Presidenziali Usa: l’Isis entra in campagna elettorale

Pubblicato il 20 Novembre 2015 alle 14:03 Autore: Guglielmo Sano
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Presidenziali Usa: dopo gli attacchi di Parigi, i maggiori candidati alla Casa Bianca sono costretti a prendere una posizione chiara sul contrasto all’Isis. Sembra che entrambi gli schieramenti propendano per l’interventismo, di certo non c’è più spazio per un impegno di carattere unilaterale. Tuttavia, si fa strada la tentazione di riproporre una versione “light” di isolazionismo; comincia sempre più a pagare lo slogan che, parafrasato, suona più o meno così: quella contro l’Isis non è una lotta americana. Insomma, si farà di tutto pur di non dire agli elettori che all’orizzonte potrebbe esserci un nuovo “pantano” afghano-iracheno.

Repubblicani

Jeb Bush

Prima venne il padre e poi il fratello, Jeb Bush potrebbe essere il terzo membro della famiglia a inviare le truppe americane in Iraq anche se nel quadro di un’intervento internazionale che, in questo caso, abbia come obiettivo quello di distruggere lo Stato Islamico. Quante truppe americane vorrebbe mandare in Iraq il Presidente Jeb Bush? In realtà, non ha mai specificato il numero, però, ha sempre detto che la maggior parte del contingente anti-Isis dovrebbe essere formato da “forze locali”. Per quanto riguarda la Siria, ha detto che “gli Usa dovrebbero porre fine alla brutale guerra condotta da Assad contro il suo popolo”, tuttavia, oltre alla “rimozione” del Presidente siriano non ha mai esposto la sua strategia per fermare la spirale di sangue e terrore che attanaglia il paese.

Donald Trump

Alla prima impressione il miliardario Donald Trump sembra più un tipo da “grido di battaglia” che da strategia. Infatti, non è mai andato oltre il turpiloquio quando gli è stato chiesto cosa avrebbe fatto contro lo Stato Islamico in qualità di Presidente eletto. Sicuramente, da quello che si coglie tra una espressione colorita e l’altra, vorrebbe “bombardare” (in particolare, le infrastrutture petrolifere a disposizione dell’Is), ma non ha mai chiarito in che modo tali bombardamenti dovrebbero evitare morti civili individuando esattamente le posizioni jihadiste. In realtà, una volta ha detto che istituirebbe un’enorme “zona sicura” per la popolazione non combattente, anche se non ha specificato come potrebbe ottenerla, dove potrebbe essere posizionata, in che modo manterrebbe la sua sicurezza.

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Ben Carson

In un editoriale pubblicato recentemente sul Washington Post, Ben Carson ha esposto i punti chiave della sua strategia di contrasto al jihadismo: da una parte vorrebbe “zittire” l’Isis sul web, stroncandone l’auto-promozione condotta per mezzo dei social, dall’altra, “bisogna convincere curdi, siriani e iracheni che l’Isis rappresenta una minaccia per la loro esistenza”. In pubblico, la posizione del neurochirurgo in pensione è sempre stata molto più vaga: per Carson gli Usa dovrebbero andare in Medioriente “con delle intenzioni molto serie” per sconfiggere l’Isis, magari a capo di una coalizione internazionale. D’altra parte, durante l’ultimo dibattito tra i candidati alle primari del GOP, quando gli hanno chiesto con chi – concretamente – si dovrebbero alleare gli Stati Uniti per combattere l’Isis non ha saputo rispondere.

Marco Rubio

Interpellato in merito agli attacchi di Parigi, il senatore della Florida ha risposto dicendo che la Francia si dovrebbe appellare all’articolo 5 del Patto Atlantico per cui “un attacco a un membro della Nato è un attacco a tutti gli altri membri”. Fatto questo si dovrebbe costituire una coalizione internazionale per combattere l’Isis, una “grande forza sunnita” in grado di battere gli jihadisti non solo militarmente ma “ideologicamente”. Per gli Usa, dunque, solo supporto logistico e aereo.

Ted Cruz

Anche il Senatore Texano esclude l’invio di truppe americane sul suolo mediorientale. Sono i curdi i “boots on the ground” di cui gli Usa hanno bisogno, per questo dovrebbero essere armati pesantemente.

Carly Fiorina

Anche la ex CEO di Hawlett&Packard è una forte “sostenitrice” dell’armamento delle forze curde. La sua proposta consiste nell’organizzazione di un vertice tra i paesi arabi – quella contro l’Isis “è la loro lotta” – a cui gli Usa dovrebbero comunque fornire “leadership” e “soluzioni”.

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Democratici

Hillary Clinton

L’ex Segretario di Stato (al centro nella foto sopra) ha sostenuto la “linea dura” sia sull’Iraq che per la Libia. All’ultimo dibattito in campo repubblicano, svoltosi il giorno dopo gli attentati di Parigi, si è mostrata molto più prudente del solito. L’Isis è una questione che riguarda più i paesi mediorientali che l’America. Sì, le forze speciali Usa dovranno provvedere all’addestramento delle forze curde e arabe impegnate nel combattimento diretto dell’Isis che, però, “non potrà essere una lotta americana”.

Martin O’Malley

Sempre durante l’ultimo dibattito, il governatore del Maryland (a destra nella foto sopra), invece, ha messo in chiaro che la sua posizione è diametralmente opposta a quella della Clinton e che, quella contro l’Isis, dovrebbe essere “una lotta americana”.

Bernie Sanders

Il candidato democratico (a sinistra nella foto sopra), da parte sua, Sanders non esclude l’alleanza con Russia e Iran – oltre a quella con le Monarchie del Golfo – per combattere la temibile organizzazione terroristica.

L'autore: Guglielmo Sano

Nato nel 1989 a Palermo, si laurea in Filosofia della conoscenza e della comunicazione per poi proseguire i suoi studi in Scienze filosofiche a Bologna. Giornalista pubblicista dal 2018 (Odg Sicilia), si occupa principalmente di politica e attualità. Cura la sezione esteri per Termometro Politico
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