Sulle unioni civili tramonta l’alleanza tra Alfano e Renzi?

Pubblicato il 14 Ottobre 2015 alle 15:09 Autore: Redazione
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Governo e Nuovo Centrodestra sono ai ferri corti. Tema del contendere le unioni civili in votazione al Senato. Dei motivi dello scontro ne abbiamo parlato qui. La divisione di vedute è però tale da far rischiare il divorzio tra Renzi ed Alfano. Ncd è rimasta scottata dall’accordo sulle riforme costituzionali tra premier e Verdini. E alcuni suoi esponenti non hanno nascosto la loro insofferenza. Nunzia De Girolamo ha già lasciato il ministro dell’Interno per tornare da Berlusconi portandosi dietro parecchi amministratori campani (“Altri ne seguiranno” avverte). Mentre Gaetano Quagliariello si è dimesso con una lettera al leader Ncd Angelino Alfano da coordinatore del partito, decisione maturata a seguito di un dissenso sulla linea politica del partito, troppo schiacciata su Renzi. Il ministro dell’Interno prova a gettare acqua sul fuoco: “Non ho forzato nessuno per entrare in Ncd quando c’era da avere un gesto di coraggio, non trattengo nessuno ma se tiro una riga di quanto fatto il bilancio è molto in attivo”. Ma oggi l’Occidentale, giornale online vicino a Ncd, sancisce di fatto la fine della maggioranza nata dalle ceneri dell’accordo tra Pdl e Pd poi rotto da Berlusconi a seguito della condanna Mediaset.

“Ogni storia inizia e finisce. Inizia con dei presupposti, delle idee e delle speranze. Finisce quando quei presupposti si realizzano grazie alle idee che li sorreggevano, trasformando le speranze in fatti, e anche quando la realtà si incarica di mostrare i limiti di quelle speranze. Così avviene per una parte del centrodestra italiano dopo la fine del Pdl, con l’esperienza del governo Letta prima e delle larghe intese con Renzi dopo.

Il presupposto era rimettere in  piedi l’Italia. L’idea era quella di riformare le istituzioni  repubblicane e il nostro sistema economico per ammodernarli e renderli  competitivi a livello europeo e nella sfida globale. La speranza era che finalmente si scendesse dalle barricate del ventennio (anti)berlusconiano, un’epoca di conflitti che avevano  ridotto all’impotenza la politica, e reso il Paese un vaso di coccio tra vasi di ferro. Oggi quei presupposti sembrano realizzarsi. La riforma costituzionale votata ieri in seconda lettura al Senato, che ha certamente dei limiti e lascia aperta una grossa incognita sulla nuova legge elettorale, ha segnato un importante giro di boa.

La riforma si aggiunge ad altri risultati ottenuti sul versante del lavoro e dell’economia: il Jobs  Act, il superamento dell’articolo 18, la volontà di alleggerire il peso fiscale che opprime i cittadini e rallenta la ripresa, tutti provvedimenti realizzati o perlomeno avviati da questo governo e garantiti dalla presenza di Ncd, che ha controbilanciato le resistenze interne al Pd, la sua storica vocazione alla politica del “tassa e spendi”. Senza la generosità del Nuovo Centrodestra il renzismo sarebbe stato velleitario o impotente, e nonostante la spregiudicata abilità tattica e la spinta trainante della leadership renziana, sarebbe rimasto impantanato nelle sabbie mobili dei contrasti interni al Pd.

Adesso, come ogni storia che si rispetti, anche quella che stiamo raccontando  si avvia a una conclusione. Non perché ci sia bisogno di risalire sulle  barricate – di barricaderi in parlamento ce ne sono già abbastanza – e  neppure perché di colpo si voglia azzerare quanto è stato fatto fino ad ora, oppure fermarsi. Bensì, più semplicemente, perché il peggio della tempesta economica è alle spalle, le istituzioni sono state profondamente modificate e forse è  venuto il momento di tornare alla dialettica sui valori.

Questa dialettica è una delle poche cose che in un’epoca postideologica come  l’attuale restano a definire confini, identità e appartenenze. Ecco  perché non deve suonare strano o paradossale che ieri, un attimo dopo che la  maggioranza di governo aveva approvato le riforme costituzionali, nella  capigruppo incaricata di seguire l’iter della legge sulle unioni civili  si sia consumato un primo sostanziale strappo fra Pd e Area Popolare, con il primo che vota insieme a Sel e al Movimento 5 Stelle.

Renzi ha scelto un’altra maggioranza, forse perché ritiene di poter governare seguendo stabilmente la politica dei due (e più) forni, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, forse perché pensa che il renzismo non abbia più bisogno della garanzia centrista per andare avanti sulla strada delle riforme, forse perché giudica sufficiente l’apporto di Verdini e le oscillazioni di Forza Italia.

Lo strappo, comunque, il Pd lo ha consumato, e lo ha fatto con quel di più di inutile arroganza che appesantisce i rapporti. Sulle social issues, come le chiamano in America, tornano le (salutari)  differenze di schieramento: da una parte chi crede che una coppia gay  possa sposarsi e avere un bambino pagando una donna perché lo porti in grembo e poi lo ceda, dall’altra chi pensa a  difendere la famiglia naturale. La scelta compiuta ieri dal Pd si iscrive in questi opposti radicamenti ideali.

Strappando sulle unioni civili, il partito democratico renziano dimostra di voler essere un classico “partito pigliatutto” all’americana, che cerca voti al centro quando  si va alle urne ma non può ambire a  rappresentare i valori di moderati, liberali e  conservatori. Nessuna sorpresa, of course. Sapevamo che  questo momento sarebbe arrivato. Un ciclo finisce e altre storie sono destinate ad aprirsi, con nuovi presupposti, idee e speranze per le  quali ci batteremo, in modo democratico e con la stessa responsabilità  di sempre, fino a vederle prevalere.

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