoi ex connazionali. E’ probabile che un’eventuale vittoria finale di Modi complicherà, e di molto, la delicata faccenda dei due Marò italiani.

E se a trionfare non fosse né Modi, né Gandhi, ma come avviene spesso anche nella realtà, alla fine fosse un terzo candidato? Non è da escludere, ma è poco probabile. La terza testa impegnata nella corsa elettorale è infatti quella di Arvind Kejriwal, leader del Partito dell’Uomo Qualunque, a ben vedere la forza politica che piace agli intellettuali del Paese, non fosse anche per il carattere laico delle sue politiche e per i propositi di rinnovamento che anche la sua compagine va propagandando, ma come ammesso dallo stesso leader, le sue speranze non sono poi così molte.