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pubblicato: mercoledì, 6 dicembre, 2017

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Web tax: che cos’è e cosa vuole modificare la Camera

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Web tax: che cos’è e cosa vuole modificare la Camera

La web tax – intesa come insieme di leggi che vogliono introdurre delle regole sulla tassazione per le grandi multinazionali digitali – giungerà questa settimana all’esame della Camera, in quanto contenuta all’interno della Legge di Bilancio 2018.

La proposta di inserire un emendamento contenente la web tax è di Massimo Mucchetti, senatore Pd membro della Commissione Bilancio di Palazzo Madama. Intervistato da Il Giornale, Mucchetti parla della web tax come di una tassa necessaria, “da difendere”; e non ritiene giusto aspettare direttive dall’Europa o dall’Ocse, poiché secondo lui “serve un’iniziativa nazionale” in merito.

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La sua proposta consiste, sostanzialmente, nell’introduzione di un’imposta al 6% per i ricavi delle grandi aziende digitali. Un versamento dal quale sono stati però esclusi alcuni soggetti, come le imprese agricole, chi ha aderito al regime forfettario e i “minimi”. Sarà l’Agenzia delle Entrate, tramite lo spesometro, a operare un monitoraggio circa l’effettivo pagamento della tassa da parte dei big della rete, come anche tutte le attività online di residenti e non. Le banche, nel frattempo, opererebbero da sostituti d’imposta, applicando una ritenuta con obbligo di rivalsa sul soggetto che percepisce i corrispettivi.

Web tax, la proposta Mucchetti non convince

Solo che, così come uscita dal Senato, la web tax non convince; e non convince proprio i deputati Pd che fanno parte della Commissione Bilancio della Camera, come Giampaolo Galli e Sergio Boccadutri. E anche Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio a Montecitorio, è della stessa idea. Ma quali sono le perplessità? In primis riguardano l’attuazione della norma e il timore è che i costi vengano scaricati tutti a valle, sulle Pmi. Anche l’idea di affidare alle banche il compito di sostituti d’imposta potrebbe far lievitare gli esborsi e limitare i benefici; perché il problema, a monte, sta nella difficoltà di operare con imprese “senza patria”.

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Mancano d’altronde le basi per poter applicare una tassa nel momento in cui si fa un acquisto in rete; la necessità sta perciò tutta nella costruzione di un sistema che non vada a scaricare i costi sui consumatori. Sul pagamento dei servizi digitali – così come concepito dalla versione attuale della legge sulla web tax – il deputato Boccadutri ritiene che “può essere un boomerang per tutto il made Italy e in particolare per le PmiDi quella norma è condivisibile il concetto di stabile organizzazione: per tassare un’azienda serve che risieda legalmente in Italia.  Il resto, a mio avviso, andrebbe cancellato mentre andrebbero rafforzati gli strumenti di moral suasion a disposizione di governo e Agenzia delle Entrate. Google & co sanno oramai che quello della tassazione è un problema a cui non si possono sottrarre, dunque ci sono le condizioni perché si arrivi a una collaborazione”.

Web tax, occhio al “made in Italy”

I timori si concentrano perciò soprattutto sul pericolo che la web tax danneggi le produzioni italiane; “Per i nostri artigiani le vetrine online di marketplace come ad esempio Amazon o eBay sono fondamentali perché permettono di raggiungere clienti lontani e di comunicare nella loro linguaSe questo emendamento diventasse legge ridurrebbe i margini delle Pmi italiane” ha continuato a spiegare sempre Boccadutri.

Se infatti le grandi multinazionali perdessero parte del proprio ricavo, allora andrebbero ad aumentare i prezzi dei prodotti; contraddicendo completamente la “dottrina Mucchetti”, il deputato dem ritiene invece che qualsiasi legislazione nazionale in merito vada a rallentare il processo comunitario già in atto.

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