Il voto obbligatorio aumenta l’interesse per la politica?

Pubblicato il 2 Agosto 2016 alle 17:12 Autore: Guglielmo Sano
voto obbligatorio, paese dove il voto è obbligatorio, astensione

Il voto obbligatorio aumenta l’interesse per la politica?

Il secondo comma dell’articolo 48 della Costituzione della Repubblica Italiana definisce il voto come personale, eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è qualificato come “dovere civico”. Tale espressione sancì il compromesso tra i costituenti fautori del “voto obbligatorio” e quelli sostenitori del voto come “atto morale”. Fino al 1993 erano previste delle sanzioni “simboliche” per l’astensionista, una volta abolite per via riformista, in Italia il “non-voto” ha assunto il carattere di vera e propria “scelta politica”.

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Paesi in cui il voto è “obbligatorio” in viola – Grafica di Idea.int

Quasi in tutto il mondo il voto si esprime su base “volontaria”, come in Italia, solo in 26 paesi è “obbligatorio”. Tuttavia, soltanto una decina di questi stati fa in modo che “la legge venga rispettata”, per così dire, negli altri il voto è “obbligatorio” più de iure che de facto. Per esempio, in Australia, chi risulta iscritto nei registri elettorali deve necessariamente recarsi alle urne il giorno delle elezioni a meno che non abbia preventivamente preso accordi per votare prima. In caso contrario gli viene corrisposta una multa di 20$ australiani (un dollaro australiano corrisponde a 0,76 Euro al tasso di cambio attuale) e, potenzialmente, un giudice potrebbe infliggergli una pena detentiva.

Il voto obbligatorio aumenta l’interesse per la politica?

Detto ciò, l’argomento è contraddistinto da una fitta “scala di grigi”. Infatti, considerando che la questione è tutt’altro che risolta anche in Australia, basterà dire che ci sono nazioni, come il Venezuela e i Paesi Bassi, che hanno abolito il voto obbligatorio mentre in Austria solo due regioni lo prevedono, con tanto di sanzioni, seppur leggere. Il ragionamento che determina l’applicazione dell’uno o dell’altro modello, in generale, è duplice: da un lato, si pensa che la democrazia si debba basare sulla libertà di esprimere o meno la propria preferenza, dall’altro, si considera il voto soprattutto, quasi esclusivamente, un “dovere” civico.

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Grafica di Idea.int

Mettendo da parte la storia, le scelte di ciascun paese, è plausibile considerare il voto “obbligatorio” un’ottima arma contro l’astensione: come si vede dal grafico soprastante (fino al 2010), nei paesi dove è prevista una “sanzione” (molti sistemi lasciano, volontariamente o no, delle “scappatoie” agli elettori) per chi non si reca alle urne, la media dell’affluenza alle urne è stata del 7,37% più alta rispetto ai paesi dove il voto è facoltativo.

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Grafica di Jill Sheppard che categorizza i sistemi di voto obbligatori per intensità, grado più alto a sinistra, delle sanzioni

Invece, nell’infografica realizzata dal Pew Research Center è possibile constatare il record di affluenza australiano risalente alle federali del 2013 e, in modo più ampio, le percentuali di affluenza massima registrate dove il voto è, in un modo o in un altro, “obbligatorio” (paesi contrassegnati dall’asterisco) o meno. 

Ma se il pregio del voto “obbligatorio” non fosse solo quello di garantire un’alta partecipazione alle tornate elettorali? E se “obbligare” gli aventi diritto a votare avesse come effetto anche quello di aumentare l’interesse per la politica? A queste domande ha cercato di rispondere Jill Sheppard, ricercatrice dell’Australian Centre for Applied Social Research Methods (AusCen) dell’Australian National University. Utilizzando i dati emersi dalle 133 indagini (quesiti a risposta multipla) condotte in 47 paesi, tra il 1996 e il 2013, nel quadro del progetto CSES (The Comparative Study of Electoral Systems), la Sheppard ha mostrato come, nei paesi in cui il non-voto è “fortemente” sanzionato, la “conoscenza” della politica sia ripartita equamente tra le fasce più scolarizzate e quelle meno scolarizzate dell’elettorato. Risultato interessante anche per quanto l’analisi di “genere”: se nei paesi dove il voto è “volontario” si riscontra un importante divario tra uomini e donne a proposito di “conoscenza” della politica, nei paesi in cui vige l’obbligo di voto, il gap risulta quasi del tutto colmato.

Tuttavia, maggiore “interesse” non significa maggiore “impegno civico”. Quest’ultimo non può essere rivitalizzato utilizzando esclusivamente lo strumento sanzionatorio ma imparando a pensare “oltre l’affluenza”.

L'autore: Guglielmo Sano

Nato nel 1989 a Palermo, si laurea in Filosofia della conoscenza e della comunicazione per poi proseguire i suoi studi in Scienze filosofiche a Bologna. Giornalista pubblicista dal 2018 (Odg Sicilia), si occupa principalmente di politica e attualità. Cura la sezione esteri per Termometro Politico
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