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pubblicato: martedì, 8 gennaio, 2013

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Russia, riflessione itinerante su cittadinanza e potere

Сухиничи-Главные. Sukhinichi-Glavnye, Russia. 54° parallelo Nord. 35° meridiano Est. Centro amministrativo del distretto di Sukhinichi, regione russa di Kaluga. Duecentocinquantuno chilometri a sud-ovest di Mosca. Duecentosettantuno a nord-est dal confine ucraino. Sedicimila abitanti. La fortuna di uno snodo ferroviario: il Mosca-Bryansk. Un’inezia geografica freddamente descritta dalla precisione delle misurazioni numeriche. Ci arrivo sabato 5 gennaio, alle 19.30 ora locale. L’inesorabilità del blizzard avversa il procedere del nostro treno. La catacombale sera, cattiva consigliera nell’indeterminatezza della campagna russa, risulta rischiarata solo dal soffice adimensionale strato di neve depositatosi sul binario numero 3. È l’anti-vigilia del Natale ortodosso.

 

[ad]Il treno Mosca-Lviv percorre i suoi millequattrocento chilometri sospinto dall’entusiasmo dei suoi passeggeri, rallegrati dal natalizio ritorno in Ucraina e trepidanti di riabbracciare le proprie famiglie. Il mio stato d’animo è completamente opposto. Terminate le vacanze e abbandonata la stanza moscovita il mio viaggio avrà come capolinea l’inizio di una nuova annata di fatiche. La malinconica omogeneità degli imbiancanti paesaggi rurali, interrotti solo dalla ferraglia delle stazioni e dalle archeologiche carcasse industriali, soffoca ogni tentativo di consolazione.

Dopo aver intessuto una serie di futili conversazioni con i soliti curiosi attratti dall’esoticità della mia provenienza, svogliatamente estraggo il libro che ho in valigia, cercando distrazioni. Le asperità sintattiche e il lessico barocco de “Le Confessioni di un Italiano” di Nievo allietano così il mio pomeriggio di viaggio, quietando i tormenti del rientro a casa.

Le fantasie accesemi dall’aristocrazia veneziana, dai lustri della Serenissima e dai meravigliosi palazzi sul Canal Grande mi vengono però improvvisamente sottratte dal capo-vagone. Con passo barcollante e con tono biascicato, frutto di un solitario pomeriggio alcolico consolante una qualche irrequietezza, annuncia il nostro prossimo arrivo allo snodo di Sukhinichi-Glavnye, avvertendoci dell’imminente sosta di venti minuti. Nello stesso istante, Padre Pendola, uomo di fiducia della famiglia Frumier, rivolge severamente ai futuri slanci patriottici di Carlo Altoviti, gigante protagonista delle vicende di Nievo, una delle più profonde questioni del libro: “Cosa significa essere cittadino?”.

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