Differenza telelavoro privato o pubblico: cosa significa e come si svolge

Pubblicato il 23 Febbraio 2020 alle 11:00 Autore: Claudio Garau

Telelavoro o smart working: di che si tratta in concreto e perchè è sempre più diffuso. Ambito pubblico e privato di applicazione: cosa cambia?

Differenza telelavoro privato o pubblico cosa significa e come si svolge
Differenza telelavoro privato o pubblico: cosa significa e come si svolge

Ben sappiamo che andare a lavoro e tornare a casa ogni giorno, può essere davvero stressante: tra code di automobili, ritardi e cancellazioni di treni, problemi a trovar posteggio e rischi di incidenti e imprevisti vari, le possibilità di entrare in ufficio ed essere già di pessimo umore non sono affatto esigue. Ecco allora che si sta diffondendo – sull’onda dell’applicazione già frequente nel mondo anglosassone – il cosiddetto telelavoro o, ovvero lo “smart working”, o lavoro agile. Vediamo allora che cosa significa di preciso, quali sono le sue effettive potenzialità e come si differenzia a seconda che sia applicato nel lavoro pubblico o in quello privato.

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Telelavoro nel settore privato e pubblico: di che si tratta? alcuni dati significativi

Ebbene, il telelavoro sembra sempre più un valido compromesso tra interesse dell’azienda o ente pubblico e soddisfazione del lavoratore. Esso in pratica permette al lavoratore di eseguire le sue mansioni (specialmente quelle di tipo più prettamente “intellettuale”), senza essere fisicamente presente in azienda o sul luogo in cui è il datore di lavoro.

Secondo i dati Eurostat, sono ormai oltre 10 i milioni di europei che lavorano entro le mure domestiche. E soltanto in un anno, ovvero tra il 2017 e il 2018, coloro che operano in telelavoro sono aumentati di ben 300.000 unità. Insomma, il mondo del lavoro sta cambiando non solo con riferimento a ruoli e professionalità ricercate, ma anche con riguardo alle modalità di compiere le mansioni per cui si è stati assunti. In verità, rispetto al vero e proprio telelavoro, sono ancora soprattutto le partite Iva e gli autonomi a lavorare in ambito domestico, sebbene ormai la tendenza attenga anche ai lavoratori dipendenti.

Infatti il telelavoro ormai è una realtà concreta, una linea di indirizzo, sia delle grandi imprese che delle amministrazioni pubbliche. Esso ha trovato la sua prima compiuta disciplina ben vent’anni fa, nel D.P.R. n. 70 del 1999 (e ancor prima se ne trattò nella nota legge Bassanini, ovvero la n. 59 del 1997), valevole per il settore pubblico: in esso è considerata una modalità particolare di svolgimento del proprio lavoro attraverso una postazione informatica, collocata all’interno della propria residenza.

Tale decreto infatti parla di lavoro “con il prevalente supporto di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che consentano il collegamento con l’amministrazione cui la prestazione stessa inerisce“. Per “telelavoro” formalmente la legge in ogni caso intende una prestazione di lavoro subordinato e non quindi un distinto contratto (si tratta di una modalità della prestazione, non di contratto) concordata volontariamente tra dipendente e datore di lavoro, per iscritto – a fini probatori – e che segue lo stesso orario aziendale. La differenza essenziale è che appunto la prestazione è resa senza doversi recare in ufficio, con un risparmio quindi di tempo e di eventuali costi accessori. Per legge, il telelavoro può essere stipulato in fase di assunzione, oppure anche in un secondo tempo in base alle necessità delle parti. Inoltre può essere concordato sia come impiego a tempo determinato, sia indeterminato.

Il provvedimento sopracitato è però oggi in qualche modo “superato” dalla nuova disciplina sullo smart working, contenuta nella legge n. 81 del 2017, ovvero quella che è conosciuta anche come “Jobs Act degli autonomi”. Insomma, oggi il telelavoro ha ricevuto una definizione e regolamentazione più aggiornate e al passo con i tempi, secondo questi scopi:

  • conciliare i tempi della vita privata con quelli del lavoro;
  • migliorare l’efficienza e la soddisfazione del lavoratore;
  • ottimizzare e sfruttare le nuove tecnologie, per la miglior resa in ambito lavorativo;
  • superare la vecchia concezione della presenza materiale del lavoratore sul luogo di lavoro, nella convinzione che oggi sono determinanti solo i risultati prodotti dal lavoratore e non i vincoli di spazio o di orario a lavoro;
  • ridurre la circolazione dei mezzi di trasporto di chi si reca sul luogo lavorativo, con una sensibile riduzioni delle emissioni inquinanti.

La tendenza è quella quindi di una prestazione lavorativa sempre più “ibrida”, ovvero svolta in parte in azienda o ufficio e in parte altrove e comunque sempre nei limiti delle direttive impartite dal datore e dell’orario di lavoro massimo, legati alla legge e ai CCNL applicati.

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Smart working nel settore privato o pubblico: cosa cambia?

In effetti il telelavoro, sia in ambito aziendale che pubblico, in sostanza si svolge secondo analoghe modalità: direttive e compiti stabiliti dai superiori, rispetto delle modalità e degli obiettivi prefissati, connessione internet e supporti informatici attivi. Ciò che cambia sono essenzialmente i dettagli, ovvero le singole clausole contrattuali che, in vario modo, disciplinano il telelavoro di un dipendente rispetto ad un altro (ad es. le disposizioni sui tempi di riposo del lavoratore, sui dispositivi elettronici e software utilizzabili e sulle misure idonee ad assicurare il diritto alla disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro).

Dal punto di vista normativo, come accennato, il telelavoro ha avuto una disciplina iniziale prima nel settore pubblico e soltanto alcuni anni dopo nel privato. In quest’ultimo contesto, lo smart working è stato applicato anche alle aziende a partire dal 2017, con il citato Jobs Act degli autonomi. Nell’ambito della Pubblica Amministrazione, invece, successive e significative integrazioni normative sono arrivate già nel 2015 con il decreto Madia sulla riforma dell’attività delle Pubbliche Amministrazioni.

Concludendo, va però ricordato che la disciplina del telelavoro per l’ambito privato può valere anche per l’area pubblica. Infatti la legge n. 81 del 2017, all’art. 18 comma 3, dispone che le sue disposizioni si applicano “in quanto compatibili, anche nei rapporti di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche“. L’ottica, insomma, è quella della visione di insieme e di un’applicazione congiunta delle normative, anche tenendo conto al decreto Madia e ad eventuali disposizioni particolari per i rapporti di telelavoro.

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L'autore: Claudio Garau

Laureato in Legge presso l'Università degli Studi di Genova e con un background nel settore legale di vari enti e realtà locali. Ha altresì conseguito la qualifica di conciliatore civile. Esperto di tematiche giuridiche legate all'attualità, cura l'area Diritto per Termometro Politico.
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