Turchia: le istanze di rinnovamento e la cooperazione necessaria

Pubblicato il 18 Giugno 2015 alle 12:30 Autore: Mediterranean Affairs

(In collaborazione con Mediterranean Affairs)

La sera del 6 giugno si sono chiuse le urne dei seggi elettorali in Turchia e con esse un’era politica del paese. Con solo il 41% dei suffragi, l’AKP non potrà più governare da solo come ha fatto nei passati 13 anni.

Turchia: la perdita della maggioranza

A causare la perdita della maggioranza assoluta è stata non solo l’avanzata degli altri due principali partiti di opposizione, l’MHP e il CHP, ma anche l’entrata nel Parlamento del partito pro-curdo, l’HDP. Formatosi nel 2012, il partito capeggiato da Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ è riuscito a superare la fatidica soglia del 10% richiesta per entrare in Parlamento, soglia pensata proprio per sbarrare ai curdi la strada verso la “stanza dei pulsanti”.

E’ riuscito a farlo attraverso una strategia inclusiva, ergendosi a partito nazionale rappresentante non solo dei curdi, ma di tutte le minoranze che nel paese sono state sinora tagliate fuori dal monolitismo dell’AKP. Non a caso, nella lista presentata dall’HDP era formata per il 50% da donne.

Al contrario, non è risultato vincente l’atteggiamento aggressivo utilizzato da Erdoğan nei confronti dei rappresentanti degli altri partiti e, in particolar modo, dell’HDP, accusato come sempre di terrorismo.

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Turchia: la fine del sogno di Erdogan

Il risultato? Erdoğan può definitivamente salutare l’aspirazione di trasformare il paese in un regime presidenziale all’americana, mentre deve cercare di creare un governo di coalizione per evitare che il paese sprofondi nel baratro dell’instabilità che negli anni ’90 aveva ridotto il paese e la sua economia in ginocchio, costringendo l’allora premier Erbakan, sotto le pressioni dei militari, alle dimissioni.

Già segni di avvertimento provengono dai mercati: basti pensare che, il giorno seguente le elezioni, la lira è scesa di 8 punti percentuali rispetto al dollaro, totalizzando un -15% dall’inizio dell’anno. La Banca Centrale ha subito dovuto abbassare i tassi di interessi per arginare la fuga di capitali. Si noti, peraltro, che la prima galoppante economia turca aveva già subito un importante rallentamento, cosa che si pensa abbia contribuito alla relativa sconfitta all’AKP.

Avvertito il pericolo, Erdoğan ha ammorbidito i toni e adottato un atteggiamento più conciliativo nel tentativo di formare un governo di coalizione, un’opzione che molti avversano. Certamente, i toni aspri sinora usati dal Presidente e le sue malcelate ambizioni neo-ottomane hanno spinto così tanto sull’acceleratore della polarizzazione che ora è difficile rallentare.

Non solo i leader dell’opposizione sono generalmente contrari ad allearsi con l’AKP, ma lo stesso Davutoğlu ha avvertito della storica incompatibilità in Turchia tra stabilità politica e governo di coalizione. Egli ha pertanto già presentato le sue dimissioni a Erdoğan che gli ha chiesto però di continuare a svolgere la normale amministrazione sino a che non venga formato un nuovo governo.

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Turchia: la responsabilità condivisa

Pericoli a parte, i risultati sono questi e tutti i partiti devono agire responsabilmente di conseguenza per il bene della nazione, ha sottolineato Erdoğan. Peraltro, non è detto che se vent’anni fa “pluralismo politico” era incompatibile con “stabilità” ora debba andare allo stesso modo.

Se idealmente l’HDP, che si batte per la difesa della democrazia e delle libertà civili e politiche, collaborasse con l’AKP, potrebbe riuscire a riaccendere le speranze circa un allentamento dei legacci imposti ai media e alla libertà di espressione, come anche circa un riconoscimento di maggiori diritti per i curdi, per le donne, per i LGTB e per le altre minoranze religiose.

Per di più, una volta assestatasi la scena politica, l’economia ne beneficerebbe certamente. Gli investimenti strutturali di cui il paese ha così tanto bisogno arriverebbero. In più, un “revival” democratico potrebbe valere alla Turchia un riavvicinamento all’UE, che oggi pare quanto mai necessario data la “precious loneliness” che caratterizza le relazioni del paese con l’Oriente.

Solo riuscendo a realizzare un governo di coalizione capace di rispondere alle istanze di rinnovamento dell’elettorato, allora la Turchia diventerebbe un emblema di un paese capace di unire efficacemente islam e democrazia. Invece, rifiutandosi di cooperare col governo, dimostrerebbero ai turchi che solo l’AKP è in grado di governare il paese, mentre gli altri partiti rispolverano la “strategia della tensione”.

Francesca Azzarà

 (Mediterranean Affairs – Vice CEO)

L'autore: Mediterranean Affairs

Mediterranean Affairs è un centro di ricerca che mira a fornire analisi riguardanti l’area mediterranea. Svolgendo approfondite ricerche, lo staff affronta le varie tematiche di politica internazionale incentrate sulla difesa e la sicurezza, la stabilità regionale, e le sfide transnazionali come l’integrazione economica.
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