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pubblicato: domenica, 21 giugno, 2015

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Grasso contro Casson: “Tiene il piede in due scarpe”

Aldo Grasso, dalle colonne del Corriere della Sera, attacca il candidato (sconfitto) del centrosinistra alle Comunali di Venezia, Felice Casson.

Già si fatica a tollerare i magistrati scrittori, figuriamoci quelli «prestati» alla politica. E sono tanti. Prendiamo Felice Casson. Il sogno di diventare sindaco di Venezia è miseramente svaporato: al ballottaggio ha perso per strada i suoi elettori e i grillini gli hanno fatto marameo. Si starà leccando le ferite alla Giudecca? Per niente.

Tornato a Roma, come membro della Giunta delle Immunità in merito all’arresto del senatore Azzollini, ha dichiarato: «Non c’è fumus persecutionis. Ho letto le carte. Per me l’ordinanza è fatta bene, è lineare e corretta». In poche parole, sì all’arresto. Sia chiaro, a Casson non si può imputare nulla, le sue scelte sono garantite dalla Costituzione. Ma dovrebbe almeno aiutarci a uscire dall’equivoco dei magistrati che fanno politica.E dire che nel 1995, dopo l’esperienza fallimentare in Spagna del giudice Baltasar Garzón, aveva confessato a Gian Antonio Stella: «Esperienza assolutamente negativa. Ha visto crollare la sua immagine nell’opinione pubblica e alla fine è tornato a fare il magistrato. Credo che occorra decidere: o si fa il giudice o si fa il politico».

Bene, bravo. O l’uno o l’altro. Il potere giudiziario andrebbe sempre tenuto separato dal legislativo e dall’esecutivo, come suggerisce lo Stato di diritto. E invece troppi magistrati si buttano in politica senza smettere l’abito giustizialista, magari con il paracadute dell’aspettativa. Un piede in più scarpe. Ma sempre con il piede sbagliato.

Ma non è solo Felice Casson ad entrare nel mirino del critico del Corriere. Ieri Aldo Grasso ha preso di mira Alba Parietti, Sabina Guzzanti e Sabrina Ferilli definendole “tricoteuses del rosso di sera” che non hanno “mai sposato un contadino, un operaio, un cassintegrato”. Parole a cui hanno replicato le dirette interessate inviando una lettera al direttore del Corriere.

Gentile Direttore del Corriere della sera,

leggendo il pezzo di oggi del vostro critico televisivo Aldo Grasso dedicato all’ultima puntata di Servizio Pubblico di Michele Santoro ci è sorto un dubbio enorme che Lei ci potrà sicuramente chiarire. Senza entrare nel merito del pezzo Aldo Grasso nel chiudere l’articolo scrive, riferendosi alla nostra partecipazione alla serata: “Oh, ma queste tricoteuses del rosso di sera avessero mai sposato un contadino, un operaio, un cassintegrato!”. Direttore ci aiuti! Aldo Grasso pensa veramente che per difendere qualsiasi diritto saremmo obbligate a sposare la persona alla quale questo diritto è stato violato? Per esempio: per difendere i diritti degli operai dovremmo sposare un operaio? Ok, va bene. Oppure: per difendere il diritto degli immigrati dovremmo sposarne uno? Va bene anche questo. Ancora: se difendiamo i diritti delle coppie gay dovremmo – e qui la faccenda si complica – sposare un gay? Ma, soprattutto, per difendere la libertà di critica cosa ci tocca fare? Sposare Aldo Grasso? Davanti a questo dubbio, ce lo consentirà, gettiamo la spugna!

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