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pubblicato: lunedì, 1 settembre, 2014

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Le soluzioni al problema partecipate e l’indifferenza della politica, con l’eccezione di Scelta Civica

societa pubbliche e aziende partecipate

Il commissario alla spending review Cottarelli nel suo report sulle inefficienze delle società partecipate riporta anche le misure che si dovrebbero intraprendere, per quanto scomode e difficili, per un cambiamento della situazione, vediamole, insieme alle reazioni della politica

In primo luogo viene individuato il campo dell’azione delle partecipate, che secondo a commissione per la Spending review dovrebbe essere strettamente limitato ai compiti istituzionali dell’ente di controllo, che, presumibilmente, non includono la produzione di beni e servizi che possono essere forniti, in quantità ritenute adeguate, dal settore privato. Insomma, ci si deve limitare ai fallimenti del mercato.

Naturamente essendo in Italia i bizantinismi sono pane quotidiano, la realtà è che per la politica è molto facile far passare come necessità di base non delegabile al mercato praticamente ogni servizio. Per questo Cottarelli propone alcuni paletti chiari:

Una definizione dei settori di attività in cui la semplice delibera da parte dell’amministrazione controllante è sufficiente a rendere possibile il mantenimento di una partecipata (diretta o indiretta)

– Per i settori esclusi dall’elenco l’autorizzazione alla apertura o mantenimento di una partecipata dovrebbe essere confermata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), al fine di assicurare che effettivamente la partecipata in questione svolga un ruolo che non possa essere svolto da aziende private

– In assenza di una certificazione da parte della amministrazione competente (ente partecipante più, nei casi indicati, AGCM) la partecipata dovrebbe essere dismessa (cioè venduta o liquidata) entro un termine tassativo

– Si dovrebbe eliminare la possibilità di affidamento in house o la sua ulteriore limitazione, anche al di là della disciplina comunitaria

– Una volta acclarato che una certa attività è strettamente giustificata in base ai compiti istituzionali della amministrazione pubblica in questione, occorre valutare se effettivamente la gestione di questa attività richieda: a) la costituzione di un’entità separata dall’amministrazione controllante; e, in
particolare, b) la costituzione di un’entità di diritto privato (come una società per azioni)

In generale per limitare inefficienze e sprechi, una volta delimitati i confini di intervento per Cottarelli si dovrebbe:

1) Porre limiti alle partecipazione indirette: imitare la possibilità di partecipazione indiretta trova la sua ragione nel fatto che, in assenza di un potere di intervento diretto e, in generale, di minori poteri di governance, i rischi per la finanza pubblica sono più elevati

2) Mettere limiti alla detenzione da parte di piccoli comuni:  le partecipate devono avere una certa dimensione minima per giustificare i costi fissi a loro connessi
3) Uscire dalle “micropartecipate”: per esempio, ci sono circa 1.400partecipate in cui la quota del pubblico non raggiunge il 5 percento, 1.900 partecipate in cui non raggiunge il 10 percento e 2.500 partecipate in cui non raggiunge il 20 percento. La partecipazione largamente minoritaria in società essenzialmente private risulta difficile dagiustificare in termini di rilevanza nel perseguimento di interessi generali e può invece riflettere o inerzia di gestione o interessi particolari

4) Chiusura delle “scatole vuote”: come abbiamo già visto nel precedente articolo un numero molto elevato di partecipate non ha dipendenti o ne ha molto pochi (almeno 3.000 con meno di 6 dipendenti) In circa metà delle partecipate dei comuni censite dal Cerved il numero dei dipendenti è inferiore al numero delle persone che siedono nei consigli di amministrazione. Almeno 1.300 (anche qui probabilmente una sottostima) hanno un fatturato inferiore a 100.000 euro (e il numero raddoppia se si arriva al milione di euro). Si tratta quindi di piccole società, con il sospetto che molte siano state create principalmente per dare posizioni di favore a qualche amministratore o dipendente. Le partecipate che, a una certa data passata (per esempio il 31 dicembre 2013) avevano dimensioni ridotte in termini di fatturato  e/o dipendenti dovrebbero essere dismesse e l’attività, se necessaria, dovrebbe essere reincorporata nell’ente partecipante.

5) Accelerazione del processo di chiusura: Circa il 16 per cento delle partecipate censite dalla Banca MEF (1.213 partecipate) hanno già cessato l’attività, sono in liquidazione volontaria o soggette a procedure concorsuali. per circa il 40 per cento delle partecipate in liquidazione volontaria o soggette a procedure concorsuali, il processo di chiusura è per iniziato prima del 2012.

6) Vincoli di rendimento: Già ora il comma 555 della legge di stabilità del 2014 prevede che, a decorrere dal 2017, le imprese in cui più dell’80 percento del valore della produzione derivi da affidamenti diretti e che presentino un risultato economico negativo – con eccezione di quelle che svolgono SPL debbano – in quattro dei cinque esercizi precedenti – essere messe in liquidazione entro 6 mesi dall’approvazione del bilancio o del rendiconto dell’ultimo esercizio. Come incentivo Cottarelli suggerisce che si potrebbe prevedere come sanzione l’introduzione di disincentivi economici ai componenti del consiglio di amministrazione, la revoca dell’amministratore, o la messa in liquidazione (o la dismissione della quota nel caso di partecipazione non totalitaria).

Cottarelli poi passa nello specifico a suggerire ottiche di efficientamento in determinati settori, come i sevizi pubblici locali inerenti a acqua, gas rifiuti, energia che vedono una polverizzazione dei gestori, con inefficienze provocate anche da diseconomie di scale, oppure i trasporti pubblici locali, in cui ci sono carenze di controlli sull’evasione del biglietto nonchè tariffe di molto minori ad altri Peesi europei, e soprattutto non sono state applicate politiche di risparmio sui costi come maggiore concorrenza in regioni piccole, e costi standard come base di gara.

Tuttavia tutte queste osservazioni in una democrazia devono trovare uno sbocco e un recepimento nella politica, si devono tradurre in proposte di legge, essere approvate e applicate (i decreti attuativi sono una nota dolente in Italia)

Già alcune forze moderate avevano provato a porre l’attenzione sulla giungla di partecipate, per esempio il NCD a marzo proponeva che tramite una riforma del Titolo V oltre a consentire di mettere ordine nell’esistente, Stato, Regioni, Città metropolitane e Comuni potessero gestire un servizio di interesse generale tramite un’impresa pubblica solo laddove sia dimostrato che in tal modo vi siano condizioni migliori rispetto al privato. L’UDC Toscana in precedenza nel 2012 chiedeva il taglio delle 750 partecipate di quella regione, alcune delle quali in violazione della spending review appena varata superavano anche i 3 membri del CDA.

In seguito al documento di Cottarelli, tuttavia, si è assistito a un assordante silenzio  nei principali partiti di maggioranza e opposizione, come PD, M5S, Forza Italia, Lega, ecc, sicuramente non è stato questo il tema cui dare spazio nelle strategie comunicative e mediatiche.

L’unica forza che ora ha messo in agenda il tema, manifestando totale consonanza di vedute con Cottarelli è stata Scelta Civica, il cui capogrupo Andrea Mazziotti ha elaborato una proposta di legge che prevede il recepimento delle sue osservazioni e l’esecuzione in breve di una serie di misure:

1) Il divieto per qualsiasi soggetto pubblico di mantenere partecipazioni in società non quotate nelle quali la presenza complessiva delle amministrazioni sia inferiore al 10%; la soglia complessiva per le nuove partecipazioni deve invece essere fissata al 20%; qualsiasi deroga deve essere autorizzata dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, come propone lo stesso Cottarelli,

2)  L’obbligo di dismettere qualsiasi partecipazione inferiore alle soglie di cui sopra entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto
3)  L’obbligo di dismettere, riassorbire o chiudere qualsiasi società con meno di 10 addetti alla data del 31 luglio 2014, o con un fatturato dell’ultimo anno inferiore ai 100.000 euro, sempre entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto

4) L’obbligo per i comuni con meno di 30mila abitanti di sostituire con amministratore unico, sempre entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto, tutti i consigli di amministrazione delle società in perdita di cui alla legge 122/2010

5) Una riduzione del 10% di tutti i trasferimenti dallo stato centrale alle amministrazioni locali che non adempiano agli obblighi di trasparenza vigenti entro il 31 dicembre 2014 e non ottemperino agli obblighi di dismissione sopra previsti:

6) La previsione, in caso di inadempimento, di sanzioni a carico degli amministratori delle società inadempienti e dei membri degli organi delle amministrazioni locali interessate pari al 20% della retribuzione lorda annua

La proposta è stata fatta propria anche da Enrico Zanetti, sottosegretario all’economia, sempre di Scelta Civica, ora come sempre tutto dipenderà da come il governo e gli altri partiti della maggioranza, in primis il PD, accoglieranno questa proposta, se vorranno calendarizzarla. Non vi è da essere molto ottimisti, considerando che proprio i partiti più consistenti, dal PD a Forza Italia al Nuovo Centrodestra sono quelli nelle cui file risiede il maggior numero di amministratori di partecipate.

Un primo indizio di disinteresse è venuto dalla mancata inclusione di questo tema nel consiglio dei ministri del 29 agosto, quello dello Sblocca Italia, e di altre promesse mancate, come la riforma dell’istruzione. Si tratta di un capitolo di quelle riforme vere, strutturali, invocate da 20 anni e da 20 anni disattese, soffocate sotto gli interessi particolari di coloro che pensano che alla fine tanto non si affondi, che tutto si aggiusta, mentre come la barchetta dell’Economist tutto sta affondando, anche loro.


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