pubblicato: giovedì, 5 aprile, 2018

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Elezioni 2018: governo centrodestra e ritorno alle urne. Lo scenario.

Elezioni politiche 2018 Governo Lega-M5S resta l'unica opzione

Elezioni 2018: governo centrodestra e ritorno alle urne. Lo scenario.

Governo a tutti costi, oppure no? Nel difficile rebus le dichiarazioni dei leader dei maggiori partiti politici si attestano su posizioni che non dipanano la matassa. Se da un lato Salvini apre a Di Maio, dall’altro i Cinque Stelle chiudono a Berlusconi. E poi c’è il PD, quello di Renzi e quello di Martina. Chi sarebbe disposto ad appoggiare un eventuale esecutivo e chi a tornare a elezioni?

Elezioni 2018: Il puzzle del centrodestra

Con il primo giro di consultazioni che si appresta a volgere al termine, secondo i più “ a vuoto”, emergono subito alcuni nodi da sciogliere.

Matteo Salvini, vincitore morale e materiale di queste elezioni, apre ufficialmente a un governo con il Movimento Cinque Stelle. Esclude Di Maio premier, su questo non ha dubbi. Eppure è l’unico, fra i leader ricevuti dal capo dello Stato, a citare esplicitamente il partito pentastellato. “Non ci vuole uno scienziato per capire che soluzioni senza il M5s sarebbero temporanee e improvvisate”, ha dichiarato il segretario leghista.

Elezioni 2018: Berlusconi non è disponibile all’alleanza

Non altrettanto disponibile Silvio Berlusconi, che ha chiaramente messo alcuni paletti. Ik governo deve avere una guida di centrodestra, deve essere di lungo periodo, con Salvini premier e alleati “non populisti, pauperisti, giustizialisti”. Abbastanza esplicito, nelle sue parole, il veto ai grillini.

Un puzzle complicato, quello che va componendosi, con molti tasselli ancora da incastrare.

Salvini, premier indicato dalla sua coalizione, si autocandida a guidare formalmente anche la fase transitoria. Annuncia di voler fare dialoghi “formali” con tutti i partiti. Delle consultazioni nelle consultazioni, prove tecniche da incarico esplorativo. Questo lascia intuire che qualunque decisione in merito alla eventuale possibilità di dare vita a un esecutivo slitterà almeno alla prossima settimana, dopo un secondo giro di consultazioni.

E mentre tutti quanti guardano ai Cinque stelle, per capire le prossime mosse, nessuno esclude sorprese.

Perché è vero che il leader leghista si è posto come mediatore, facendo un appello – evidentemente rivolto agli alleati del centrodestra – ad abbandonare “personalismi e no a prescindere“. Ma è altrettanto vero che sull’altro versante resta da verificare se il niet dei grillini a Forza Italia sia effettivamente insormontabile.

Così come non è scontato che il dialogo che eventualmente porterebbe a delle trattative fra Lega e Cinque stelle possa essere foriero di una maggioranza in grado di sostenere un governo per il Paese.

Elezioni 2018: Quale governo possibile?

A questo punto, numeri alla mano, le alternative non sono molte.

Alla Camera il centrodestra può contare su circa 265 parlamentari. Anche volendo aggiungere una decina di parlamentari dal gruppo misto, presi dai fuoriusciti del M5S e magari da qualche parlamentare delle minoranze linguistiche, servirebbero almeno una cinquantina di parlamentari da pescare nelle fila Dem.

Ora, il partito di Maurizio Martina si è sfilato dalla partita passando la palla (avvelenata) agli avversarsi e ha dichiarato che la “responsabilità di governo va a chi ha vinto”. Resta dunque da verificare se, anche in caso di una eventuale scissione della formazione renziana – che farebbe di fatto lo stesso percorso di Alfano prima e Verdini poi nella scorsa legislatura – l’appoggio esterno legittimi Salvini come premier. E’ più probabile infatti che venga fuori un nome diverso, non necessariamente leghista, di certo gradito sia a Renzi che a Berlusconi.

Un’alternativa, ancora più complessa dal punto di vista numerico, si profila soprattutto al Senato, ovvero l’alleanza composta dal M5S con una parte (non renziana) del PD, LeU e buona parte del gruppo Misto.

Tutto sta a capire, dunque, qualora il PD si spaccasse in due quale delle due componenti potrebbe effettivamente permettere la nascita di un nuovo governo e con chi.

Elezioni 2018: Ritorno alle urne, a chi spaventa e a chi conviene

E’ chiaro che non tutti i gruppi parlamentari hanno la stessa convenienza a creare un governo, qualunque esso sia.

I partiti che avrebbero tutto da perdere in caso di ritorno al voto, sono senz’altro PD, LeU e FI.

Il Partito Democratico è in piena faida interna, rischierebbe di presentarsi senza un nuovo segretario legittimato da tutte le correnti. Visti i tempi lunghi per poter arrivare ad un mandato pieno per il nuovo segretario entrante, ci si presenterebbe a nuove elezioni senza un leader. Cosa che certamente non agevolerebbe un risultato migliore del precedente bensì una debacle peggiore.

Elezioni 2018: male LeU

Il partito di Grasso, che superato a stento la soglia di sbarramento, questa volta potrebbe non bissare il traguardo. Tenuto conto anche dei sondaggi, che nelle ultime settimane prima del voto li davano in forte ribasso. Il risultato ottenuto il 4 marzo, misero pur con l’appeal della novità e l’effetto trascinamento della prima tornata elettorale, sarebbe oggi per Leu non replicabile.

Sebbene  su un piano differente, Forza Italia è altrettanto impegnata a scongiurare l’opzione delle urne. Dopo l’inverarsi dell’incubo Lega che supera FI, il rischio del cosiddetto “voto utile” potrebbe complicare ancora di più le cose e consentire a Salvini di fare vera e propria incetta di voti azzurri.

Anche gli ultimi sondaggi testimoniano che una seconda tornata elettorale finirebbe col diventare un vero e proprio ballottaggio tra Di Maio e Salvini; esasperando così il già evidente travaso di molti voti, da partiti di sinistra verso i Cinque Stelle e da FI in favore della Lega.

In fin dei conti, quindi, è evidente che Salvini e Di Maio siano gli unici a cui l’ipotesi di tornare a votare al più presto convenga, per capitalizzare i risultati delle elezioni del 4 marzo.

Quale dei fronti avrà la meglio è tutto da vedere. La linea aperturista di Salvini e quella accentratrice di Di Maio, quella moderata e possibilista di Berlusconi e quella “responsabile” di minoranza del PD, tracciano i confini di un perimetro parlamentare confuso e, al momento, piuttosto complicato.

Serve una maggioranza solida dopo le elezioni 2018

L’unica possibilità per avere un governo stabile è avere in mano una maggioranza ampia e solida che possa durare 5 anni. Non dimentichiamoci che nel 2019 il Quantitative Easing voluto da Draghi, che protegge l’Italia dalla speculazione, probabilmente vedrà la fine, al termine del mandato di Draghi a capo della BCE.

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Chi si arrischia a gestire un governo che fra un anno affronterà quasi certamente una tempesta finanziaria, se non sarà in grado di dare solide garanzie di tenuta? Vale davvero la pena rischiare la formazione di un governo di corto respiro solo per la paura di andare a votare di nuovo?

Molti parlamentari appena eletti sono consci che non è escluso non tornino in Parlamento; a un secondo giro elettorale, e son pronti ad aggrapparsi con le unghie e con i denti a questa legislatura, per quanto difficile.

Ma chi sarà disposto a essere il loro tampone in una situazione così complessa? Conviene davvero a tutti formare a tutti i costi un governo, con una maggioranza risicata e a rischio disastro in caso di caduta?

Le prossime ore saranno determinanti a chiarire, almeno, alcune di queste criticità.

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