Non passa l’abolizione delle province

Pubblicato il 12 Luglio 2011 alle 09:47 Autore: Matteo Patané

Dietro il caso che ha spaccato l’opposizione la scorsa settimana ci sono delle vere divergenze politiche e programmatiche

province

La seduta 495 della Camera dei Deputati del 5 luglio 2011 verrà ricordata con ogni probabilità come la grande occasione mancata di sopprimere le province italiane, quel livello di aggregazione intermedio tra i Comuni e le Regioni contro cui tutte le forze politiche si scagliano in campagna elettorale come fonte di sprechi ma che poi nessun partito, una volta al potere, dimostra di voler realmente eliminare.

La proposta in discussione era la 1990 della Camera dei Deputati, presentata dall’Italia dei Valori ed intitolata Modifiche agli articoli 114, 117, 118, 119, 120, 132 e 133 della Costituzione, in materia di soppressione delle province.

PartitoFavorevoliContrariAstenutiAssenti
FLI21007
Misto50314
IR61823
IdV19003
Lega05207
PD0019214
PdL21544328
UdC30105
Totale8322524081

Come mostra la tabella, la proposta è stata bocciata con 225 voti contrari e 83 favorevoli, ma si nota come il partito di maggioranza relativa fosse in realtà quello dell’astensione, a quota 240. E all’interno dell’astensione spicca il blocco del Partito Democratico, 192 voti, tutti i presenti del gruppo senza eccezione alcuna.

E proprio il PD, giustamente, ha raccolto le maggiori critiche per la propria condotta: la situazione numerica era tale che con l’apporto del Partito Democratico, e solo con quell’apporto, l’esito del voto avrebbe potuto clamorosamente rovesciarsi, per un risultato dalla portata indubbiamente storica.
Soprattutto sul web, il popolo di centrosinistra si è rivoltato in maniera compatta contro la scelta del partito. Le accuse sono pesanti: far parte della Casta, aver rinnegato le proprie promesse elettorali, non voler diminuire i costi della politica (argomento sensibile in periodo di legge finanziaria), essere ostaggio dei signori delle tessere e dei ras locali.

[ad]Tradimento, soprattutto, è la sensazione che traspare dalla maggioranza dei commenti: dopo la pur fragile sinergia venutasi a creare tra i Democratici ed il cosiddetto popolo del web in occasione delle amministrative e del referendum, il circolo virtuoso pare essersi spezzato. Mancando totalmente di spirito critico, il Partito Democratico non ha saputo prevedere l’inevitabile cassa di risonanza che questa notizia avrebbe avuto, ancora più colpevolmente dopo che gli appuntamenti di maggio e giugno avevano dimostrato le potenzialità del web; anzi, il PD deve ringraziare solo la norma salva-Fininvest nella finanziaria e gli scandali a catena della P4 se i danni per la sua immagine non sono stati ancora maggiori.

Il PD, oltre ad aver sperimentato sulla propria pelle il controllo puntuale di cui è capace un grande strumento come la rete, della dedizione e della passione delle persone che vi si dedicano e in ultima analisi della potenza esponenziale di raccolta e diffusione dei dati che tale strumento consente, sta rendendosi conto in questi ultimi giorni quanto sia difficile invece cercare, per dirla con Bersani, di riportare i buoi nella stalla.

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L'autore: Matteo Patané

Nato nel 1982 ad Acqui Terme (AL), ha vissuto a Nizza Monferrato (AT) fino ai diciotto anni, quando si è trasferito a Torino per frequentare il Politecnico. Laureato nel 2007 in Ingegneria Telematica lavora a Torino come consulente informatico. Tra i suoi hobby spiccano il ciclismo e la lettura, oltre naturalmente all'analisi politica. Il suo blog personale è Città democratica.
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