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pubblicato: sabato, 28 novembre, 2009

articolo scritto da:

Acqua S.p.a.

di Luca Bellusci per Il Caffé Geopolitico

Le prime avvisaglie di una formale privatizzazione si possono ricondurre al quinto Forum Internazionale dell’Acqua tenutosi a Istanbul lo scorso marzo, quando vennero definite le nuove strategie per la gestione dell’acqua, affidata in maniera decisa alle multinazionali del settore idrico mondiale

IL FATTO – Con decreto legislativo n. 1784 il Parlamento italiano ha autorizzato la liberalizzazione del settore idrico italiano. Il decreto, denominato salva-infrazioni, dovrebbe porre un freno alle innumerevoli sanzioni a cui il nostro paese è soggetto in ambito comunitario, ma all’interno inspiegabilmente è contenuto anche il testo che prevede la privatizzazione dell’acqua, togliendo la responsabilità alle amministrazioni locali/Regioni. Immancabili si sono levate le proteste dall’opposizione, che ha promesso una dura battaglia contro questa decisione che, per la velocità con cui è stata presa, sembra essere più una necessità dovuta all’attuale crisi economica, che una vera e propria scelta consapevole (il mezzo del decreto legge aggira la normale discussione parlamentare).

 

L’AFFAIRE ITALIANO – Secondo un’indagine dell’organizzazione “Acqua Italia”, il 72% degli italiani ha bevuto spesso acqua del rubinetto durante l’ultimo anno, ed il 25% dichiara di farlo abitualmente. Nell’indagine risulta anche che una tra le principali cause sulla scelta dell’acqua di rubinetto sia per ragioni economiche; il prezzo dell’acqua incide non poco sul bilancio familiare degli italiani, un litro d’acqua del rubinetto può costare tra le 300 e le 1000 volte meno di quella in bottiglia. Un altro dato poco ricalcato dai media è quello relativo all’andamento crescente del prezzo dell’acqua negli ultimi dieci anni, fattore determinato dal concentrato numero di gestori che lavorano nel settore e che hanno una sorta di oligopolio su di un bene come quello dell’acqua che si definisce unanimemente “comune”. Nei fatti, quello che accadrà sarà una riorganizzazione delle competenze nel settore, con un’apertura ai privati nelle gare d’appalto per gli ATO (Ambiti territoriali ottimali), strutture che superano la dimensione comunale di gestione e che hanno competenza sul Piano d’ambito, strategia per l’elaborazione delle responsabilità territoriali.

I MERCATI FINANZIARI RINGRAZIANO – Le sedute di borsa hanno registrato, nei giorni successivi al nuovo decreto, un trend positivo per le compagnie italiane quotate: tra le migliori ci sono la “Mediterranea delle acque”, azienda genovese, e la “Acque potabili spa” azienda siciliana. La cosa interessante però e che entrambe sono delle controllate della “Iride acqua e gas”, uno dei più grandi gruppi energetici in Italia: questo è il tipico esempio di oligopolio di mercato che, come l’economia insegna, non avrà certo effetti positivi per i consumatori nel breve-medio periodo, non essendo il mercato soggetto a concorrenza alcuna. La norma cosiddetta “Ronchi”, per le società quotate, prevede che la mano pubblica nel loro capitale scenda, al 30 giugno 2013, al 40% per poi diminuire ulteriormente al 30% nel 2016. La prima vittima sarà l’Acquedotto Pugliese, unico gestore completamente in mano pubblica, che dovrà vendere gioco forza alcuni settori ai privati per rientrare a norma di legge.

GEOPOLITICA DELL’ACQUA, AREE DI CRISI – Se andiamo a guardare cosa accade oltre il giardino di “casa Italia”, ci accorgiamo che la situazione legata al fattore idrico è in una fase assai complessa, in alcune zone motivo di tensioni. La terribile siccità che ha colpito nelle settimane scorse la Cina ha lasciato senza acqua potabile due milioni e mezzo di persone, residenti in sette province meridionali: tutto ciò a causa della costruzione di una delle più grandi dighe della Cina, che ha inesorabilmente prosciugato i corsi fluviali. Un altro caso può essere quello dello Yemen, definita senza eccesso di allarmismo come  una “bomba ecologica ad orologeria”, per via della continuata penuria di acqua che affligge il paese e che contribuisce alla destabilizzazione della penisola araba. Un tipico esempio di “guerra dell’acqua” è quella condotta da Israele ed Egitto contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, ma anche della Cisgiordania, ed è uno dei fattori principali che determina la tensione sempre più insostenibile nella regione. Ci sono poi le guerre “ever green” africane, guerre etniche che nascono con l’intento di accaparrare le ultime risorse naturali presenti, ormai quasi dimenticate rappresentano uno scenario che rischia di essere non più utopistico per il mondo cosiddetto “occidentale”.

 


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