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pubblicato: domenica, 10 maggio, 2009

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Referendum: pro e contro

settimana politica

Referendum: pro e contro

Non bastasse la campagna elettorale per le prossime elezioni europee, i partiti hanno il loro bel da fare anche sulla questione del referendum, che si voterà due settimane dopo le europee, cioè il 21 giugno.

[ad]Come in occasione di tutti i referendum abrogativi in Italia, si è assistito al solito balletto di posizioni, chi a favore chi contro, nonché a discutibili manovre governative volte a far fallire il raggiungimento del quorum (una prassi ormai ben consolidata dacché i partiti al governo si sono accorti che è molto più facile affossare un referendum non invogliando i cittadini a votare, piuttosto che dire la loro per far votare “no”).

Proviamo qui ad elencare ed analizzare brevemente le critiche rivolte ai quesiti referendari, per provare a capire quali siano quelle con un fondamento concreto e quali quelle ascrivibili come rispondenti a interessi particolari di questo o quel partito.

1) La legge che uscirebbe dal referendum sarebbe peggiore della legge Acerbo del ’24;

2) Consegnare la maggioranza parlamentare ed il governo ad un solo partito è antidemocratico;

3) Berlusconi ne trarrebbe vantaggio andando alle elezioni da solo, vincendole, e governando per vent’anni senza interruzione;

4) Il referendum non è lo strumento adatto per intervenire su una regola del gioco così delicata come la legge elettorale;

5) Se vincono i “sì” non sarà più possibile modificare la legge elettorale;

6) Il referendum non risolve il problema dell’eterogeneità delle maggioranze di governo.

***

1) Una critica che si sente spesso, specie da parte di settori del centrosinistra, all’interno ma soprattutto all’esterno del Pd, è quella che la legge risultante dalla vittoria del referendum (che di qui in poi definiremo guzzettum) sarebbe persino peggio della storicamente vituperata legge Acerbo del 1923, applicata per la prima (ed unica) volta per le elezioni politiche del 1924. Questa legge prevedeva un premio di maggioranza (due terzi dei seggi alla Camera dei Deputati) alla lista che avesse preso più del 25% e fosse risultata la più votata.

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