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pubblicato: lunedì, 31 gennaio, 2011

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Il fascino indiscreto della santa alleanza

Il Cavaliere non sta vivendo bei momenti, sia sul fronte giudiziario sia su quello più squisitamente politico e parlamentare. Le incognite sono tante e la stabilità, quella stabilità molto spesso sbandierata come conquista del politico Berlusconi, appare sempre più incerta.

Occorre quindi un dibattito sull’alternativa e sulle sue modalità. Sappiamo che le tesi in merito sono numerose come quando le idee sono tante ma anche molto confuse.

L’ultima uscita è quella di Massimo D’Alema, che in un intervista a “Repubblica” ha espresso le sue considerazioni sulla difficile situazione politica. Per l’ex presidente del Consiglio occorre un’alleanza condivisa di tutte le forze democratiche che dia vita ad un governo d’unità nazionale, capace di superare l’esperienza del berlusconismo (come se fosse facile…) e avviare quelle riforme necessarie al paese (riforma istituzionale, economica e dell’apparato dello stato).

Ora, sarebbe bene ricordare che, per quanto questa idea non sia troppo dissimile da quella esposta da Walter Veltroni nel corso del suo intervento al Lingotto, esiste un vecchio approccio politico (un tempo definito “riformista”) che tende a diffidare delle “Sante Alleanze”, dei “Nuovi CLN” e delle logiche alla “tutti insieme appassionatamente”, oggettivamente roba più da Julie Andrews che da Beppe Fioroni.

Per molti infatti le alleanze unite e composte solo in chiave anti-berlusconiana molto spesso non fanno altro che favorire l’avversario Berlusconi, che come è noto ha molta dimestichezza nel gridare al complotto, nel prendersela con i giudici e nel porre ogni diatriba politica in ottica prettamente personale. Molto spesso infatti tanti hanno ricordato come uno dei modi migliori per sconfiggere Berlusconi è quello di…buttarla in politica! Che, per carità, oggi come oggi effettivamente appare molto difficile.

Questa tesi in ogni caso non ha smesso di arrovellare le menti di qualche commentatore e osservatore che ancora oggi giustamente si chiede quale sarà il perimetro dell’alleanza anti-berlusconiana, con quali criteri verrà siglata e con quali prospettive e quale agenda si pensa di governare il paese. Tali questioni sono a tutt’oggi irrisolte, ma pongono interrogativi di non poco conto.

In primo luogo pensiamo al tema dell’emergenza nazionale. Molto spesso si parla di un’alleanza per l’emergenza, capace di superare questo stato di cose per poi tornare alla situazione precedente.

Per quanto sia nobile e sensata l’idea di formare un’alleanza con al proprio interno una sinistra, un centro e una destra da ricollocare sullo scacchiere politico una volta superata l’empasse, non può che emergere con nettezza che molti di questi partner d’alleanza sono stati per anni alleati dello stesso Berlusconi. Non si tratta di una critica o di una constatazione ideologica, ma di logica politica. E per quanto “Berlusconi sia come la Juve: Ruby” (come hanno prontamente fatto notare i tifosi del Napoli) ci si chiede perché allora un’alleanza di questo tipo non è stata fatta nel 2001 o nel 2008 per fermare il Cavaliere. Perché appunto nel 1994 si è compiuto il grave errore di frastagliare le forze democratiche di questo paese?

Lo stesso Fini alla vigilia delle elezioni del 2008 gridava e accusava Berlusconi delle peggiori malefatte, salvo poi dover tornare sui suoi passi nella grande casa del Pdl. E con questo non si intende dipingere Fini come futuro, ancora una volta, alleato di Berlusconi. Ma semplicemente si intende che c’è stato d’emergenza e stato d’emergenza. E questo stallo politicamente anomalo dura da troppi anni oramai per svegliarsi una mattina con l’idea di unire i cocci contro l’asse piddielina e leghista. Da questo punto di vista ci si poteva svegliare prima.

Ma la discussione fa emergere un altro tema, non di poco conto, che si intreccia con le vicende della storia recente del nostro paese: l’Italia vive una situazione anomala. Unica certezza nel mare delle incertezze. In questa situazione anomala, un soggetto politico come il Pd, che ha evidenti desideri di normalizzazione politica, come si deve comportare? Deve cercare di porsi come forza politica che agisce in una situazione politica che si vorrebbe normale atteggiandosi conseguentemente in maniera normale o porsi come una forza che agisce contestualizzando la vicenda politica nostrana e regolandosi di conseguenza?

Se ci pensate questo è una delle ragioni principali d’attrito all’interno del Partito Democratico: c’è chi sogna legittimamente un bipolarismo maturo ed europeo e vuole muoversi in questo ambito, perché così deve essere, e chi accantona la situazione politica “così come dovrebbe essere” per rapportarsi ad un cinica realtà piena di anomalie e complicazioni. La prima è un’analisi politica normativa, la seconda è di tipo positivo. Entrambe hanno una conseguenza sulla politica delle alleanze.

Gli intenti dunque in realtà sono gli stessi, ma muta la ricetta per realizzarli. E muta perché semplicemente sussiste un differente approccio di vedere il partito collocato nella realtà attuale. Due frasi diverse, ma la stessa prospettiva. Gli stessi sentimenti.

Sembrerà strano, ma mi è venuta in mente la bella mostra in questi giorni a Roma “Avanti Popolo! Il PCI nella storia d’Italia” e la perenne diatriba tra Veltroni e D’Alema. Tra chi dichiara di non essere mai stato comunista (argomentando che non poteva esserlo tutto il 34,4% di elettorato del PCI nel 1976) e chi rivendica con orgoglio una formazione politica comunista e, perchè no, improntata al materialismo dialettico.

Due tesi apparentemente contrastanti, ma che in realtà esprimono uno stesso messaggio, così come sulle alleanze: entrambi provavano gli stessi sentimenti. In questo “idem sentire” c’è chi coglieva gli elementi di differenziazione rispetto alla realtà madre (quella comunista) e invece chi li aveva assunti come base stessa del proprio agire politico, come un’eccezione che diveniva pura normalità.

Comunisti informalmente ma al tempo stesso sempre comunisti.

Emerge sempre più chiaramente come il Pd possa risolvere i suoi problemi interni conciliando tesi e proposte che molto spesso appaiono inconciliabili, ma che in realtà sono semplicemente due facce della stessa medaglia.

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