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pubblicato: giovedì, 30 gennaio, 2014

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Euro, economia e ambiente, la settimana scandinava

Euro, economia e ambiente, la settimana scandinava

Euro, economia e ambiente, la settimana scandinava

Argomenti che tornano e vecchi temi che non ne vogliono sapere di lasciare le prime pagine: la settimana in Scandinavia ha insieme il gusto del nuovo e del già visto. I primi giorni del 2014 in Finlandia assomigliano tanto agli ultimi del 2013, ad esempio, con l’economia (e le sue difficoltà) a prendersi la copertina. Lo stesso accade in Islanda, dove euro ed Europa tornano a far parlare di sé. Di nuovo.

Le politiche ambientali provano invece a ritagliarsi uno spazio importante nell’agenda di governo dei partiti di sinistra. Succede in Svezia, proprio dove solo qualche mese fa gli elettori socialdemocratici dichiaravano in un sondaggio di volere da parte del proprio partito maggiore coraggio nel sostenere posizioni ecologiste. Sono stati accontentati.

Nei giorni scorsi il leader laburista Stefan Löfven e uno dei due portavoce del partito del Verdi, Åsa Romson, hanno attaccato frontalmente la politica ambientale dell’attuale governo di centrodestra: l’hanno definita “vuota retorica”. Dopo otto anni targati conservatori, dicono, le iniziative sul clima sono state “rallentate o interrotte”.

Stefan Löfven, leader del partito socialdemocratico norvegese

Stefan Löfven, leader del partito socialdemocratico norvegese

Löfven e Romson hanno firmato un articolo pubblicato venerdì scorso sul quotidiano Dagens Nyheter. “È tempo che il governo svedese prenda l’iniziativa sul clima”, hanno scritto: serve un esecutivo che si assuma la leadership ‘ambientale’. Nei piani dei due leader, questo governo dovrebbe uscire dalle urne in programma il prossimo settembre, quando a Stoccolma i conservatori saranno probabilmente sconfitti dall’attuale opposizione di centrosinistra. L’intervento a quattro mani pubblicato sul Dagens Nyheter sembra così anche e soprattutto un ponte tra Verdi e laburisti in vista di una futura alleanza di governo.

Altri argomenti dominano il dibattito politico in Islanda. Nel corso di un’intervista rilasciata all’agenzia Bloomberg, il primo ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson ha detto che nel futuro dell’isola c’è la corona. Nessuno spazio per altre monete: “La ripresa dell’economia islandese è legata alla corona” ha affermato Gunnlaugsson, aggiungendo che si potrà pensare all’adozione di una diversa valuta quando sarà stata ripristinata la stabilità a lungo termine. Morale della favola: nelle tasche degli islandesi nel prossimo futuro non ci saranno né dollari canadesi (un’ipotesi che ha sfiorato Reykjavík in passato) né l’euro.

È tramontata anche l’ipotesi di entrare a far parte dell’Unione europea? Anche qui sembrano esserci pochi spazi di manovra, nonostante salga in Islanda il numero di coloro che vedrebbero di buon occhio migrare sotto l’ombrello protettivo di Bruxelles. Secondo un sondaggio svolto dalla Market and Media Research rispetto all’anno scorso i favorevoli all’Unione europea sono saliti passando dal 25 per cento del gennaio scorso al 32 per cento di oggi: si tratta per lo più di persone che vivono nell’area di Reykjavík e che votano il partito socialdemocratico.

Quelli nettamente contrari sono scesi dal 62 per cento al 50: pochi i fan di Bruxelles nelle aree rurali e tra gli elettori del Partito progressista del premier Gunnlaugsson, dove meno del 10 per cento è affascinato dall’idea di entrare nell’Ue. I negoziati tra Reykjavík e Bruxelles sono stati messi in stand-by proprio dal governo di centrodestra.

Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, primo ministro islandese

Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, primo ministro islandese

La Finlandia invece resta ancorata ai soliti problemi: economia che ristagna, debito pubblico che sale. E tutto questo finisce per influenzare anche l’agenda di governo. Le manovre messe in campo dall’esecutivo finora non hanno dato risultati incoraggianti, tanto che il primo ministro Katainen ha annunciato ulteriori iniziative. “Dobbiamo capire come tenere sotto controllo l’indebitamento” ha dichiarato il premier qualche giorno fa, “è necessario per mantenere in salute l’economia finlandese, non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità”.

Katainen ha parlato di tagli e di tasse, ma soprattutto ha parlato della necessità di trovare un equilibrio perché è evidente a tutti che innalzare ancora la pressione fiscale potrebbe avere effetti controproducenti. La popolazione finlandese infatti rimane prudente, scettica, impaurita. E la domanda interna ristagna. Tra la gente la fiducia nel futuro è bassa: il 39 per cento crede che nei prossimi dodici mesi la situazione economica del paese migliorerà, il 21 pensa invece che si vada incontro a tempi ancora più bui.

È in questo contesto che va trovata la strada giusta: la Finlandia sa dove vuole arrivare (creazione di posti di lavoro, crescita, minore debito) ma non sa ancora come arrivarci.

Scarsa competitività, esportazioni deboli, settori strategici nel bel mezzo di una riconversione sono tutte problemi di cui si è già parlato. Ma c’è altro? Ad esempio: e se l’austerity avesse contribuito ad affossare Helsinki? Il sospetto l’ha espresso Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, secondo il quale le politiche di contenimento della spesa attuate dal governo finlandese negli ultimi anni hanno inciso negativamente sull’economia del paese.

Il governo però non sembra avere altre strategie per le mani. E il tentativo di trovare altri tre miliardi di euro da tagliare non piace a una parte dell’esecutivo stesso. Paavo Arhinmäki, ministro della Cultura e dello Sport e leader dell’Alleanza di Sinistra, è critico: “Un taglio di tre miliardi di euro spingerebbe l’economia in una spirale negativa. Non è una mossa razionale sia intermini di politica economica, sia in termini di politica sociale”.

Antonio Scafati





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