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pubblicato: martedì, 31 luglio, 2018

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Libri consigliati, “Le Notti Bianche” di Dostoevskij: storia di un sognatore

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Libri consigliati, “Le Notti Bianche” di Dostoevskij: storia di un sognatore

Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. – Walter Benjamin, Infanzia Berlinese

A volte quando si legge ci si imbatte in frasi poco chiare; evocazioni di immagini ambigue di cui non riusciamo ad afferrare il senso pienamente. In ciò concorrono i più svariati motivi e la più svariata casistica; in mezzo alla selva costituita da quest’ultima, una componente va sottolineata. Spesso ci scontriamo con la parte più cruda e visionare dell’autore; confusa e rubricata spesso come “lirica” in virtù di quell’espressività a cui la poesia ci ha meglio abituati. Di conseguenza, in un periodo in cui si legge poca poesia, è un’espressività che stiamo perdendo. Ma questo è un altro discorso.

La metamorfosi della città in foresta rimanda ad un’atmosfera altamente lirica; come lirico è il tono dell’intero libretto, coadiuvato dalla sua stessa natura nostalgica, il cui snodo nevralgico è la memoria; memoria di età perduta.

Chi vi scrive non non aveva compreso il senso della frase con la quale si è aperto questo paragrafo; confondendolo spesso con la natura selvaggia della città. Il binomio foresta-selva, con un occhio a Dante, aveva reso più tenebrosa l’immagine quasi automaticamente.

Soltanto da poco il suo misterico senso (uno dei più plausibili, almeno) si è disvelato e ciò è stato reso possibile dalla rilettura, a dieci di distanza, de Le Notti Bianche di Dostoevskij.

Le notti solitarie di San Pietroburgo, descritte dalla magia di Dostoevskij

Nell’arco di quattro intense notti e di un breve, brevissimo quanto doloroso; mattino si svela al lettore la parabola del breve racconto firmato dallo scrittore russo nel 1847; prima della deportazione, esperienza che lo segnerà tragicamente e tragicamente segnerà la sua arte.

Le notti di San Pietroburgo diventano improvvisamente solitarie, quasi vittime di un sortilegio. In strada non vi è nessun volto, né vecchio né nuovo. Questo è il motivo per cui il nostro protagonista senza nome si strugge di una tormentosa angoscia. Fin dalle prime pagine emerge così il carattere spiccatamente tragico della voce narrante: egli è un solitario, si presenta come qualcuno che sfugge ad ogni contatto umano e, quando tenta di instaurarne uno, fallisce miseramente.

Se l’uomo non è un’isola, egli non è un uomo in quanto incapace ad inserirsi in quella rete di relazioni di cui si compone l’esistenza umana. Eremita in un luogo, la città, dove non è concesso essere eremiti. Il rifiuto dell’altro non è quindi l’orgogliosa rivendicazione di una distanza, ma incapacità a fare un passo in avanti. In tal senso, egli è un inetto incapace a vivere. La repentina scomparsa degli abitanti di Pietroburgo getta una luce chiara sulla sua antitetica natura. A che mi servono le relazioni? Anche senza di esse conosco già tutta Pietroburgo, egli sostiene vanamente come si evince con le parole successive che ne sottolineano il tragico terrore:

Per me era stato terribile rimanere solo, e per tre giorni interi avevo vagato per la città in preda ad un’angoscia profonda, senza capire assolutamente che cosa mi stesse capitando.

È come se il nostro protagonista vivesse ai margini di un confine; quest’ultimo è assai labile e separa ciò che è reale da ciò che non lo è, ovvero il sogno. Il cielo stellato, la notte meravigliosa, il silenzio e una città vaga: tutto conduce ad una dimensione onirica all’interno di un palcoscenico reale ed urbano. Ed è proprio questo a rendere la prima notte meravigliosa, una di quelle notti che forse possono esistere solo quando si è giovani.

 Le notti bianche: fenomenologia di un sognatore

L’io, probabile alter-ego di Dostoevskij (facile immaginare lo scrittore russo perdersi nella sua adorata Pietroburgo), è un abituale frequentatore del confine di cui si è appena detto. Egli è, fuori da ogni dubbio, un sognatore e il libro ruota intorno a tale leitmotiv con il quale si suole identificare per metonimia tutto il racconto. Tale concezione non va demonizzata nè progressivamente confutata: senza sognatore non ci sarebbe sogno.

Un’accurata descrizione di cosa sia un sognatore, ce la fornisce lo stesso io narrante, con una precisione che ha uno spiccato sapore metaletterario: lo scrittore comunica direttamente con il lettore, attraverso una maschera fatta d’inchiostro.

Un sognatore “neutro”

Il sognatore non è un uomo, né donna: è una sorta di genere neutro o, come si era detto, nel paragrafo precedente un non-uomo. Il luogo che racchiude la sua vita, il suo rifugio è un angolo inaccessibile, il che quadra con il suo principio di non-relazione con l’altro: egli rifiuta la luce. Il rapporto tra sognatore e il suo luogo riferimento è ben esplicato dall’immagine della chiocciola, la quale aderisce al suo angolo con appiccicosa precisione e, ancora meglio sostiene il sognatore stesso, egli assomiglia alla tartaruga: insieme animale e casa dello stesso animale. Perché dunque il sognatore ama così tanto le sue quattro mura, la sua più resistente difesa contro il mondo là fuori?

E perché egli non ha bisogno del mondo là fuori, ovvero della realtà; Perché dovrebbe se la “dea fantasia” ha già intessuto con il suo fare capriccioso la propria trama dorata e s’è data a sviluppare dinnanzi a lui i rabeschi di una vita immaginaria […] sollevandolo dal massiccio marciapiede di granito lungo il quale egli procede verso casa?

Se il marciapiede è granito, è pesantezza, la fantasia è leggiadria e lievità, ma anche fuga e illusione, distrazione dall’asperità di un marciapiede di granito lungo la via di casa. Il sognatore sceglierà sempre di volare verso casa perdendosi nelle distese astrali di un’estrosità ricolma di sensazione, volgendo uno sguardo al crepuscolo vago del giorno che si abbandona alla notte. Non potrebbe mai chinare lo sguardo e appesantire il suo animo leggero con il grigiore dei pulviscoli.

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Da qui in avanti, attenzione agli spoiler

L’incontro con la giovane Nasten’ka rappresenta la svolta dell’intero romanzo. Sullo scorcio della prima delle quattro notti, il giovane sognatore ode un vicino singhiozzare e l’occhio, dilungandosi oltre, ce ne mostra la fonte: una fanciulla di grazioso aspetto riversa sul fiume le sue lacrime amare e solitarie. Frattanto, un vecchietto armato di frac e un po’ troppa intraprendenza si scaglia contro la fanciulla che, intimorita, inizia a correr via. Questo dà la possibilità al nostro sognatore di gettar via la propria timidezza ed ergersi a difensore della dama in pericolo: scacciato l’anziano pericolo, i due così si presentano, si parlano, iniziano a conoscersi vicendevolmente e, nonostante la brevitas temporale in cui la narrazione sboccia, profondamente.

Notte dopo notte, i due si raccontano il proprio vissuto, fatto di evanescenti speranze e, naturalmente, sogni. Notte dopo notte, il legame tra i due diviene così saldo che l’unica cosa a cui pensiamo è: il nostro buon sognatore cadrà nella trappola dell’amore. La nostra previsione non viene disattesa, il giovane è cotto e stracotto della piccola Nasten’ka ma egli, da buon amico, cela il suo amore e resiste più a lungo possibile. Il cuore di Nasten’ka non gli appartiene, ella aspira ad un distante amante con il quale si erano scambiati una solenne promessa d’amore e di fedeltà: dopo un anno sarebbe ritornato e l’avrebbe sposata. Un anno è trascorso, l’uomo è ritornata a Pietroburgo da tre giorni ma non ha ancora rivolto la parola alla sua ipotetica e futura sposa.

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La Nasten’ka che il sognatore si trova davanti è una fanciulla che dopo una lunga attesa sta per cedere, nel profondo ella spera ma si sente umiliata e ferita. L’ultima notte è quella fatale: il sognatore non resiste più e rivela il suo amore quando ode per l’ennesima volta lo struggersi pietoso di Nasten’ka e le sue sottili provocazioni. Costei, di rimando, anch’essa oramai completamente logorata, cede del tutto e, metaforicamente, si lancia sulle braccia del nostro: in poche righe i due si promettono amore e progettano insieme la vita futura, dove e come abiteranno insieme. Insieme sperano e sognano. E, mentre insieme sperano e sognano, una voce si insinua nell’ombra pietroburghese: lui è giunto, Nasten’ka abbandona l’abbraccio del sognatore per ritrovare quello dell’antica fiamma.

Ultima beffa: prima di scomparire dalla sua vista, Nasten’ka lo bacia sulle labbra.

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Dal sogno notturno, alla realtà mattutina: la fine delle illusioni

Una frase enigmatica apre l’ultimo paragrafo del libro, dopo le quattro notti, dopo l’illusione spezzata.

Le mie notti finirono quel mattino

Quel mattino con la luce offuscata di una brutta giornata illumina maldestramente le pareti della sua casa e il volto della sua governante. Ora, quella casa gli appare vecchia e decrepita, così come pure quel volto, sfigurato dalle vecchie rughe.

Un raggio di sole, repentino ed effimero, si era subito nascosto dietro le nuvole plumbee e dense: il tempo atmosferico ci guida nella lettura, ci apre alla narrazione.

È finita l’illusione, è finito il tempo delle notti meravigliose e giovani con le quale il libro si è era dischiuso al lettore.

In questa oscurità vivida e reale per la prima volta il nostro eroe vede il suo futuro, vede sé stesso tra quindici anni: invecchiato e decrepito come la casa, come la governante Matrëna. Eppure non sembrerebbe serbare rancore. Nonostante tutto, un effimero raggio ha illuminato la sua esistenza, dopo essersi rintanato tra le nubi. Un intero attimo di beatitudine! È forse poco per la vita intera di un uomo?

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