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pubblicato: giovedì, 3 marzo, 2016

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Crisi di fiducia ed eccesso di regole. Due nemici delle Banche.

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Crisi di fiducia ed eccesso di regole. Due nemici delle Banche.

– Intorno al credito si è parlato molto di sofferenze, governance, costi elevati, troppe banche e troppi sportelli. Esistono altri condizionamenti recenti che meritano una riflessione. Si tratta della crisi di fiducia e dell’eccesso di regole.
La crisi di fiducia è un fenomeno recente. Il “bail in”, la crisi delle 4 banche e l’eccessiva pressione mediatica hanno gettato nel panico gran parte dei risparmiatori. Tra dicembre e gennaio scorsi, masse di depositi ingenti si sono spostate verso banche ritenute, a torto o a ragione, più sicure. Abbiamo descritto il fenomeno nell’articolo su questo giornale “Blu Monday, Black Friday e Mary Poppins”.
Le banche solo in base alla fiducia dei risparmiatori possono prestare denaro all’economia, tenendo una piccola parte in liquidità. Neanche la banca più solida può resistere alla fuga dei depositanti; non ci sono riserve che tengano in casi del genere. Per fortuna la situazione sta migliorando. La Vigilanza europea, gli stress test e il nuovo capitale imposti alle banche nell’ultimo triennio garantiscono i risparmiatori più che nel passato. Sotto questo aspetto il sistema italiano è più sicuro di altri.
Le nostre sono soprattutto banche commerciali, che impiegano la raccolta in crediti alle imprese, con posizioni limitate sul settore della finanza derivata. Valutare i crediti commerciali è abbastanza facile e quelli delle nostre banche sono stati analizzati con rigore persino eccessivo. Non ci si attendono quindi sorprese. Ben più ardua è invece la valutazione dei rischi connessi con i derivati, sui quali sono fortemente esposti i colossi bancari di altri Paesi membri dell’Unione bancaria.
Sull’argomento Angelo Baglioni su La Voce Info del 23 febbraio sostiene che, per evitare ai risparmiatori di pagare il prezzo delle insolvenze bancarie, basterebbe che le banche emettano obbligazioni a più alto rischio riservate a investitori istituzionali per l’8% delle loro passività. Il bail-in assorbirebbe questa parte e poi potrebbe scattare il bail-out, con intervento pubblico senza coinvolgere gli altri risparmiatori.
Non è semplice né economico farvi ricorso ma è un modo per acquisire più fiducia dai depositanti.
Le banche “sfiduciate” sostengono oggi un surplus di costi rispetto a quelle ritenute sane. Le prime costrette a pubblicizzare tassi fino al 2% annuo sui depositi a tempo (basta osservare i cartelli nelle vetrine dei loro sportelli) per incentivare la raccolta, le seconde in grado di attrarre risparmi con tassi zero se non negativi.
Questo è il costo della fiducia.

L’eccesso di regolamentazione è una criticità molto forte. Esiste un livello di complicatezza elevato nella regolamentazione finanziaria cui si aggiunge il tema dell’attività di riciclaggio e delle misure da mettere in campo per non incorrere in operazioni illecite. Chi opera deve conoscere il cliente finale anche sui profili finanziari e di rischio. L’eccesso di regolamentazione italiano ed europeo si ripercuote sulle dinamiche competitive.
Con la crisi Lehman e quella dell’euro si sono costituiti vari regolatori col preciso mandato di promuovere la stabilità finanziaria: Fsb (Financial Stability Board), Eba European Banking Authority, Ssm (Single Supervisory Mechanism), Srb (Single Resolution Board) IASB (International Accounting Standards Board).
Già prima della crisi la regolamentazione bancaria si è dimostrata inefficace a contrastare gli eccessi della finanza speculativa. Ma negli ultimi anni le regole sono andate in direzione opposta: una quantità di nuove norme ingente e spesso non coordinata. I costi per banche e pure per i consumatori hanno superato i benefici.
Implicitamente si è chiesto ai regolatori di puntare a minimizzare i rischi, il che sotto un certo aspetto è un bene; ovviamente a rischio basso corrisponde crescita bassa.
Di questo argomento si è occupato lo Stakeholder Group, l’organo consultivo dell’EBA con il rapporto, presentato a Bruxlles il 15 gennaio scorso, che richiama i regolatori UE a una maggiore attenzione al principio di proporzionalità. Si aggiungano nuove regole alle banche solo se portano benefici sociali tangibili non conseguibili con costi minori.
Se la regolamentazione è sproporzionata, è probabile che calcolo dei costi-benefici peggiori. Si spera che tali raccomandazioni vengano recepite per promuovere la proporzionalità in ogni aspetto della regolamentazione.

Le piccole e medie imprese sono da sempre il principale creatore di posti di lavoro e lo saranno sempre di più in un futuro in cui la rivoluzione digitale incoraggia migliaia di start-up. Ma esse sono per le banche anche la parte più rischiosa e che richiede più capitale. Le regole quindi frustrano il credito alle PMI. Ecco quindi la necessità per la politica e per le istituzioni di riflettere sul trade-off rischio vs. crescita.
Serve una pausa di riflessione che aiuti le banche a digerire l’enorme mole di norme emanata negli ultimi sette anni. Troppe regole, troppo incerte e troppi regolatori europei e nazionali. Oggi che i livelli di capitale sono stati innalzati, la parola d’ordine deve essere stabilità nella regolamentazione. Solo così le banche potranno disegnare business plan che consentano di creare valore.
Oggi l’Europa è come un animale a due teste, in cui la testa monetarista spinge per lo sviluppo, mentre l’altra crea troppe regole e produce ansia, anche con annunci continui di nuove misure che riducono il credito all’economia. Le due strategie sono fra loro in contraddizione e ciò complica ulteriormente la ripresa.
Talune proposte renderebbero ancor più rigido il mercato creditizio. Le ipotesi di aumentare gli assorbimenti patrimoniali per i finanziamenti alle imprese e di portare i coefficienti patrimoniali a soglie al 20% e oltre per le banche sistemiche ridurrebbero fortemente i prestiti, così come le ipotesi di rendere ancor più stringenti i criteri per considerare deteriorato un credito. Pure la proposta di inserire un assorbimento patrimoniale oltre un certo limite di titoli di Stato detenuti dalle banche, riduce i prestiti a imprese e famiglie oltre che gli investimenti in titoli di Stato.
Si tratta di un approccio matematico nelle valutazioni che riduce gli spazi per scelte responsabili d’impresa.
Ulteriori richieste di capitale, produrrebbero altri danni alle banche italiane che subiscono gli effetti di sette anni di crisi, affrontata quasi soltanto con risorse proprie.
La rincorsa a sempre maggiori soglie patrimoniali non deve essere infinita.

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