pubblicato: domenica, 8 luglio, 2018

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Interviste esculsive: vite, vittorie e limiti del polo universitario penitenziario

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Interviste esculsive: vite, vittorie e limiti del polo universitario penitenziario

Accompagno la professoressa Daniela Pajardi, coordinatrice del polo universitario penitenziario di Fossombrone– sede distaccata dell’ateneo di Urbino- nel tragitto dalla sede della facoltà di sociologia fino ad un ufficio. Giusto il tempo di una chiacchierata sotto le goccioline di pioggia che cominciavano appena a scendere. Le domando della situazione dei poli universitari penitenziari in Italia, della sua esperienza come insegnante di detenuti, delle difficoltà ma anche delle possibilità che apre questo progetto. Una realtà funzionante, ma sicuramente da implementare soprattutto a causa della disomogenea distribuzione geografica dei poli e della burocrazia

Per approfondire l’argomento dei poli universitari penitenziari, leggi i nostri reportage: Il condannato e l’esperienza universitaria nel carcere- I° parteIl condannato e l’esperienza universitaria nel carcere II° parte

Dai dati del Ministero della Giustizia, al 2016 si contavano 19 poli universitari all’interno delle carceri italiane. Secondo lei la mancanza di un polo nei restanti istituti di pena è dovuta più a resistenze istituzionali o mancanza di interesse da parte dei detenuti? O comunque quali potrebbero essere le cause di questa mancanza?

Beh, sicuramente non disinteresse da parte dei detenuti. Incide molto la geografia di distribuzione del polo universitario pentienziario in Italia – oggi dovrebbero essere un po’ di più rispetto al 2016 -. L’importante è che quella dei poli sia diventata ad oggi una realtà istituzionale riconosciuta dal CRUI, cioè dalla conferenza dei rettori. La conferenza dei PUP all’interno del CRUI coordinata dal professore Pria di Torino, che è stato votato come presidente del coordinamento e che quindi diventa una realtà che non è più spot, isolata, legata alla buona volontà

Infatti, avevo percepito l’attività dei professori nel carcere come una sorta di volontariato…

Sì, la nostra attività è volontaria. Quella che noi professori facciamo è comunque un’attività che fa parte del nostro dovere riconosciuto dall’ateneo, con Fossombrone come polo distaccato. Tutti i colleghi aderenti si impegnano molto, organizzando seminari e incontri all’interno del penitenziario ad esempio. Anche il mio ruolo da coordinatrice è assolutamente volontario.

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Secondo lei sarebbe possibile istituire una realtà universitaria unica per le carceri, distaccata dagli atenei?

Mah, non avrebbe molto senso. La situazione va benissimo così come si sta creando.

Quindi poli universitari penitenziari come distaccamento degli atenei presenti sul territorio. Questa organizzazione serve anche per mantenere un legame con la società?

La situazione è che ci sono alcuni poli che sono iniziati storicamente – Torino, Bologna, la Toscana – altri che sono piccole realtà. Il problema è che non c’è una equa distribuzione geografica. Il centro-sud deve incrementare questa realtà; ciò dipende dalla sensibilità degli atenei di promuovere delle iniziative con i nostri referenti – i provveditorati all’amministrazione penitenziari, enti regionali o di due regioni consorziate – oltre che con le direzioni dei singoli carceri interessati.

Quindi è una realtà – quella de polo universitario penitenziario – che rimane più locale, non è prevista un’ottica di accentramento…

No e non può esserci. Rimane un progetto di coordinamento. 

Non sarebbe possibile perciò la costituzione di un’unica istituzione di polo universitario penitenziario con propri professori?

No, non sarebbe possibile farlo… hai comunque dei numeri esigui di studenti. Noi (polo universitario di Fossombrone) abbiamo già dei numeri medio alti per essere stato istituito da poco. Il polo più grande, mi sembra Torino, ha comunque 50 studenti. I nostri 23 studenti sono poi iscritti a 7 corsi diversi. È quindi impensabile anche per il fatto che la popolazione penitenziaria migra: scarcerazioni, trasferimenti, avvicinamenti. Quindi in realtà la soluzione così funziona – cioè che gli atenei e le carceri e i provveditorati delle amministrazioni penitenziarie si consorzino e organizzino un distaccamento e una realtà organizzativa che permetta ai detenuti-studenti di avere qualche attività didattica e un collegamento, secondo le modalità possibili, con l’università.

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Com’è l’impatto con le storie dei detenuti? Si riesce a mantenere il distacco, classico nel rapporto docente-studente, oppure si viene per forza di cose coinvolti? Che rapporto si instaura tra docente e studente?

Dipende molto dalla materia, sia dal detenuto che dal docente. Ci sono materie che coinvolgono. Certo che se uno dà un esame di diritto o di linguistica, ci sono pochi agganci possibili di coinvolgimento. Se uno insegna sociologia della devianza, psicologia o degli argomenti in cui ci può essere una breccia con l’spetto personale.

Difficilmente i detenuti toccano aspetti personali perché sentono molto, rispetto agli studenti, la formalità del rapporto. Perché sono abituati a situazioni di interazione con agenti e operatori, in un rapporto assolutamente distaccato e formale. Rimane comunque un rapporto professionale, quindi deve esserci del distacco. Rimangono studenti e docenti.

Ci sono docenti che vengono spesso con cui si instaura un rapporto e allora lì può esserci il parlare, raccontare, fare riferimento al proprio vissuto. Direi che le distanze sono abbastanza analoghe a quelle che si instaurano fuori, ma con un margine maggiore di formalità…per darle un’idea uno studente non sapeva che poteva rifiutare un voto. Gli abbiamo detto: “ma lo potevi rifiutare.” “Ma io ho pensato: se il professore ha fatto questa valutazione di me, io chi sono per rifiutarlo.”

C’è quindi un grande rispetto per la figura del docente, nel polo universitario penitenziario

Un enorme rispetto e gratitudine perché sentono che le persone si organizzano fanno sacrifici, che qualcuno si interessa a loro. un granissimo rispetto che hanno manifestato anche l’incontro con gli studenti. Loro non si capacitano di come siano possibili queste aggressioni verso i professori, che ultimamente si sentono. Hanno molto questo senso di…

….Di riverenza.

Sì di riverenza non solo rispetto al ruolo formale del docente, ma anche verso la sua cultura e preparazione. Noi tendenzialmente come staff e come docenti delle loro storie processuali e criminologiche, dei loro reati non sappiamo niente e niente vogliamo sapere.

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Pajardi: “Quello che serve è ritrovare fiducia nelle proprie capacità”

Gli studenti che hanno cominciato la loro carriera universitaria, si sono visti migliori nelle capacità di adattarsi alle condizioni di vita all’interno del carcere, accettano meglio la loro situazione, oppure avvertono ancora un maggiore distacco?

La maggior parte di loro vive questa esperienza come di grande crescita personale e ci dicono “ci date delle ore di libertà in carcere, perché la nostra mete vaga su qualche cosa che non è solo pensare al passato…”

È comunque un tempo che dedicano a qualcosa di produttivo

Qualcuno di loro ci ha detto “con questa esperienza io no tornerò mai dentro.” Quello che serve molto a loro è ritrovare fiducia nelle proprie capacità. Il carcere è un ambiente in cui loro non hanno attività gratificanti. Nemmeno nelle attività lavorative. Non percepiscono di avere ancor valore come persone, che possono ancora fare qualcosa di bello e di buono… con questo progetto loro possono focalizzare le proprie energie verso un obiettivo. Sono degli obiettivi che riescono a realizzare, ciò gli permette di ritrovare un’autostima. Per esempio, quando riescono a capire un argomento particolarmente difficile.

In conclusione, quali sono state le maggiori difficoltà incontrate durante la progettazione e l’operativizzazione del progetto polo universitario nel carcere?

La burocrazia di tre amministrazioni diverse. La gestione degli spazi, che a Fossombrone sono veramente pochi e su cui stiamo lavorando.

Anche portare del materiale all’interno del carcere è difficile…

Stiamo cercando di lavorare con l’amministrazione penitenziaria per trovare una soluzione operativa a dei vincoli che non avete idea di cosa possono essere. Ad esempio, i cd devono essere solo non riscrivibili, controllati. Abbiamo cercato di trovare soluzioni e in questo c’è una grande disponibilità da parte delle amministrazioni. C’è un’apertura anche se ovviamente ci sono persone che ci possono credere di più o di meno.

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I problemi riguardano anche ad esempio il fatto che deve essere tutto fatto con moduli cartacei, mentre per voi studenti si svolge ormai tutto su piattaforme online. Ci sono molto aspetti in cui le amministrazioni devono basarsi e tornare indietro nel tempo in cui niente è online, ma è tutto cartaceo e ci sono aspetti di burocrazia che come non capite voi studenti, là vengono compresi ancora meno.

Dobbiamo pensare che alcuni studenti iscritti sono detenuti da 10-15 anni e quindi non si sono potuti aggiornare, ci sono studenti che hanno svolto addirittura le medie e le superiori all’interno del penitenziario…

Nel ringraziare la professoressa Pajardi, cominciano ad accalcarsi per entrare nell’ufficio e fuggire dalla pioggia che cominciava a scendere. “tra questi ci sono molti professori che sono riuscita a portare nel polo.” Mi complimento.

Intervista ideata e realizzata da Giulia Della Martera

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