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pubblicato: mercoledì, 19 gennaio, 2011

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Ipervigilanza Rai

Si sente spesso, da parte degli esponenti dell’esecutivo, il ritornello del «se potessimo governare…». Bene, oggi ho avuto un assaggio di cosa accadrebbe se il Pdl avesse le mani slegate. L’esempio riguarda un atto di indirizzo che il senatore Alessio Butti ha proposto in commissione di Vigilanza Rai. In cui si immagina che in nome del pluralismo, dell’oggettività e completezza dell’informazione il servizio pubblico dovrebbe

  • sperimentare «format di approfondimento giornalistico innovativi che prevedano anche la presenza in studio di due conduttori di diversa estrazione culturale».
  • «garantire, laddove il format della trasmissione preveda l’intervento di un opinionista a sostegno di una tesi, uno spazio adeguato anche alla rappresentazione di altre sensibilità culturali». E ciò «è ancor più necessario per quelle trasmissioni che,apparentemente di satira o di varietà, diventano poi occasione per dibattere temi di attualità politica e sociale, senza quelle tutele previste per trasmissioni più propriamente giornalistiche».
  • evitare «le interpretazioni, a opera di attori professionisti, delle conversazioni telefoniche intercettate».
  • assicurarsi «che i temi prevalenti, di attualità, politica o cronaca, trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell’arco degli otto giorni successivi alla loro messa in onda». Questo «per garantire l’originalità dei palinsesti».
  • presentare una conduzione che non sia solo imparziale, ma anche in grado di «apparire tale nella sostanza moderando la trasmissione in modo da garantire agli ospiti equità nella distribuzione dei tempi e l’assoluta imparzialità della linea editoriale del programma». Il che la eslcude «a chiunque abbia interrotto la professione giornalistica per assumere ruoli politici».
  • filtrare «oculatamente», tramite l’intervento del conduttore o della redazione, messaggi di posta elettronica e sms. Per «consentire a tutti la libertà di pensiero».

Tutto questo nel nome della seguente ratio:

«Tutti i partiti presenti in Parlamento devono trovare, in proporzione al proprio consenso, opportuni spazi nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico»

perché

«Il mancato rispetto dell’assegnazione proporzionale degli spazi televisivi costituisceviolazione del principio democratico»

In sostanza, il pluralismo significa «rispetto delle proporzioni democratiche». Che importa se per metterlo in atto si devono, tra gli svariati obbrobri concettuali, approvare misure disegnate su misura per impedire la prosecuzione di Annozero.

Ben vengano i dilemmi sulla «fidanzata» di Silvio, se servono a ostacolare questi deliri.

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