Come cambia la vita col coronavirus: 10 possibili scenari post quarantena

Pubblicato il 15 Aprile 2020 alle 14:42
Aggiornato il: 19 Aprile 2020 alle 11:46
Autore: Daniele Sforza

Il Coronavirus cambierà la vita delle persone? Esistono diversi possibili scenari, ma quale si realizzerà al momento è ancora difficile dirlo.

Come cambia la vita col Coronavirus
Come cambia la vita col coronavirus: 10 possibili scenari post quarantena

Che mondo sarà dopo la fine dell’emergenza Coronavirus? È questa una delle domande ricorrenti che le persone si pongono. A dire la verità a oggi ci sono alcuni ragionamenti da fare e relative correnti di pensiero:

  • Dopo l’emergenza non cambierà assolutamente nulla e tutto tornerà come prima, anche se lentamente e gradualmente.
  • Dopo l’emergenza il mondo cambierà in meglio e ci occuperemo di temi finora non affrontati con l’emergenza che meritano; inoltre eviteremo il superfluo e scopriremo l’essenza della vita.
  • Dopo l’emergenza cambieranno certe cose e soprattutto determinate abitudini, alcune cose miglioreranno e altre peggioreranno.

Cambierà davvero qualcosa dopo il Coronavirus?

In tutti e tre gli scenari ci sono poi altre narrative ipotetiche da valutare, come l’esplosione di rivolte sociali e di lotte per la sopravvivenza a livello locale, oppure di un nuovo stile di vita basato sul distanziamento sociale e su una maggiore attenzione sulle malattie e i virus. Ora, gli scenari sono davvero tanti, ma bisogna considerare che le tre ipotesi che abbiamo citato in precedenza passano anche per gli estremi (negativo e positivo). Cerchiamo di tenere la misura giusta e immaginare la terza opzione, valutando cosa davvero potrebbe cambiare nella nostra vita quotidiana e nel nostro modo di rapportarci con l’economia, la società, l’istruzione e il lavoro.

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Economia e finanza

Ci è voluto un virus per svelare e incrinare ulteriormente i pilastri già precari del sistema capitalistico. Anni di teorie opposte non hanno minimamente scalfito un sistema basato sul profitto individuale, anzi, lo hanno rafforzato, mentre una pandemia ci ha messo tempo a violentare una struttura abituata ad andare sempre più veloce, ma ora costretta a stare ferma. Cambierà qualcosa nel sistema finanziario ed economico delle società? Il primo dubbio da sciogliere è l’Europa e il rapporto che l’Italia avrà con l’istituzione europea. Un Paese con un debito pubblico già elevato dovrà trovare l’approccio più costruttivo e rapido (e stavolta senza giustificazioni né scuse) per far crescere la propria economia.

A livello politico la ricerca del voto tramite favori e concessioni (pensioni più alte, misure di sostegno al reddito) potrebbero lasciare il posto a misure più drastiche in favore di un intero Paese e non di una singola schiera di persone. La diretta conseguenza di questo comportamento potrebbe essere l’alimentazione di tensione sociale, il dilagare di fenomeni autarchici ed estremisti e la crescita della povertà e della disoccupazione. A livello finanziario potrebbe aumentare la speculazione sul debito pubblico dei Paesi più a rischio, mentre si potrebbe scollare ancora di più il divario incolmabile tra sistema finanziario ed economia reale.

La ricerca scientifica dopo il Coronavirus

La pandemia ci ha insegnato che togliere soldi alla ricerca scientifica, consentire la fuga di cervelli senza battere ciglio e fare tagli alla sanità quando bisogna destinare risorse a uno specifico gruppo di elettori non paga. Sì, è vero che raramente capita di vivere due pandemie nel corso di una vita, ma è altrettanto vero che la velocità del sistema in cui viviamo – un sistema continuamente perturbato dalle nostre scelte e abitudini di consumo – accelera anche l’intervallo che può esserci tra un’epidemia e l’altra. Dopotutto, negli ultimi 20 anni, abbiamo conosciuto e riconosciuto diversi virus che hanno fatto suonare parecchi campanelli d’allarme. Per questo motivo ci saranno nuovi investimenti nel settore della ricerca medico-scientifica e non solo, e maggiore cautela sulle misure di sicurezza da adottare nei luoghi dove sono previsti assembramenti di persone.

L’istruzione: la didattica a distanza

Scuole chiuse fino a data da definire. Così, d’improvviso, nel pieno dell’inverno, a metà dell’anno scolastico. Esami rinviati o da attuare con modalità da definire, o ancora annullati (come nel caso della terza media). Altrove le scuole potrebbero riaprire, anche perché altrove si va a scuola fino a fine giugno-inizio luglio, seppur c’è da registrare il parere negativo degli esperti su questo punto e chissà se davvero le scuole riapriranno a inizio maggio in Francia, come annunciato da Macron qualche giorno fa. C’è stata dunque la necessità rapida e urgente di ripensare l’istruzione e lo si è fatto tramite la didattica a distanza, tra milioni di notevoli difficoltà, come era lecito aspettarsi da qualcosa che si affronta all’ultimo momento,

Eppure la capacità di adattamento e di interfacciarsi con nuove realtà solo quando le si hanno davanti (tipico della nostra mentalità) ha fatto sì che magari, quando davvero si potrà rientrare a scuola, comprare un rotolo di carta igienica in più o riparare un tetto sarà semplice cose semplici da affrontare. La didattica a distanza potrebbe occupare un ruolo di primo piano non tanto nella istituzione scolastica under 18, quanto nell’apprendimento collaterale e superiore (università, master, altre tipologie di corsi di studio). La scuola (elementari, medie, superiori) resterà così come la conosciamo, anche per favorire l’interazione sociale, ma la tecnologia occuperà un ruolo importante nello sviluppo di alcune discipline. Un’evoluzione a cui saremo curiosi di assistere.

Il lavoro: lo smart working

Smart working, da quanto se ne parla? Ed ecco che ci siamo trovati ad affrontarlo improvvisamente, con un sacco di teorie in testa e poca, pochissima pratica. Chi lavora da tempo da remoto ha avuto la sua vendetta nel vedere come i novizi praticavano un lavoro che fino a poco tempo prima non capivano, additando il lavoratore da casa come uno scansafatiche in pigiama che chissà cosa faceva. Invece ha dovuto provare sulla sua pelle il demone della reperibilità 24/7, la stanchezza, i dolori muscolari, il contatto sempiterno con uno schermo. Eppure, nonostante questo, buona parte di quei lavoratori che hanno avuto la fortuna di praticare smart working (e non essere rinchiusi in un limbo sospeso gravido di incertezze sul futuro) continuerebbe a lavorare in questo modo. Certo, andrebbero migliorati mezzi e tecnologie, in primis l’infrastruttura di rete, purtroppo carente in molte zone d’Italia. Sarà quindi fondamentale approcciarsi alla digitalizzazione delle informazioni e del proprio lavoro, con uno studio e un’esperienza mirata, almeno in un primo momento.

L’importanza dell’essere online durante (e dopo) il Coronavirus

Un isolamento tra le mura domestiche, con la voglia un domani di trasferirsi in campagna perché durante questo periodo di quarantena si è riscoperta l’importanza di una casa (e di quello che c’è intorno). Ma fondamentale è stato anche internet: le videochiamate tramite servizi come WhatsApp, Messenger o Zoom, tanto per citarne alcuni, oppure la possibilità di fruire una mole di contenuti in streaming, mettendosi a paro con tutto quello che si è perso nel corso del tempo, senza dimenticare le infinite possibilità di informarsi (e non disinformarsi) e l’interazione sociale che corre sul filo di piattaforme come Facebook, Instagram, Twitter. Poi c’è la spesa online, fondamentale per chi non è potuto o non ha voluto uscire, per preservare se stesso e gli altri. L’importanza degli e-commerce (non solo Amazon, ma anche le realtà locali che stanno finalmente capendo l’importanza di essere online). E tutto questo sarà strettamente connesso al boom dei pagamenti elettronici, che mai come in questi tempi è praticato in Italia.

Gli svaghi

Ristoranti, pub, discoteche, cinema, teatri, stadi pieni, concerti. Il settore dello svago sarà certamente quello più colpito, dello svago collettivo ovviamente, di aggregazione sociale. Quest’anno, quasi sicuramente, potremo scordarci i concerti. Anche se nessuno ancora lo dice ufficialmente, gli stadi dovrebbero continuare a essere vuoti ancora per molto tempo e chissà al cinema o a teatro quando si tornerà, con dirette conseguenze su un’industria, quello dello spettacolo, che almeno da noi non se la passa già bene. Nel caso dovesse avverarsi uno scenario di ritorno alla normalità, la ripresa degli eventi come la conosciamo sarà graduale, ma tornerà in auge. Ma all’inizio dovremo abituarci a vivere questi momenti e questi eventi in modo diverso: piccoli assembramenti, separati e distanziati, con servizi personalizzati in base al tipo di pubblico, entrate ridotte e posti fissi. Riscopriremo un nuovo modo di vivere lo svago, in modo individuale, più intimo e profondo, e il pensiero di averlo condiviso con un gruppo ristretto di persone, anziché con migliaia di volti anonimi, ci farà probabilmente provare un brivido di piacere ancora più forte.

Il turismo affossato dal Coronavirus?

L’altro settore piegato e messo in ginocchio dalla pandemia è quello del turismo. Un mondo senza confini virtuali, dove in un solo giorno si poteva essere in due continenti diversi, dove grazie alle compagnie low cost si potevano prenotare i viaggi in anticipo e a basso costo. Tutto questo sarà ridimensionato. Negli aerei non dovremo più lottare per poggiare il gomito sul bracciolo condiviso perché al nostro fianco ci sarà un sedile vuoto. E chissà se davvero al ristorante mangeremo attorniati da lastre di plexiglass (utili per rispettare il distanziamento per i ristoranti, ma davvero i clienti andrebbero a spendere i propri soldi per mangiare in dei gabbiotti di vetro e pulirsi ogni 5 minuti le mani con l’amuchina?).

Gli alberghi saranno chiamati agli straordinari per sanificare e pulire, e forse la montagna sarà prediletta la mare, anche in estate, per via degli spazi aperti e delle lunghe passeggiate che avremo bisogno di fare dopo mesi di astinenza. Tutto questo se il settore turistico sopravviverà: ogni tanto ci si chiede se quel buon ristorante in cui andavamo di tanto in tanto riaprirà dopo la crisi o dovremo dimenticarcelo perché fare 10 coperti anziché 20 (come nel tempo pre-Coronavirus) non dimezza automaticamente l’affitto del locale, le tasse da pagare a fine anno, gli stipendi dei dipendenti. E poi c’è sempre il rischio di creare nuovi focolai, far ripartire la seconda ondata, far tornare l’incubo del contagio. Quello del turismo è una vera incognita, anche se c’è già chi si domanda se quest’anno farà le ferie. Potrebbe essere un buon segnale.

Fiere e convegni

Le fiere e i convegni rappresentano una vetrina fondamentale per le aziende, uno dei motori principali per le loro economie. Si pensi al Salone del Mobile, al Vinitaly, alla Fiera del Libro Tutti eventi rinviati a data da destinarsi, forse nel 2021. Ma se entro il prossimo anno non saranno state trovate cure e terapie efficaci e tanto meno neppure un vaccino, quali saranno i vantaggi di organizzare un “macchinone” colossale anche e soprattutto in termini di costi senza poter avere il tutto esaurito per l’intera durata dell’esposizione? Anche questo è un interrogativo che urge una rapida risposta, per capire come ripensare, almeno nel futuro più vicino, l’universo delle esposizioni.

La tecnologia e il Coronavirus

La tecnologia, alla pari della ricerca medico-scientifica, prenderà il sopravvento. Non solo internet, ma anche i dispositivi di protezione, le applicazioni per il monitoraggio degli spostamenti e dei contatti con persone positive (modello Corea del Sud). Se invece si pensa alla tecnologia come il nuovo iPhone, allora si deve fare un discorso diverso. I melafonini prodotti in Cina hanno subito un forte rallentamento, tant’è che Apple ha dovuto ridimensionare le sue stime di vendita e anche le forniture stesse. I nuovi smartphone (eravamo abituati a uscite di primo livello a ogni trimestre) saranno immessi sul mercato molto tardi e lo stesso dicasi per gli altri dispositivi tecnologici. Sarà una sfida che comunque potrà essere superata e vinta in meno tempo rispetto ad altri settori che soffriranno in modo più considerevole la crisi post-Coronavirus.

Il senso di appartenere a una comunità, anzi, a un popolo

Fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani. Una frase che ci portiamo dall’Unità del nostro Paese a oggi. Onde evitare prese di posizioni nazionalistiche, ritorni del fascismo e ribaltamenti concettuali sull’essere cittadini di un Paese o di un mondo, mai come in questo periodo abbiamo capito e compreso che essere parte di un popolo non significa necessariamente essere fascisti o nazionalisti estremi, bensì significa portare sulle proprie spalle un bagaglio culturale e mentale di tradizioni radicato nel profondo del tempo. Basti considerare come hanno affrontato la pandemia i diversi Paesi in Europa, in particolar modo del Nord, o pensare all’inorridimento provato quando altrove si ragionava sul possibile sacrificio delle persone più anziani e più deboli in caso di emergenza ospedaliera. Anche il modo in cui è stata affrontato l’isolamento ci ha fatto sentire parte di una stessa comunità, riaffiorando un senso patriottico che credevamo aver perduto. E che con il passare del tempo, sembra incrinarsi di fronte alla possibilità di vivere il nostro futuro con le tasche vuote per colpa di. Chissà se dopo (o, ancora per chissà quanto, durante) il Coronavirus ritroveremo anche gli italiani, al di là del calcio e delle emergenze nazionali.

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L'autore: Daniele Sforza

Romano, classe 1985. Dal 2006 scrivo per riviste, per poi orientarmi sulla redazione di testi pubblicitari per siti aziendali. Quindi lavoro come redattore SEO per alcune testate online, specializzandomi in temi quali lavoro, previdenza e attualità.
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