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pubblicato: lunedì, 23 settembre, 2013

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Germania ancora alla Merkel, Bini Smaghi: “Niente sconti all’Italia”

Intervistato da Repubblica sulla larga vittoria elettorale di Angela Merkel, Lorenzo Bini Smaghi fa il punto della situazione sulla politica economica europea che verrà. “Dalle urne non poteva uscire un messaggio di cambiamento della politica europea della Germania, che è stata sostenuta anche dall’opposizione”. “Ora si porrà la questione di come continuare i programmi di aggiustamento nel Sud Europa, ma da Berlino non ci possiamo aspettare grandi svolte”.

Secondo l’ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, dunque, la vittoria della Cdu-Csu (senza, però, aver raggiunto la maggioranza assoluta) e la conferma della Merkel al cancellierato non comporteranno un allentamento delle politiche di rigore imposte dalla Germania e dai paesi nordeuropei al resto del vecchio continente.

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Bini Smaghi attira poi l’attenzione su come certe scelte politiche del governo italiano negli ultimi mesi siano andate nel senso contrario rispetto alle raccomandazioni europee. Quanto è avvenuto in Italia “ha suscitato molta preoccupazione in Germania”. “L’abolizione dell’Imu – afferma l’ex appartenente al board Bce – rischia di portare il deficit di nuovo sopra al 3%. Ma soprattutto, quella scelta va in direzione opposta alle raccomandazioni europee, che l’Italia aveva accettato. Si chiedeva all’Italia di ridurre la tassazione sul lavoro e aumentarla sui fattori improduttivi, come la casa”.

È avvenuto, invece, esattamente il contrario e “la cosa è stata interpretata, non solo a Berlino, come un arretramento rispetto agli impegni”. Infine Bini Smaghi mette in guardia sulle difficoltà che il nostro paese incontrerebbe se andasse a Bruxelles a chiedere una rinegoziazione del rapporto deficit/pil sopra il 3%.

Tuttavia viene anche ricordato come, nei primi anni duemila, fu proprio la prima economia d’Europa a chiedere ed ottenere un allentamento del rigore di bilancio, avendo però messo sul piatto una serie di incisive riforme interne.

L’Italia, dunque, dovrebbe “proporre un nuovo grande accordo come quello che fece Gerhard Schroeder nel 2003. L’idea a quel tempo fu di concedere alla Germania un periodo di rientro più lungo sul deficit, mentre il Paese si impegnava in riforme per tornare competitivo. Non è facile per l’Italia, ma neanche impossibile”.

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