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pubblicato: giovedì, 9 gennaio, 2014

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Legge uninominale? Pochi pregi, moltissimi difetti, il caso inglese

camera dei deputati

Legge uninominale? Pochi pregi, moltissimi difetti, il caso inglese

Tra le proposte da sempre sul tavolo per le modifiche della legge elettorale, l’utilizzo dei collegi uninominali per un maggioritario secco a un turno è sempre presente, e costituiscono anche l’ossatura del Mattarellum preferito sia dal M5S che da molti renziani.

Si tratta di un sistema nato nel Regno Unito ed esportato nelle aree del mondo sotto la sua influenza, prima di tutto gli USA, e poi in Paesi africani e asistici, come l’India, ma molto poco usato nelle democrazie avanzate.

Vediamo allora alcune caratteristiche che nel tempo si sono riscontrate proprio in Inghilterra. Conosciamo già alcuni difetti come la scarsa rappresentatività, soprattutto di terze forze pur grandi (i liberaldemocratici che hanno spesso avuto il 2% dei seggi con più del 20% dei voti), oppure la possibilità di vittoria di partiti in realtà arrivati secondi nel voto popolare, ma vi sono alcune caratteristiche che marcano una grande differenza con il proporzionale.

Per esempio la progressiva polarizzazione regionale:

I ricercatori Hodgson e Maloney dell’università di Exeter hanno ideato un indice con il seguente metodo: prendono la differenza tra la percentuale di seggi che al Nord (tradizionalmente di sinistra) sono più laburisti della media nazionale e di seggi che sono più conservatori della media nazionale, e la sommano alla differenza tra la percentuale di seggi che al Sud (tradizionalmente moderato) sono più conservatori della media britannica e quelli che sono più laburisti della media nazionale. Il punto è che in una situazione molto polarizzata entrambe le differenze saranno alte e così la somma tra esse, essendo molti i seggi laburisti al Nord sovraperformanti e molti quelli conservatori al sud ugualmente sopra la media.

Così possiamo vedere l’andamento di tale indice negli anni, è purtroppo assente l’ultima elezione del 2010:

Come vediamo dal 1950 agli anni ’80 c’è stata un impennata della polarizzazione, in un range tra 0 e 200 si va da 8 del 1950 al 40 del 1987, per poi scendere e rislaire e rimanendo sempre al di sopra dei valori precedenti agli anni ’80, segno di una realtà ormai plasmata, quella di un Paese più diviso di quello che fosse prima, con un Sud più ricco e conservatore, soprattutto in provincia, e un Nord ex industriale con un reddito inferiore e laburista.

Il punto è che quando capita, come con l’uninominale, che una regione intera venga rappresentata solo da un colore, perchè il partito perdente, magari anche se con il 30% per le caratteristiche della legge elttorale, non ottiene seggi, o quasi, questo innesta un circolo vizioso per cui gli abitanti tendono a identificarsi con quel partito come protettore degli interessi dell’area.

A onor del vero i cambiamenti sociali hanno fatto invece crollare la polarizzazione sociale, tra classe media e classe lavoratrice, in base i sondaggi da un analogo indice di 76 del 1964 a uno di 37 del 2011, sta agli scienziati della politica dire cosa è peggio, se una spaccatura sociale o geografica.

Gli stessi ricercatori, al di là della questione geografica hanno ideato degli indici, che chiameremo “di pluralismo”, ovvero nel caso A la percentuale di collegi in cui i conservatori hanno avuto tra il 45 e il 55% del voto di conservatori e laburisti, quindi in cui i due partiti sono stati più vicini, e nel caso B, per includere anche i libdem, quando c’è stata una vittoria con una maggioranza inferiore del 10%.

Vediamo  il grafico:

Vi è stato un netto calo del pluralismo, con un parziale rimbalzo nel 2005, ovvero sempre più collegi finiscono per essere vinti con maggioranza ampie e senza una reale competizione, del resto in un sistema in cui il proprio voto vale solo per la propria area e non per il risultato nazionale, l’elettore del partito di minoranza non è incentivato a recarsi al voto, sono sempre meno i seggi realemente contendibili, non un bene per la democrazia.

A dimostrazione del legame con l’affluenza, prendendo i margini di vittoria nei 10 collegi con affluenza minore e nei 10 con affluenza maggiore, e mettendoli in ordine di margine, osserviamo:

In verde i seggi del gruppo con massima affluenza e in viola quelli con minima affluenza. Si può vedere che quasi tutti i seggi con grandi margini sono quelli anche con affluenza minore, infatti, a testimonianza del legame biunivoco tra affluenza e margini di vittoria.

E se il destino strutturale di una legge uninominale è quello di allargare le maggioranze nei collegi, per la democrazia non sarà un bene sapere che questo limita anche la partecipazione.


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7 comments
Pierfrancesco Catapano
Pierfrancesco Catapano

In ogni caso nel '93 quasi l'80% degli Italiani ha scelto per il bipolarismo e l'uninominale con un referendum, motivazione addotta dalla Corte Costituzionale nella bocciatura del porcellum.

Pierfrancesco Catapano
Pierfrancesco Catapano

hemm... potrei essere daccordo sul considerare gli USA un paese culturalmente sottosviluppato, ma si scelgono i candidati con le primarie e i primi due si giocano la presidenza al ballottaggio, come i sindaci appunto. Mi piacerebbe un approfondimento sull'istant run-off che garantisce la massima espressione di scelta e ottiene comunque il risultato di una maggioranza assoluta e quindi stabilità.

Pierfrancesco Catapano
Pierfrancesco Catapano

l'uninominale a voto alternativo (istant run-off) come in Australia e -mi pare- in Irlanda è un buon sistema: sulla scheda ci sono tutti i candidati nel collegio e si esprime l'ordine di preferenza; se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta al primo scrutinio si contano le seconde preferenze e così via fino ad avere il vincitore.

Gianni Balduzzi
Gianni Balduzzi

Sono io l'autore dell'articolo, la grandissima parte dei Paesi avanzati NON usa questa legge uninominale, la Francia ha il doppio turno, è un caso completamente diverso perchè lì conta arrivare sopra il 12,5% degli aventi diritto e quindi non c'è la rinuncia del perdente, e poi al secondo turno se la si può giocare, quindi rimangono i Paesi di cultura anglosassona, che comunque sono una minoranza, soprattutto in Europa. La legge del sindaco poi non esiste veramente da nessuna parte per le politiche, sarebbe una novità assoluta.

Trevisani Giuseppe
Trevisani Giuseppe

E chi capisce queste finezze elettoralistiche? Ma dove sta una legge elettorale migliore di quella per l'elezione dei sindaci dei comuni con più di 15000 abitanti? 1° turno, proporzionale alla lista, 2° ballottagio tra i 2 o 3 candidati rappresentanti la lista. Chi vince si prende il 55% dei seggi. E' semplicve, chiara e comprensibile anche ai più sprovveduti in materia.

Giampiero Censorii
Giampiero Censorii

meglio l'uninominale..., almeno sappiamo chi votiamo, non vorrei che dopo averci messo 8 mesi a cambiare nome all'IMU, ce ne mettano altri 12 mesi per cambiare nome al porcellum.

Tonio Time
Tonio Time

Le leggi elettorali sono tutte uguali. Hanno pregi e difetti. La scelta dipende solo da ciò che si vuole ottenere. Se si vuole creare una rappresentanza del paese certo l'uninominale non è una delle scelte migliori. Ma se si vuole dare una guida stabile allora è l'unica via. Che poi si possa scegliere un modello francese rispetto a quello inglese.. O meglio ancora quello australiano è un altro paio di maniche. Chi ha scritto questo articolo non sa assolutamente NULLA di sistemi elettorali. Dire che il sistema uninominale non è usato nelle democrazie avanzate è una baggianata. Australia.. Uk... Francia... Usa... Canada.... .. Non parliamo del fatto che il redattore non capisce che una società regionalizzata sia che voti con il sistema uninominale o no crea lo stesso risultato. Gli consiglierei di tornare a studiare diritto costituzionale