Antigone e il destino tragico: il personaggio nella mitologia classica

Pubblicato il 4 Dicembre 2019 alle 08:15 Autore: Rosaria Mautone
Antigone e il destino tragico il personaggio nella mitologia classica
Antigone e il destino tragico: il personaggio nella mitologia classica

Antigone è il titolo di un’opera tragica composta da Sofocle (497-406 a.C. circa) e inscritta nella serie di tragedie sofoclee ispirate alla mitologia dell’antica città greca di Tebe. Le vicende di Tebe, secondo la mitologia, si raccolgono tutte intorno al famoso mito di Edipo, rappresentato da Sofocle in Edipo re e in Edipo a Colono.

Antigone è anche il nome di una figura della mitologia classica dal carattere essenzialmente tragico, tanto che si potrebbe dire, come si è più volte affermato, che l’essenza della tragedia classica si sia manifestata nel modo più alto attraverso le vicende di questo straordinario modello dell’animo femminile. Il personaggio di Antigone, al pari di Edipo, ha mantenuto la sua fortuna come paradigma letterario fino ai giorni nostri, superando anche i confini della letteratura. Come emblema del conflitto interno alla sfera etica, la sua storia è approdata sino alla riflessione politica contemporanea. Il 9 dicembre, a Salerno, presso il Salone dei Marmi (Via Roma), Antigone sarà protagonista dell’evento Classico salernitano “Figure del mito”, con l’intervento di Gennaro Carillo  (Antigone impossibile) e le letture di Elena Bucci.

Antigone e la mitologia classica

Secondo la tradizione, Antigone era figlia di Edipo e di Giocasta (moglie e madre del primo), sorella di Polinice, Eteocle e Ismene. In quanto discendente di Edipo, ella si trovò ad essere depositaria, prima ancora della sua nascita, di un destino tragico legato alle sventure del padre. Nel mito di Edipo, Antigone seguì il padre nell’erranza dell’esilio, fino alla sua scomparsa.

Il mito narra che, dopo l’abdicazione di Edipo, Polinice comandò una spedizione contro Tebe con l’intento di eliminare il fratello Eteocle e appropriarsi del trono. Lo scontro tra i due portò alla morte di entrambi. Rivolta al tradimento di Polinice, la decisione di Creonte, divenuto re di Tebe, condurrà alla situazione tragica dell’Antigone.

A nome e a difesa della città, Creonte ordinò che si vietasse per Polinice ogni sepoltura, sia entro che fuori le mura, modificando così la legge che concedeva ai traditori di essere seppelliti e, nel caso, celebrati solamente oltre il confine della polis.

Nessun onore funebre, dunque, per Polinice. Il bando stabiliva, infatti, “che nessuno gli desse sepoltura e che nessuno lo piangesse”. Antigone che, come cittadina di Tebe, si trovava sottoposta a quel rigido divieto pensato contro il fratello, trasgredì la legge e ricoprì Polinice di cenere. Scoperta la sua azione rivoltosa, Creonte comandò che fosse rinchiusa forzatamente in una grotta, fino al giorno della sua morte. Sicura della giustezza del suo gesto, Antigone si suicidò; Emone, figlio di Creonte e innamorato di Antigone, reagì alla drammatica fine della sua promessa sposa togliendosi a sua volta la vita.

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La tragedia e l’inconciliabile

Antigone è consapevole sin dall’inizio delle conseguenze connesse alla trasgressione della legge, e le sopporta appellandosi a una meta superiore. Come mortale, ella è sottoposta in primo luogo alla legge degli dei che ordina la sepoltura per ognuno. Come sorella di Polinice, la sepoltura è un dovere comandato dal legame di sangue. Nell’atto della violazione, ella riafferma, contro le leggi della polis, la legge della famiglia e la legge degli dei; può rivendicare, perciò, la legittimità della sua azione, compiuta secondo Dike (Giustizia): “nessuno potrà dirmi traditrice: è mio fratello”. In questo modo, Antigone pone in primo piano il valore dell’obbedienza a dettami superiori; nel momento stesso in cui lo fa, mette in crisi il fondamento del diritto dello Stato, la sua possibilità di instaurarsi.

Antigone e Creonte rappresentano lo scontro tragico tra diritto positivo (degli uomini) e legge eterna (degli dei), e insieme la conflittualità latente fra Stato e famiglia. In entrambi i casi, la tragicità è data dalla inconciliabilità e, insieme, dalla legittimità, almeno ideale, dei punti di vista contrapposti. Nell’opera di Sofocle, come ha scritto Hegel, la suprema opposizione etica si rivela essere la suprema opposizione tragica.

 Creonte incarna la posizione del diritto positivo nei confronti di qualunque legge non scritta (tant’è che egli non pensa di poter evitare la morte del figlio), ma finisce per essere accusato di hybris (tracotanza). Ciò accade perché il diritto da lui difeso viene a trovarsi davanti alla sua controparte etica: la religione, la famiglia. Antigone, infatti, respinge l’ordinamento della polis solamente in nome della giustizia; religione e famiglia, che sono il cuore della città, vengono opposte a quest’ultima per principio. Il re deve perciò ricercare una giustificazione nella legge divina: gli dei non possono volere che il giusto e il traditore abbiano uguale trattamento. Antigone controbatte con decisione: “Ade per tutti quanti i riti brama”.

La tragedia vuole che Antigone parli così: “guadagnai l’accusa di empietà per essere pia”; tutta la vicenda si svolge nel cerchio di questa contraddizione, escludendo qualunque possibilità di conciliazione. In questo senso, essa risponde esattamente alla definizione che Goethe dà della tragedia: “antinomia inconciliabile” o, altrimenti, “conflitto irrisolvibile”.

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