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pubblicato: sabato, 5 novembre, 2016

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Elezioni Usa: ecco perché sono importanti per l’Europa

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Elezioni Usa: ecco perché sono importanti per l’Europa

Ci siamo. Martedì, come ogni quattro anni il mondo libero (e non solo) accenderà i riflettori sull’elezione del suo prossimo leader. Questa volta lo scontro tra i due candidati alla presidenza Usa ha preso sempre più i contorni di una battaglia finale visto il carisma, le posizioni e le controversie dei due sfidanti. Hillary Clinton e Donald Trump sono i due aspiranti presidenti meno amati e più lontani ideologicamente di sempre nella storia delle elezioni degli Stati Uniti. E la loro sfida sembra tradursi in quella lotta tra paura e speranza che l’Europa ha già vissuto con il referendum sulla Brexit e che i leader di Germania e Francia (ma anche Spagna e forse Italia) si preparano a intraprendere il prossimo anno con le elezioni politiche nei loro paesi. Ecco perché, sebbene lo scenario europeo sia ormai lontano da ogni interesse elettorale statunitense (molto più attento alle vicende asiatiche e mediorientali) al di qua dell’Atlantico la vittoria dell’uno o dell’altro sposterebbe, e non poco, gli equilibri dell’Unione.

Elezioni Usa: ecco perché sono importanti per l’Europa

Tutto ebbe inizio con Brexit…

Proviamo a ricordare cosa è successo immediatamente dopo Brexit. Donald Trump, atterrando con il suo elicottero in Scozia, riferiva in un’intervista alla Stampa la sua piena soddisfazione per la scelta del popolo britannico e la convinzione che ben presto altri paesi europei avrebbero optato per quella scelta. Il chiaro attacco del tycoon newyorkese al progetto politico europeo è sembrato un chiaro assist per quanti nel vecchio continente cercavano da anni un tale appoggio oltreoceano. Tutto questo mentre i mercati lanciavano chiari segni di preoccupazione e la leadership britannica e dell’Unione cercavano di tamponare una ferita ormai aperta, con l’endorsement di Obama e della Clinton alle ragioni del remain che naufragavano insieme ai buoni propositi di un’Europa unita.

Gideon Rachman sul Financial Times ha individuato come posizioni sull’immigrazione, sull’utilizzo del voto di protesta come risposta all’insicurezza economica e alla distanza creatasi tra l’opinione dell’elite culturale e di quella della classe operaia fossero comuni tra la campagna elettorale Usa e quella referendaria. Non per niente Brexit è anche stata la prima e, ad ora, unica volta in cui l’Europa è riuscita ad entrare nel dibattito interno americano, spingendo ai primi di luglio la Clinton ad un +13% sul suo avversario grazie anche a quella sua immagine di affidabilità e pacatezza mostrata durante il periodo di crisi europea.

Il TTIP, fallimento dei trattati o attesa di tempi migliori?

Il Transatlantic Trade And Investment Partnership, l’accordo commerciale tra Usa e Unione Europea per l’integrazione dei due mercati, ha rappresentato negli scorsi mesi un argomento di discussione molto controverso su entrambe le coste dell’Atlantico. La posizione di Donald Trump è sempre stata molto chiara a riguardo: un no secco e deciso per un accordo che secondo il suo programma economico danneggerebbe l’industria americana. Un argomento centrale nella sua campagna elettorale, tradotto nella sua Economic Vision in misure fortemente protezionistiche. La posizione della Clinton è un po’ meno delineata. La questione rappresenta, infatti, motivo di imbarazzo per l’ex first lady per la sua recente giravolta che in molti vedono motivata da ragioni puramente elettorali. Non è un segreto infatti il suo precedente allineamento, anche in questo caso, al Presidente Obama, da sempre favorevole all’accordo. Resta quindi tutto da capire come i negoziati sul TTIP procederanno, e se lo faranno vista la loro attuale sospensione, una volta chiarito chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca.

Immigrazione, gli opposti si scontrano

È forse questo il campo dove quell’eterna battaglia che accomuna Europa e Stati Uniti tra paura e speranza si fa più evidente Le posizioni del tycoon newyorkese in tema di immigrazioni sono al suo solito molto chiare e nette. Il muro con il Messico campeggia ancora nel suo programma elettorale e le dichiarazioni in merito alla politica migratoria tedesca (“ha trasformato la Germania in un Paese da cui i suoi abitanti vogliono scappare”) non lasciano dubbi sulla linea che intende seguire una volta conquistata la scrivania della Sala Ovale. Una posizione che trova in Europa molti estimatori e che avvicina le parti più conservatrici dei due continenti, estendendo le argomentazioni ben oltre il campo economico e occupazionale. Ai proclami sensazionalistici del suo avversario, Hillary Clinton ha preferito i toni più soft e il merito della questione, inserendo l’immigration reform nel piano di governo dei primi 100 giorni. L’ex senatrice di New York in Europa ha ricevuto l’endorsement di molti capi di stato e l’impegno preso da Obama al summit di New York sul tema rifugiati trova la sua linea di continuazione diretta in un’eventuale sua presidenza. Non è assurdo aspettarsi conseguenze molto diverse e dirette sul suolo europeo a seconda della vittoria dell’uno o dell’altro candidato soprattutto in questo campo.

Europa, il tasto dolente è la politica estera

L’Europa, come detto, non è più al centro dell’interesse del dibattito statunitense, ma è innegabile che non si possa dire il contrario. La leadership europea è ancora fortemente ancorata al potere Usa (soprattutto militare) e per questa ragione l’elezione del presidente americano rappresenta un nodo cruciale per la politica estera europea. Prendiamo la Nato. Trump ha criticato fortemente l’alleanza transatlantica, arrivando a dichiarare che qualora fosse presidente non accorrerebbe in aiuto di un paese alleato che non adempisse agli obblighi nei confronti degli Stati Uniti. Lo ha ribadito anche nel dibattito televisivo. Ecco perché l’eventuale elezione del milionario americano preoccupa e non poco un’Europa già divisa (e in difficoltà economica) che già subisce l’aggressiva politica estera russa. È infatti Vladimir Putin che gioirebbe maggiormente della vittoria di Donald Trump (più volte i due durante gli ultimi mesi si sono scambiati curiosi apprezzamenti reciproci) e così si spiega anche la corsa al sostegno per Hillary da parte di tutte le cancellerie europee, che non ha mancato di ribadire anche durante i dibattiti TV il pieno sostegno agli alleati.

Insomma motivi di interesse per l’Europa ce ne sono in queste elezioni presidenziali americane. Perché la sfida tra Donald Trump e Hillary Clinton può davvero rappresentare quel derby tra paura e speranza che già con Brexit l’Europa ha vissuto sulla propria pelle, riscoprendosi estremamente fragile. E se gli ultimi sondaggi abbiano ravvisato solo un piccolo recupero del candidato repubblicano su base nazionale (il più citato negli ultimi giorni, poi corretto, è stato quello del Washington Post/Abc che addirittura lo vedeva in testa di un punto) dopo gli scandali e i non sempre ottimi dibattiti Tv di ottobre e, al contrario, le analisi per ogni singolo Stato vedono ancora la Clinton come la più probabile vincitrice del confronto, la miglior fotografia l’ha fatta probabilmente l’analista politica Kori Shake dalle pagine di Politico: “L’impensabile, ho realizzato, è realmente possibile quest’anno”.

Luca Michele Piscitelli

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