Natale al ristorante, il cinepanettone che nessuno vorrebbe vivere

Pubblicato il 26 Dicembre 2019 alle 11:50
Aggiornato il: 3 Gennaio 2020 alle 18:35
Autore: Nicolò Zuliani
Natale al ristorante, il cinepanettone che nessuno vorrebbe vivere

Per colpa delle mie passioni mi sono rovinato molte cose, non ultimo il Natale. A furia di leggere Storia, guardare vecchi film, fare archeologia tradizionalista son finito a preferire le donne con le gonne di tweed alle minigonne giropassera. Alla fine il tuo lavoro e le tue passioni plasmano anche la tua sfera sessuale; una mia amica che sta con un cuoco mi ha raccontato che oramai, per lei, mangiare con la forchetta le fa strano.

Io e molti miei simili non facciamo eccezione. Di conseguenza il mio concetto di Natale mescola l’infanzia, quando mia madre trasformava casa nella reggia di Versailles consumando il totale energetico di Las Vegas, e le pubblicità anni ’50. Quelle prima no, perché la gente negli anni ’40 usava alberi di alluminio.


Sì, sì, giuro.
Alluminio.

“Riflette bene le lucine”, dicevano.

Sogno dunque una casa piena di parenti fino al sesto grado, nonni pazzi, bambini casinari, derrate di cibo, Frank Sinatra e Dean Martin che gorgheggiano, caminetti accesi, copertone in tartan, neve a costo di pagare qualcuno che la spari col cannone contro la finestra. Una specie di Downton Abbey dove tutti parlano in dialetto veneto e celebrano il compleanno di Gesù Cristo invocandolo in modo meno formale.

“CIAO NONNA SCUSA IL RITARDO MAMMA È UBRIACA E PAPA’ DOVEVA FINIRE DI MOLESTARE GLI STUDENTI”

Per fortuna o purtroppo la società è cambiata; ora invece della casa in campagna lo festeggiamo ognuno in loculi di presunti metri quadri, ci evitiamo come mai prima d’ora, il marketing è riuscito a farci odiare il Natale già ai primi di novembre, i bambini non li facciamo perché scopare è roba da adolescenti e Natale è una serata come le altre, al massimo si va al ristorante.

E qui avviene il dramma.

Chi sceglie di andare al ristorante il giorno di Natale lo fa per tre motivi: primo, non vuole trovarsi a cucinare con sconosciuti e poi dover smaltire avanzi fino al solstizio d’estate. Secondo, non ha alcuna voglia di lavar piatti per tre giorni. Terzo, non ha voglia di passarlo con quel che resta della famiglia, di solito due o tre persone al massimo. Nasce così il business col titolo più cinepanettonico di sempre, Natale al ristorante.

It is time

Le prenotazioni sono esaurite da mesi, ma i più scaltri sono riusciti ad avere un tavolino per quattro al lussuosissimo ristorante La vanga e la moglie di Grezzovilla alta, grazioso edificio modernista progettato e costruito dalla mafia di Badoere per lavare i soldi del narcotraffico. Sorge tra fanghi radioattivi, cadaveri interrati, capannoni senza tetto e piantagioni di marijuana travisati da aceri MA – ed è un grande ma – è considerato molto chic tra i bottegai di Mestre.

È dunque the place to be per chi vuole dimostrare alla Guardia di Finanza di essere riuscito a fare più nero del vicino di casa.

La cena sarà di pesce, ovviamente, il che trasforma la serata in un thriller di successo. Ogni veneziano sa che mangiare pesce in veneto è giocare alla roulette russa con il proprio intestino, perché i mitili più grossi e belli crescono rigogliosi nei paraggi del canale dei petroli dove l’acqua è marrone e se ti tuffi esci che sei il Joker. I pesci, invece, si sono nutriti del pregiato plancton di porto Marghera ed è dunque possibile che durante la cena qualcuno si alzi e si trasformi nell’Uomo sabbia, altri muoiano di colpo, altri sfondino la porta del cesso e glassino il poveretto prima di loro. Se poi si parla di crudo, allora mentre si porta lo scampo alla bocca tanto vale gridare Allah akbar.

Però ci sono le luci fuxia, i tavoli sono a forma di barca e sei gomito a gomito con gente che quando incrocia il tuo sguardo ha la morte nel cuore, ma un SUV bello grosso parcheggiato fuori.

Io neanche quello.
Lo stomaco manda un sinistro scricchiolio.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
Tutti gli articoli di Nicolò Zuliani →