Pubblicato il 11/06/2019 Ultimo aggiornamento: 12 Giugno 2019 alle 22:01

Intervista TP: sono state davvero le fake news a far crescere i populisti?

autore: Piotr Zygulski
Intervista TP: sono state davvero le fake news a far crescere i populisti?
Intervista TP: sono state davvero le fake news a far crescere i populisti?

Le fake news hanno fatto crescere i partiti populisti? Se lo sono domandati tre ricercatori, Michele Cantarella, Nicolò Fraccaroli e Roberto Volpe con il recente studio “Does fake news affect voting behaviour?”. Termometro Politico ha intervistato in esclusiva Michele Cantarella (dottorando presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e PhD Trainee presso la Banca Centrale Europea) per comprendere meglio la metodologia e i risultati che hanno ottenuto.

Qual era lo scopo della vostra ricerca?

L’idea dietro a questa ricerca è nata dal fatto che la letteratura precedente ha evidenziato una connessione tra populismo e fake news; in altre parole, l’esposizione alle fake news sarebbe correlata con l’apprezzamento di forme comunicative tendenzialmente “populiste”. In uno studio molto influente, Hunt Allcott and Matthew Gentzkow si erano accorti che una correlazione di questo tipo fosse particolarmente evidente tra gli elettori di Trump.

Anche in Italia il contenuto delle fake news è stato quasi esclusivamente parziale verso formazioni di natura “populista” (o, se vogliamo, “anti-establishment”). Naturalmente, l’esperienza italiana è diversa da quella statunitense, non da ultimo perché ci troviamo in un sistema multipartitico. Lo scenario italiano si prestava quindi ad una trattazione più ampia del populismo, così da poter misurare quanto effettivamente le fake news abbiano avuto effetto.

Noi ci siamo, appunto, chiesti verso quale direzione vada questa correlazione tra fake news e voto populista. L’esposizione alle fake news genera cambiamenti della percezione della realtà, portando ad incrementi nel voto per partiti populisti? Oppure va al contrario, e sei esposto a determinate fake news proprio perché hai già una preferenza politica populista? Insomma, questa correlazione è una causazione oppure no?

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Cosa avete inteso per “fake news” e come le avete distinte ad esempio da articoli satirici?

Per fake news abbiamo adottato una definizione standard nella letteratura: notizie inequivocabilmente false con accezione politica. Quindi abbiamo escluso, ad esempio, le bufale sulle medicine, salvo alcune sui vaccini entrate nel dibattito politico. Altri studi, come quello di Allcott and Gentzkow, chiedevano agli intervistati se riconoscessero alcune fake news più diffuse; ma non facevano distinzione tra satira e fake news qualora andassero ad alterare la percezione di un individuo. Ci sono pagine di fake news – come ilfattoquotidaino.it – che nascono come pagine di satira e lo dichiarano più o meno esplicitamente; a noi quel che importa è che queste notizie siano socialmente riconosciute come bufale, e ciò avviene ogni volta che si presenti la possibilità concreta che qualcuno possa ritenere vere delle notizie false. Nel nostro caso, anziché guardare al singolo articolo, abbiamo studiato i dati a livello comunale della diffusione delle pagine facebook che hanno condiviso articoli palesemente considerati, da fonti terze, bufale. Non guardiamo, quindi, alla natura specifica di ogni singola fake news, ma piuttosto alla loro percezione come notizie, e all’effetto di incrementi nel seguito di queste pagine sulle dinamiche di voto a livello comunale.

Cosa avete inteso invece per “voto populista”?

Avevamo bisogno di una misura “oggettiva” di populismo, che prescinda da quello che noi o i giornali definiscono populista a seconda della loro opinione. Inizialmente, abbiamo costruito un indice di text analysis che evidenziasse la frequenza di parole legate a una retorica populista. Ma il nostro indicatore finale nasce da un’intuizione diversa: la frequenza relativa dei punti esclamativi nel contenuto di oltre 10.000 post delle pagine ufficiali partiti e dei leader durante le ultime campagne elettorali. Tale indicatore presenta una buona correlazione con altre misure qualitative del carattere “anti-establishment” di un partito (specie con riferimento ai partiti maggiori) e, particolarmente utile ai nostri fini, risulta applicabile anche a contenuti di lingua tedesca in Alto Adige. Ci siamo limitati ai canali di comunicazione ufficiali: abbiamo escluso pagine, pur con toni populistici come ad esempio Matteo Renzi News, che chiaramente si trovavano ad un livello ulteriore di separazione dai profili ufficiali.

In questo avete notato qualcosa?

Una delle cose più interessanti è il cambiamento dei toni della Lega, che nel 2013 non aveva toni populistici accesi quanto adesso. La Lega ora ha sorpassato nella retorica populistica il Movimento 5 Stelle, che nel frattempo si è più istituzionalizzato; pur rimanendo anti-establishment, il M5S ha ridotto questi toni anti-sistema. Un altro discorso da aprire riguarda la scarsa trasparenza di Facebook nel fornire dati che sono di dominio pubblico, come quelli sulla comunicazione elettorale dei partiti.

Il vostro caso di studi è stato quello del Trentino-Alto Adige. Per quale motivo?

I problemi di causalità di cui parlavo non si possono misurare con semplici correlazioni. È necessario un modello econometrico che permetta di isolare gli effetti dell’esposizione alle fake news. In un caso ideale, ci dovrebbe essere un gruppo di elettori omogeneo che vota per lo stesso gruppo di partiti; in maniera casuale, alcuni sono esposti solo a notizie vere e altri invece anche a fake news. Dalla differenza nel comportamento di voto tra i due gruppi risulterebbe l’effetto dell’esposizione alle bufale. Nel nostro caso, abbiamo riflettuto sull’esistenza di un esperimento naturale nel Trentino-Alto Adige, sfruttando la “filter bubble” linguistica: gli italiani di lingua tedesca non sono esposti alle fake news nella stessa misura in cui lo sono gli italiani di lingua italiana, in quella regione. Il problema principale è che in Trentino-Alto Adige italiani e tedeschi hanno tradizioni elettorali differenti. Abbiamo quindi utilizzato un modello che studiasse non solo la variazione tra i due gruppi, ma pure la dinamica della stessa tra le elezioni politiche del 2013 e quelle del 2018. Questo accorgimento ci ha permesso di isolare la variazione dovuta all’esposizione alle fake news in italiano nei due gruppi linguistici. Per un controllo, abbiamo anche usato la variazione degli accessi a internet con alta velocità nell’assegnare l’esposizione e i risultati sono praticamente gli stessi.

I sudtirolesi non sarebbero però esposti anche fake news in tedesco provenienti ad esempio dall’Austria?

Il nostro oggetto di studio sono le fake news che riguardano specificamente le elezioni italiane. Chiamiamo “disseminatore” chi diffonde tali fake news – a prescindere dall’identificazione del partito con quella del disseminatore – e assumiamo che non sia economicamente conveniente pubblicare fake news specificamente per la minoranza linguistica tedesca in relazione alle elezioni italiane, né quanto a introiti pubblicitari (perché è più conveniente farle in lingua italiana per gli italiani), né come quanto a convenienza politica (perché avrebbe poco senso spostare il voto solo di una provincia così piccola, avrebbe più effetto se esposta a tutti gli italiani).

Quali sono i risultati?

Tengo a precisare che ci siamo posti senza preconcetti ideologici, con un modello teorico aperto a ogni tipo di risultato. I risultati ci indicano che la diffusione di fake news non ha contribuito al successo elettorale dei partiti populisti. Infatti, aggregando l’indice di populismo per il voto di ogni municipio, i risultati ci indicano che la variazione elettorale tra i due gruppi linguistici italiano e tedesco in relazione all’esposizione alle fake news è stata nulla. Insomma, le fake news non hanno avuto alcun effetto sul comportamento di voto. I risultati sono robusti anche studiando la variazione negli accessi ad internet a banda larga.

Quindi chi segue alcune determinate pagine facebook che, tra i vari post antisistema, diffondono anche informazioni false, già ha una preferenza politica per la retorica populista.

Esatto, si autoselezionano. Dai nostri dati emerge una correlazione tra fake news e preferenza populista a livello di singolo comune. Ma questa correlazione non si inserisce in un effetto causale. Questo ci fa concludere che molti degli elettori di queste forze si inseriscono autonomamente in queste bolle di disinformazione (misinformation bubbles) per fattori endogeni che già condizionano il loro comportamento di voto. O addirittura è la preferenza di voto stessa che li porta ad inserirsi in tali bolle.

Le considerazioni su questi risultati che avete trovato in Trentino-Alto Adige possono essere estesi anche al resto dell’elettorato italiano?

La validità esterna dei nostri risultati va riprovata in studi successivi, in quanto non sappiamo se nel resto d’Italia possa cambiare qualcosa. Abbiamo visto l’effetto nel Trentino-Alto Adige e messo appunto un meccanismo che possa spiegare tali dinamiche altrove; la ricerca può andare avanti sul tracciato da noi percorso. Nello studio abbiamo inquadrato il concetto di “abilità nel riconoscere le fake news” ma questo parametro può non essere lo stesso in ogni territorio. Ma finché ci sarà almeno un individuo in grado di distinguere una fake news da una notizia vera, l’effetto marginale di una notizia falsa percepita vera sarà sempre minore rispetto a quello di una notizia vera percepita vera, soprattutto se è possibile condizionare la percezione della realtà tramite notizie vere.

I partiti lo sanno?

Dopo aver raccolto tutti i post, abbiamo visto che c’è uno stile comunicativo e contenutistico diverso tra i partiti. Tra il 2013 e il 2018 la strategia comunicativa della Lega è cambiata in modo evidente; ora si basa quasi esclusivamente sulla ricondivisione di notizie. Fatti, spesso veri, che però condizionano la percezione della realtà stessa, anche solo per la “prepotenza” con cui vengono rilanciati. Ciò ci ha fatto sospettare che all’interno delle “casse di risonanza” (echo chambers) dei rispettivi partiti si venga a creare un pregiudizio sistematico di conferma (confirmation bias) per cui ogni elettore sia esposto alle notizie che effettivamente desidera vedere. Le fake news sono un sottoprodotto di queste bolle, ove quegli elettori – già inseriti in esse, per via di come sono strutturati i social e di come è cambiata la comunicazione digitale (cf. il libro di Cass R. Sunstein, #Republic. Divided Democracy in the Age of Social Media, 2017) – che non sanno distinguere notizie vere da notizie false, sono esposti ad entrambe.

È facile comunque identificare populismo e anti-establishment quando Lega e M5S erano all’opposizione, come nel caso delle due campagne elettorali 2013 e 2018; oggi le cose si complicherebbero. Ma già ai tempi di Bossi la Lega voleva essere “di lotta e di governo”.

C’è anche un po’ di confusione nel M5S su come cambiare a loro favore la narrazione anti-establishment, pur essendo al governo. La Lega continua a riuscirci. Ma una cosa che abbiamo notato – seppur non inclusa in questo studio, perché difficili da comparare con le politiche – è che nelle elezioni europee 2019 non ci sia stata una diffusione di fake news comparabile a quanto visto negli anni precedenti. Quasi tutti si aspettavano un’esplosione incredibile di bufale, che non c’è stata. Forse un po’ di ragione ce l’abbiamo: non è conveniente distribuire fake news, perché a lungo andare qualcuno smette di crederci e ti delegittimi pure, soprattutto se sei dalla parte dell’establishment.

Quindi si sta sgonfiando la bolla delle fake news?

Probabilmente sì. Per due possibili motivi. O, come abbiamo dimostrato noi, non funziona questa trasmissione tra fake news e aumento di voti; si è quindi sottovalutata la capacità di distinguere fake news dalle notizie vere. Oppure è anche possibile che la lotta alle fake news abbia funzionato; anche se studi evidenziano l’inefficacia di chi sbugiarda le bufale (debunking), perché non riescono a raggiungere chi vi ha creduto.

Quale conclusione possiamo trarre?

Tutto il discorso sulle fake news dovrebbe essere ridimensionato. Non perché non abbiano effetto in alcuna istanza empirica, ma semplicemente perché – dati i risultati – siamo ragionevolmente convinti che sia più importante guardare ai fattori socio-economici e soprattutto di alfabetizzazione digitale che condizionano la partecipazione all’interno delle bolle di disinformazione. I disseminatori di fake news hanno approfittato di una domanda già presente nella società, la stessa su cui hanno fatto leva i partiti populisti.

Autore: Piotr Zygulski

Piotr Zygulski (Genova, 1993) è giornalista pubblicista. È autore di monografie sui pensatori post-marxisti Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa, oltre a pubblicazioni in ambito teologico. Nel 2016 si è laureato in Economia e Commercio presso l'Università di Genova, proseguendo gli studi magistrali in Filosofia all'Università di Perugia e all'Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI), discutendo una tesi su una lettura trinitaria dell'attualismo di Giovanni Gentile. Attualmente è dottorando all'Istituto Universitario Sophia in Escatologia, con uno sguardo sulla teologia islamica sciita, in collaborazione con il Risalat Institute di Qom, in Iran. Dal 2016 dirige la rivista di dibattito ecclesiale Nipoti di Maritain. Interessato da sempre alla politica e ai suoi rapporti con l’economia e con la filosofia, fa parte di Termometro Politico dal 2014, specializzandosi in sistemi elettorali, modellizzazione dello spazio politico e analisi sondaggi.
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