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pubblicato: giovedì, 2 febbraio, 2012

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Dove eravate tutti (mentre si uccidevano le speranze di una generazione)

Ho finito ora di leggere il libro “Dove eravate tutti” di Paolo Di Paolo, autore nato nel 1983 (consiglio a tutti di leggerlo, è davvero bellissimo).
Nel libro (in un punto che a essere onesti non è proprio il centro del romanzo) il protagonista immagina che un giorno verrà chiesto “dove eravate tutti?” mentre accadevano cose gravissime (tipo lo scioglimenti dei ghiacci ai Poli).
Credo sia una domanda che la generazione dell’autore possa fare alla mia. Non che ci sia una grande differenza di età tra i nati negli anni 70 o negli anni 80, ma c’è una differenza profonda nel tipo di vita che si prospetta.
La mia è stata l’ultima generazione del posto fisso, dei lavori che permettono di costruirsi una famiglia, delle garanzie. Quando noi ci siamo affacciati al mondo del lavoro iniziava l’abitudine del precariato, dell’utilizzo della forza lavoro concepita come risorsa e non come persona con una sua naturale evoluzione. Noi abbiamo visto iniziare tutto ciò. E abbiamo pensato bene di occupare gli ultimi posti sicuri. Lontanissima l’idea di unirci e lottare per cambiare le cose, i più preparati e più forti di noi si sono guardati intono, han visto i loro coetanei totalmente indifferenti a ciò che stava accadendo, hanno affilato le armi e combattuto per ritagliarsi una loro sicurezza. Era sotto gli occhi di tutti che non c’era un progetto giusto ed equo, che si stava cercando di occupare gli ultimi posti dal lato dei fortunati. D’altronde era l’ultima chance di avere un lavoro che permettesse di realizzarsi, di poter stare sereni, di poter mantenere una famiglia pensando di avere dei figli. Avevamo trent’anni quando la chance si è presentata, era già quasi tardi. Chi poteva permettersi il lusso di pensare ai massimi sistemi? Era l’unica scelta che appariva plausibile. E oggi siamo spaccati in due. I più fortunati di noi stanno oggettivamente bene (anche se meno bene dei più fortunati delle generazioni precedenti). Non ci sono molte chance aperte, però non si sta poi male. Soprattutto si ha la sensazione di averla scampata per un pelo.
Perché davanti c’è la lunga fila dei trentenni di oggi ai quali non è nemmeno concesso di avere ciò che abbiamo avuto noi.
Siamo (io e i miei coetanei) colpevoli di connivenza verso il più grande furto della storia. Abbiamo permesso che il sistema si reggesse sul furto dei sogni di un’intera generazione. Con un cinismo che la storia non ci perdonerà assistiamo impotenti e imbelli a una società che chiede a un numero enorme di giovani di rinunciare alla serenità e alla possibilità di sognare perché non ci sono più risorse, non ci sono più posti. A quelli che ci provano vien detto di non lamentarsi che son già fortunati che non fan la fame e hanno un tetto sulla testa (il tetto è dei genitori che sono ben felici di offrirlo). Assistiamo a una società che mente promettendo un’infinita giovinezza e un futuro radioso in cambio di un presente mediocre. Fingiamo tutti di non vedere che il tempo passa e che in Italia i bambini si fanno (quando si fanno) solo all’ultimo momento utile quando l’orologio biologico batte inesorabile gli ultimi rintocchi. Assistiamo a una società che dice “se vuoi essere felice vai altrove”, incapaci di portare qui l’altrove, incapaci di rompere la catena delle palesi ingiustizie. Assistiamo a una società che finge di non vedere che mentre si nega l’esistenza di risorse se ne sprecano infinite nell’ignavia generale.
Con un cinismo che la storia non ci perdonerà assistiamo impotenti e imbelli a una società in cui invece di creare insieme un nuovo progetto politico per cambiare ci si scanna e si urlano insulti liberatori e inutili, si gioca a essere indignati ma non ci si chiede cosa si possa fare di concreto.
Arriverà il giorno in cui ci verrà chiesto conto di tutto ciò e, onestamente, non so se quel giorno non dovrò vergognarmi anch’io.

 

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