Pensioni ultima ora: Riforma Fornero, Cazzola e l’importanza dei numeri

Pubblicato il 3 Dicembre 2019 alle 17:03
Aggiornato il: 5 Dicembre 2019 alle 15:52
Autore: Giuseppe Spadaro
Anziani camminano mano nella mano
Pensioni ultima ora: Riforma Fornero, Cazzola e l’importanza dei numeri

Pensioni ultima ora: le regole previdenziali sono state oggetto dell’ultimo intervento dell’economista ed editorialista Giuliano Cazzola che partendo da quanto affermato dall’Ocse a proposito del sistema pensionistico italiano ha posto l’accento sui numeri. Dopo aver già dato spazio, in altre occasioni, alle opinioni del prof. Cazzola andiamo a leggere meglio la posizione espressa.

Riforma Fornero da salvaguardare secondo Giuliano Cazzola

Secondo l’opinione di Giuliano Cazzola, messa nero su bianco nel suo editoriale pubblicato dal sito ilsussidiario.net, “l’Ocse aveva ragione e soprattutto voleva raccomandare di non proseguire ulteriormente sulla strada della demolizione della riforma Fornero”.

La questione che il professore ricorda essere stata ampiamente illustrata dal Centro Studi di Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, nel suo recente Sesto Rapporto sull’andamento della spesa pensionistica passa da aspetti che riguardano un doppio binario. “Spesso – riporta Cazzola citando il rapporto del Centro Studi – i nostri concittadini si lamentano perché le età per andare in pensione sono più elevate che in passato e aumentano ogni due anni; i motivi sono essenzialmente due: aumenta la longevità dei pensionati e si deve mantenere il sistema in equilibrio per garantire a quelli che oggi con i loro contributi (giovani in testa) consentono il pagamento delle pensioni che quando verrà il loro turno il sistema funzionerà ancora e anche per loro ci saranno le pensioni”.

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Pensioni ultima ora, i numeri e l’aspettativa di vita

Pensioni ultima ora – La questione è legata ai numeri. In modo particolare, secondo il ragionamento esposto, ciò che sarebbe sbagliato è che anziché parlare in assoluto dell’età sarebbe opportuno fare riferimento alla speranza di vita.

La conseguenza? Ecco la risposta: “Senza legare l’età di pensione alla speranza di vita i rischi sono quelli che emergono dalle durate delle pensioni erogate molti anni fa e ancor oggi in pagamento; schiere di lavoratori mandati in quiescenza in età giovani in seguito a norme che tra il 1965 e il 1990 hanno permesso le baby pensioni nel pubblico impiego, i prepensionamenti, le pensioni di anzianità prima dei 50 anni e permissivi requisiti per ottenere le prestazioni di invalidità e inabilità. Ci vorranno ancora molti anni per ridurre queste anomalie che appesantiscono il bilancio del welfare. (…..) Al gennaio 2018 presso l’Inps, comprese le prestazioni ex Inpdap relative ai dipendenti pubblici (è escluso solo l’Enpals), risultano in pagamento ben 758.372 pensioni previdenziali con durata da 37 anni e più relative a uomini e donne andati in pensione nel lontano 1980 o ancor prima. In dettaglio si tratta di 683.392 prestazioni Ivs fruite da lavoratori dipendenti e autonomi (artigiani, commercianti e agricoli), di cui 546.726 a donne (80%) e 136.666 a maschi. Per i pubblici si tratta di 74.980 prestazioni di cui 49.510 a donne (66%) e 25.470 a uomini (34%)”.

In conclusione secondo Cazzola vanno tenuti in maggiore considerazione gli aspetti numerici in modo da comprendere quanto sia necessario preservare l’equilibrio tra chi versa i contributi e chi incassa le pensioni.

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L'autore: Giuseppe Spadaro

Direttore Responsabile di Termometro Politico. Iscritto all'Ordine dei Giornalisti (Tessera n. 149305) Nato a Barletta, mi sono laureato in Comunicazione Politica e Sociale presso l'Università degli Studi di Milano. Da sempre interessato ai temi sociali e politici ho trasformato la mia passione per la scrittura (e la lettura) nel mio mestiere che coltivo insieme all'amore per il mare e alla musica.
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